Il nome del figlio

Il nome del figlio

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Tornata alla regia dopo cinque anni, Francesca Archibugi trae con Il nome del figlio spunto da una recente e fortunata commedia francese, riadattandone il soggetto, senza grossi affanni, al contesto sociale (e cinematografico) nostrano.

Il nome (ri)detto

Una cena che sarà occasione di inaspettati scontri (para)familiari: Betta e Sandro, rispettivamente insegnante di liceo e professore universitario precario, ospitano il fratello di lei Paolo, agente immobiliare, sua moglie Simona, autrice di un best-seller piccante, e il comune amico Claudio, musicista. La miccia che darà fuoco alle polveri: il nome del bambino atteso da Paolo e Simona… [sinossi]

È la seconda volta, negli ultimi anni, che la commedia italiana prende di peso un soggetto nato oltralpe e lo trasporta nel contesto nostrano, adattandone le caratteristiche a peculiarità, tipi e categorie ricorrenti del nostro cinema, reinserendolo nel tessuto sociale italico. Se nel caso di un blockbuster come Benvenuti al sud di Luca Miniero, fortunata trasposizione del transalpino Giù al nord, il soggetto era stato concepito appositamente per il grande schermo, qui siamo al contrario di fronte a una storia di origine teatrale; scritta originariamente da quegli stessi Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte che l’avrebbero poi portata sullo schermo, nel 2012, con lo stesso titolo Le prénom (da noi Cena tra amici).
I due esempi, lungi dal delineare (ancora) una tendenza, meritano forse qualche riflessione comune; se non altro perché, in entrambi i casi, siamo di fronte a una concezione della commedia squisitamente “di costume”, trasposta tuttavia agevolmente, e senza troppi affanni da parte dei rispettivi sceneggiatori, da un contesto all’altro. Segno che, malgrado le enormi differenze che caratterizzano la situazione politico/sociale dei due paesi, alcuni soggetti mostrano tuttora una valenza universale, capace di modellarsi su sensibilità diverse, e trovare la sua appetibilità anche lontano dal contesto di origine: è senz’altro questo ciò che devono aver pensato Francesca Archibugi e Francesco Piccolo (qui co-sceneggiatore) quando hanno deciso di imbarcarsi, con questo Il nome del figlio, in un progetto che mostra, malgrado le sue origini, una valenza e un sapore tipicamente nostrani.

Parlando del film, e prescindendo dal suo ispiratore originario, qualcuno ha pensato anche di scomodare un paragone eccellente, come quello con Roman Polanski e con una delle sue prove più riuscite degli ultimi anni, il corrosivo Carnage. Accostamento suggestivo, ma che vale più come appartenenza a una tradizione comune (mutuata dall’originale film francese) che come reale affinità: laddove il film di Polanski, infatti, rifacendosi alla tradizione del kammerspiel, utilizzava l’unità di tempo e luogo per dar luogo a un crescendo grottesco all’insegna dell’essenzialità, qui siamo piuttosto di fronte a un andamento sincopato, analogo al jazz suonato, nel film, dal personaggio di Rocco Papaleo. Risultando, in questo, analogo al suo ispiratore, il film della Archibugi si muove costantemente tra un dentro e un fuori, tra le linee di tensione generate dalle quattro mura domestiche e gli squarci sulla vita (passata e presente) dei cinque protagonisti; presentando continue accelerazioni e rallentamenti, impennate di ritmo alternate a momenti di quiete.
Se la dialettica con l’esterno, e coi personaggi che lo vivono, era rappresentata in Le prénom dalle strade parigine del prologo, dalla residenza fuori città della madre dell’assicuratore Vincent, e dalla voce fuori campo di quest’ultimo, qui è l’espediente del flashback a dare consistenza a questo elemento; in frammenti di passato dalle tonalità desaturate, che mostrano un’elegia dell’infanzia, e di una società più semplice e leggibile di quella caotica di inizio millennio, che, se da una parte consente una caratterizzazione più marcata dei cinque protagonisti, dall’altra rischia di sconfinare nella maniera. Qui, a differenza di quanto accadeva nell’originale, possiamo vedere i protagonisti da bambini, e valutare più da vicino i contorni della loro evoluzione: il risultato è un’esasperazione di alcuni dei loro tratti e un’inevitabile sottolineatura dell’elemento oppositivo, evidente soprattutto nel contrasto (a volte ai limiti del manicheismo) tra i personaggi di Alessandro Gassmann e Luigi Cascio.

Mantenendo comunque, nella gestione della storia, una fedeltà sostanziale alla narrazione originale, la sceneggiatura introduce alcuni efficaci elementi collaterali, quali la nuova presentazione del personaggio della moglie-madre interpretata da Micaela Ramazzotti: qui novella scrittrice di narrativa di consumo, strumento consapevole di un’editoria usa e getta, che avrà tuttavia modo di mostrare, nel corso della vicenda, uno spessore umano superiore a quello di quasi tutti i suoi compagni. Colpisce anche, contrastando con la gestione spesso sopra le righe del racconto, l’intensa sequenza che vede i protagonisti riuniti ad ascoltare (e ballare) una canzone di Lucio Dalla; espressione di un legame che (per una volta) non ha bisogno di espedienti espliciti per giungere, limpido e forte, allo spettatore.
Al di là dell’introduzione di questi pochi elementi, e di una traduzione della vicenda al contesto italico che, come si diceva in apertura, non deve aver richiesto molti sforzi, Il nome del figlio resta comunque molto (forse troppo) legato al suo modello originale; le idee, i tempi comici, le svolte narrative e la morale sottesa vengono mutuati, senza molti contributi significativi, dal film francese. Il carattere, comunque, maggiormente esplicito e “urlato” di alcuni passaggi, unitamente a una sottolineatura più marcata di alcuni tratti tipici dei personaggi, finiscono paradossalmente per far perdere lucidità ed efficacia al racconto; rendendolo, complessivamente, meno scorrevole e più gravato da stereotipi rispetto al suo ispiratore. Uno di quei casi, insomma, in cui un remake brilla, nei suoi pur presenti pregi, di luce in gran parte riflessa.

Info
Il nome del figlio, il trailer.
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