Varvari

Varvari

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Impietoso ritratto della gioventù serba ambientato al momento della dichiarazione d’indipendenza del Kosovo: Varvari di Ivan Ikić evita la strada del didascalismo grazie a un’ottima regia e a un buon cast di attori non professionisti. In concorso al Trieste Film Festival.

Noi tifavamo

17 febbraio 2008: il Kosovo dichiara la propria indipendenza e il governo serbo annuncia proteste di massa. Luka, alle soglie della maggiore età, vive a Mladenovac, ex città industriale in decadenza vicino a Belgrado dove, insieme al suo migliore amico, è il leader di un club di tifosi di calcio locale. [sinossi]

Bisogna essere impietosi con il proprio paese. Una regola aurea che in Italia abbiamo dimenticato da tempo, non solo al cinema (ma anche in letteratura, a teatro, nell’approccio critico-intellettuale, ecc.), e che invece in Serbia è ben presente nella mente di alcuni cineasti. Lo si è potuto verificare con esattezza alla 26esima edizione del Trieste Film Festival, non solo grazie a Siniša Dragin, autore con The Forest di una critica raffinata e sarcasticamente crudele nei confronti del recente passato serbo, ma anche per merito di Ivan Ikić, che in Varvari (Barbarians il titolo internazionale), presentato nel concorso lungometraggi, ha realizzato un film più basico e diretto rispetto a quello di Dragin, ma non meno aspro e cupo, adottando dei toni paradossalmente allo stesso tempo afoni e urlati.

Ambientato nel febbraio del 2008, quando il Kosovo si autoproclamò indipendente dalla Serbia provocando una reazione furiosa da parte delle autorità e della popolazione, Varvari ha per protagonista il quasi-maggiorenne Luka, dedito al tifo violento e a una condotta di vita anarcoide, che girovaga in cerca di qualche esperienza sessuale e, forse, di un padre sparito dieci anni prima, proprio durante la guerra in Kosovo.
L’esattezza innegabile della prospettiva scelta da Ikić (la maggiore età di un personaggio e di un popolo che si ritrovano letteralmente da soli, senza più padri né storia) avrebbe forse come contraltare il rischio di aprire il campo a una sorta di didascalismo in cui tutto potrebbe apparire già preordinato, a partire dalle azioni-reazioni del protagonista.
Eppure Varvari riesce a evitare gli schematismi di scrittura (l’incontro col padre, la possibile amicizia con il calciatore africano, la situazione familiare disastrata) grazie a una recitazione spontanea ed efficace (Ikić ha lavorato con un cast di attori non professionisti) e a una regia spoglia e secca, diretta, senza inutili fronzoli. Valga come esempio il mirabile piano-sequenza a seguire che ci conduce dalla strada all’autobus in cui sale il protagonista per raggiungere la manifestazione contro l’indipendenza del Kosovo e dove, una volta bordo, prende a pedate il tettuccio come naturale e istintivo gesto teppistico. Si tratta di un’inquadratura che, girata in macchina a mano, più che ai Dardenne fa pensare a uno “scorsesismo” rivisitato, vale a dire quel particolare topos registico del cineasta italo-americano in cui i suoi protagonisti si trovano a transitare da una dimensione privata a una pubblica. Gli esempi in tal senso nel cinema di Scorsese sono numerosissimi, basti pensare a Toro scatenato o a Quei bravi ragazzi. In modo simile, Ikić passa – senza soluzione di continuità – dal risentimento personale a quello collettivo, mostrando così attraverso un puro gesto cinematografico quale sia l’essenza primaria del disagio del popolo serbo.

La violenza negli stadi – anche in quelli più piccoli e scalcinati – che travasa nella violenza “anti-sistema” (in realtà al servizio oscuro del sistema stesso), un paese allo sfascio morale estetico e culturale, una periferia senza fine che diventa stato ontologico dello spirito: Varvari parla di un qualcosa che, purtroppo, è all’ordine del giorno anche in Italia. E anche questo potrebbe essere un motivo utile per tenerlo ulteriormente in considerazione.

Info
La scheda di Varvari sul sito del Trieste Film Festival.
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