Over Your Dead Body

Over Your Dead Body

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Presentato a Rotterdam l’ultimo lavoro di Takashi Miike che, a modo suo, si rifà alla più famosa storia di fantasmi giapponesi, Tōkaidō Yotsuya kaidan, che risale al 1825. Il regista la rende con un continuo andirivieni tra rappresentazione teatrale e vita degli attori, seguendo il solco dei grandi maestri del cinema classico giapponese.

Nuove storie di fantasmi giapponesi

Il testo classico di teatro kabuki, Tōkaidō Yotsuya kaidan, gravido di tradimenti, vendette e omicidi, si mescola spontaneamente con la vita privata di tutti i giorni degli attori che lo stanno allestendo. Kousuke Hasegawa assume così su di sé il suo ruolo di ronin malvagio che uccide il padre di sua moglie e ha una storia anche nella vita reale. Nel frattempo la sua coprotagonista e fidanzata rifiuta le avance degli altri attori. Fino a che non verrà alla luce la verità e un finale raccapricciante sarà inevitabile. [sinossi]

La più famosa delle storie di fantasmi giapponesi, Tōkaidō Yotsuya kaidan, è stata scritta nel 1825 da Nanboku Tsuruya IV come dramma kabuki, con tutti gli ingredienti tipici del genere kaidan: tradimento, assassinio e vendetta di spettri. E il cinema giapponese l’ha adattata, manco a dirlo, una trentina di volte. La versione più famosa è naturalmente quella del maestro del gotico Nobuo Nakagawa e risale al 1959. Mentre Kinji Fukasaku è stato capace, nel suo Crest of Betrayal, di ibridarla con l’altra saga classica giapponese, che vanta un numero pressoché infinito di adattamenti sul grande schermo, La vendetta dei 47 ronin.

Da un po’ di tempo a questa parte, Takashi Miike esplora i classici della letteratura e del teatro e si immerge nel passato giapponese dell’epoca Edo, attraverso remake di altrettanti classici del cinema, 13 assassini, Hara-Kiri: Death of a Samurai. Nel caso di Over Your Dead Body, presentato alla 44esima edizione del Festival di Rotterdam, però non sembra tanto voler fare un remake di una delle tante trasposizioni dell’opera teatrale, quanto rifarsi a tutto quel cinema che si collocava su un sottile crinale con il teatro e la vita, dando peraltro ulteriore linfa alla brillante analisi di Noël Burch del suo seminale saggio To the Distant Observer, che poneva le basi del linguaggio cinematografico giapponese nel teatro presentazionale, caratteristico delle varie forme tradizionali di rappresentazione, kabuki, noh e Bunraku.

Miike così inserisce scene con un pesciolino rosso, pura macchia cromatica che sembra rimandare agli inchiostri colorati fluttuanti dei titoli di testa di Kaidan (1964) di Masaki Kobayashi. I passaggi, continui e a volte spontanei tra teatro e vita, riecheggiano la declamazione del kuroko, il servo di scena incappucciato, all’inizio di La leggenda di Narayama (1958) di Keisuke Kinoshita, oltre che a ricordare alcuni approcci del cinema occidentale al teatro, come Vanya sulla 42a strada o Vous n’avez encore rien vu. Ma il punto di partenza più forte è quello di Doppio suicidio ad Amijima (1969) di Masahiro Shinoda per l’incredibile ricchezza visiva, le invenzioni sceniche, le pedane rotanti, il teatro che diventa cinema, il cinema che rappresenta il teatro.
Ovviamente Miike non si ferma qui. E introduce un nuovo sfondamento della finzione nella realtà. Nello scaffale dove sono collocati gli oggetti di scena, mentre l’attrice preleva il pettine, importante per lo spettacolo, viene inquadrato il bambolotto che viene usato in teatro come neonato. Bambolotto che, improvvisamente, e maleficamente si anima, come nemmeno Shinoda, e poi Kitano in Dolls, avevano fatto. Miike riesce a mettere nel frullatore Chucky e il teatro di marionette Bunraku, il j-horror e il kaidan, le mutazioni del corpo e il teatro. Solo Miike poteva arrivare a tanto. Miike che non cessa mai di stupire.

Info
La scheda di Over Youy Dead Body sul sito del Festival di Rotterdam.
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