Corri ragazzo corri

Corri ragazzo corri

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Per la ricorrenza della Giornata della Memoria, arriva in sala (per soli tre giorni) questo Corri ragazzo corri, risalente a due anni fa: un film in cui il regista Pepe Danquart si lascia andare ad alcune raffinatezze visive, ma non riesce quasi mai ad andare oltre un coinvolgimento superficiale.

Quando Srulik divenne Jurek

Varsavia, 1942: durante l’occupazione nazista, il piccolo Srulik, ebreo, riesce a fuggire dal ghetto, separandosi dalla sua famiglia. Sotto il falso nome di Jurek, facendosi credere un orfano cattolico, vagherà per tre anni per boschi e villaggi vicino alla capitale; facendo incontri di ogni genere, accettando ospitalità e lavoro, e aspettando la fine della guerra per tornare a casa. [sinossi]

Per la tradizionale ricorrenza della Giornata della Memoria (che cade il 27 gennaio) la Lucky Red ha scelto quest’anno di recuperare un film risalente a due stagioni fa. Corri ragazzo corri, diretto da Pepe Danquart (tedesco, una lunga carriera nel documentario inframezzata da qualche opera di fiction) è racconto di memoria e formazione, sospeso tra la preponderante dimensione dell’odissea personale e quella della tragedia collettiva: la storia del piccolo Srulik, ebreo polacco costretto a cambiare nome e identità, è ispirata alla reale vicenda di Yoram Fridman, che lo scrittore israeliano Uri Orlev aveva raccontato nel suo omonimo romanzo per ragazzi. Srulik, come il suo alter ego storico, fugge dal ghetto di Varsavia e riesce incredibilmente a sopravvivere, nella Polonia occupata dai nazisti, per tre lunghi anni (dal 1942 al 1945); attraversando il paese e nascondendosi tra boschi e casolari, lavorando in cambio di cibo e alloggio presso le famiglie contadine, perdendo un braccio, e soprattutto nascondendo la sua vera identità e le sue origini. Sempre in fuga, con l’imperativo primario di sopravvivere, ultimo lascito di suo padre, ben stampato in mente; legato a doppio filo a quello di tener celata (ma di non dimenticare mai) la sua identità di ebreo. Un’esistenza vissuta nella costante dimensione della fuga e della sopravvivenza, così innaturale per un ragazzino di otto anni, eppure mai così gestibile e fronteggiabile come può esserlo in un periodo (naturalmente ricco di energia e spirito d’avventura) come quello dell’infanzia.

Per raccontare la storia di Srulik, che si fa chiamare Jurek durante il suo viaggio, Danquart ricerca quindi un registro epico-avventuroso, in cui il realismo della narrazione, e la crudezza degli eventi, sono costantemente diluiti dalla dimensione omerica e formativa del viaggio del protagonista: gli incontri e gli scontri, gli occasionali compagni di viaggio, gli amici e i nemici, la solidarietà e la grettezza incontrate lungo il cammino, sono punteggiati dal trascorrere delle stagioni, dalle trasformazioni del paesaggio, dai mutamenti climatici e da quelli interiori, a comporre un’odissea che è anche (duro) romanzo di formazione.
Considerate le ambizioni della storia, che si sovrappongono alla sua valenza divulgativa, stupisce quindi (e non è uno stupore positivo) che il tono del film risulti invero così piano: malgrado le lacrime esibite, malgrado privazioni e mutilazioni, stenti e fame, perdite dolorose e temporanei ricongiungimenti, in Corri ragazzo corri si respira una freddezza sostanziale, che stona con le evidenti intenzioni della storia. Scegliendo la via della ricerca del coinvolgimento più risaputo, lo script finisce per mancare il bersaglio: forse perché l’attitudine documentaristica del regista lo rende poco avvezzo ai registri del melò, forse perché la ricercatezza delle immagini finisce per distrarre dal travaglio interiore del piccolo protagonista, forse (ed è l’interpretazione che ci sembra più probabile) perché una vicenda del genere, in cui gli orrori testimoniati sono filtrati da un’ottica prettamente personale, necessitava un registro meno esplicito per arrivare allo spettatore.

Nel mettere in scena la vicenda, Danquart si lascia andare comunque ad alcune raffinatezze visive, che catturano l’occhio pur senza giungere (quasi mai) al cervello o al cuore: la scansione esplicita del trascorre delle stagioni, con la trasformazione a vista del paesaggio, i mutamenti di tono della fotografia, il calore di certi interni (tra cui quello, mostrato in flashback, della casa di Srulik, illuminata dalle candele) contrapposto alle tonalità fredde e desaturate della maggior parte degli esterni. Il giovane protagonista Andrzej Tkacz fa comunque il suo, anche laddove la sceneggiatura gli chiede di tirar fuori le lacrime e di abbandonarsi al registro più facilmente emotivo; ma, anche nel suo caso, è in quei (pochi) momenti in cui la recitazione è giocata in sottrazione, in cui sono le increspature del volto, più che le parole o le lacrime, a suggerire l’emotività, che la sua prova rende al meglio.
L’ultima parte del film, quella del ritorno a casa, è quella in cui il regista fa un ulteriore tentativo di riscaldare il clima emotivo della vicenda, ma anche in questo caso il film si mostra narrativamente difettoso: introducendo, nella fattispecie, un personaggio (quello della fornaia, amica di famiglia) la cui rilevanza suggerita avrebbe meritato almeno una trattazione pregressa nel corso della vicenda. Una piccola scossa emotiva (seppur di breve durata) si ha invece nell’ultima sequenza, in cui vediamo il vero protagonista degli eventi, il settantanovenne Yoram Fridman, raccontarsi in prima persona: segno, ulteriore, di un’evidente maggiore dimestichezza di Danquart col registro documentaristico, qui relegato a questi ultimi, pochi minuti.

Info
Il trailer di Corri ragazzo corri su Youtube.
Il sito ufficiale di Corri ragazzo corri.
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