Aferim!

Aferim!

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Orso d’argento alla 65esima edizione della Berlinale, Aferim! del regista rumeno Radu Jude ragiona sul passato del proprio paese e sulle sue contraddizioni che si trascinano nel presente.

La legge del taglione

È il 1835. La guardia Costandin e suo figlio attraversano il brullo paesaggio al centro della regione rumena della Valacchia. Stanno cercando uno schiavo di origine gitana che è scappato dalla casa di un proprietario terriero perché sospettato di avere avuto una storia con la moglie del padrone. L’imperturbabile Costandin commenta ogni cosa che incontra sul suo cammino con bonomia, mentre il figlio ha un’attitudine più contemplativa. Lungo il viaggio si trovano ad avere a che fare con persone di differenti nazionalità, tutti chiusi nei rispettivi pregiudizi radicati di generazione in generazione. [sinossi]

Potrebbe risultare sorprendente che per una volta un film proveniente dall’Europa dell’Est decida – nell’affrontare le contraddizioni del presente figlie di un passato tragico e conflittuale – di non concentrarsi sul suo passato comunista, ma di andare ancora più indietro. Potrebbe sembrare strano, ma alla luce della visione di Aferim!, non si può che concludere che si tratti di una scelta del tutto condivisibile.
Il terzo lungometraggio di Radu Jude, Orso d’argento alla 65esima edizione della Berlinale, è infatti ambientato nella Romania del 1835 e va a cogliere quelle superstizioni, quel razzismo e quella bonomia figlia del senso comune che è la diretta genitrice dell’ipocrisia piccolo-borghese e delle mostruosità novecentesche.
Mettendo in scena la storia di un uomo che, insieme al figlio, è stato incaricato di cercare e catturare uno schiavo di origine gitana, Jude costruisce con Aferim! (che in turco vuol dire bravo) una sorta di road-movie costellato di incontri bizzarri e di situazioni spiacevoli o di veri orrori, di fronte ai quali il padre rassicura sempre suo figlio invitandolo a farsi i fatti suoi e continuando a minimizzare ogni avvenimento. Davanti alle ingiustizie palesi infatti – e la prima di tutte è quella dello schiavo ricercato perché accusato di aver avuto una relazione adulterina con la moglie di un proprietario terriero -, il giovane viene invitato a guardare da un’altra parte e a procedere oltre. Eppure, sono proprio il ragazzo e suo padre a portare a termine con diligenza il lavoro catturando il fuggitivo e riportandolo indietro, laddove subirà l’inevitabile legge del taglione. I due, quindi, da perfetti utili idioti, si rendono complici di un sistema di ingiustizie che coinvolge tutti gli strati della popolazione e che dà sostanza stessa al mantenimento dell’esistente, nonostante le parole del padre siano tutte illusoriamente rivolte all’elogio di un presunto individualismo.

Tra un prete che blatera ingiurie nei confronti degli ebrei e delle donne, improvvise esplosioni di violenza, disprezzo nei confronti delle minoranze etniche (a partire proprio dai Rom) e battute di spirito nei confronti dei poveri (che pregherebbero di più perché hanno più tempo a disposizione), Aferim! mostra un’umanità orribile e sozza, mostruosa e volgare, per certi aspetti simile a quella vista di recente in Hard to Be a God di Aleksei German. E come nel film di German, Radu Jude gira in bianco e nero, proprio allo scopo di evidenziare ancora di più l’arretratezza di quel mondo (come proveniente da un altro spazio-tempo) e la sua intrinseca meschinità. Ovviamente meno filosofico, ma più storicista – come è storicista l’approccio di non pochi degli autori di punta provenienti dalle cinematografie dell’Europa dell’Est e, in particolare, proprio dalla Romania – Aferim! sembra riuscire a cogliere quel momento di passaggio tra il tardo medioevo e la presunta modernità, sopraggiunta con il Novecento, una terra di nessuno – che è quella dei paesaggi brulli del film – come forse sta tornando ad essere oggi l’Europa.

Info
La scheda di Aferim! sul sito della Berlinale.
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