Vergine giurata

Vergine giurata

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Esordio nel lungometraggio di Laura Bispuri, Vergine giurata è stato presentato in concorso alla 65esima edizione della Berlinale. Un film irrisolto e vacuo, limitato da una esasperante sequela di flashback e incapace di costruire situazioni e personaggi davvero significativi.

Voglio un uomoooo!!!

Hana è cresciuta in un’arcaica zona montana dell’Albania, dove prevale la concezione tradizionalista nei rapporti tra l’uomo e la donna. La ragazza fuggirà dal destino di moglie e schiava del maschio quando, in ossequio alla legge tradizionale albanese (il Kanun), accetterà di rimanere vergine e di comportarsi e abbigliarsi come un uomo. Ma un giorno deciderà di averne abbastanza e proverà a cambiare vita trasferendosi in Italia. [sinossi]

Il male maggiore che affligge il cinema italiano contemporaneo, ovvero l’incapacità e, anzi, a tratti il rifiuto di raccontare delle storie, è piuttosto evidente nell’esordio al lungometraggio di Laura Bispuri, Vergine giurata, presentato in concorso alla 65esima edizione della Berlinale. Pur con un impianto che poteva presentare degli aspetti interessanti, forieri quantomeno di un qualche sviluppo, la Bispuri, invece, si abbandona all’osservazione inerte dei movimenti e dei (pochi) atti del/la suo/sua protagonista.
Tanto per fare un solo esempio non italiano, appare distantissimo un film come Tomboy, che per certi aspetti affrontava gli stessi argomenti di Vergine giurata. Protagonista qui è infatti una donna che, originaria di un retrogrado paesino delle montagne albanesi, ha rinunciato alla sua sessualità per non dover sottostare al volere degli uomini e, dunque, si è ‘fatta’ maschio.
Ma invece di mettere in scena la riscoperta della femminilità del suo personaggio, che all’inizio del film abbandona il natio borgo selvaggio per trasferirsi a Milano, la Bispuri resta ferma alle premesse ingolfando il racconto con una infinita sequela di flashback relativi al passato albanese della protagonista (interpretata da una Rohrwacher perennemente imbronciata), in cui non succede null’altro rispetto a quanto è già possibile leggere nella sinossi.

Per un plot quasi esclusivamente rivolto all’indietro e privo di un vero motore che lo faccia avanzare nel presente, allora non resta che affidarsi a brevi scenette esplicative e didascaliche (una su tutte, la Rohrwacher che osserva inebetita un manichino dotato di reggiseno), tanto che dopo più un’ora il film sembra ancora di trovarsi nella fase di setting. E sia nel passato che nel presente di questo personaggio mancano poi del tutto dei veri momenti chiave, episodi particolarmente drammatici, contrasti, ostacoli, atti di violenza, ecc. Questa ragazzina che si ostina a comportarsi da maschio, in un paesello dove alle donne non è permesso prendere alcun tipo di decisione, si ritrova male che le vada appena spintonata da un gruppetto di truzzi locali (quando invece ci si aspetterebbe un atto di violenza ben maggiore); questa donna – che anni dopo ha assunto un’identità maschile e sosta ore ed ore nella piscina in cui si allena la figlia di una sua amica – non viene mai notata né insultata dai presenti, come se fosse assolutamente normale che un uomo possa stare lì, vita natural durante, a osservare delle ragazzine.
La Rohrwacher non diventa mai un personaggio e si muove aleatoria nel corso di tutto il film, circondata da altre figure ectoplasmatiche, figure con cui non riesce mai a costruire alcun tipo di rapporto: l’amica di un tempo, sorta di sorella da cui va a stare ospite a Milano, la tratta male e poi la riaccoglie tra le sue braccia senza motivazioni apparenti; la figlia dell’amica si comporta allo stesso modo, con degli atteggiamenti forse ancora più inspiegabili. Va da sé, allora, che queste azioni/reazioni grossolane, con ogni evidenza, sono state date per scontate in fase di sceneggiatura e poi non hanno mai preso vita sullo schermo.

In un siffatto orizzonte, il dazio dell’inesperienza dà il colpo di grazia a Laura Bispuri sul piano della regia, completamente priva di personalità. Un po’ imitazione dei Dardenne, un po’ rivolta al Soldini di Cosa voglio di più, la messa in scena di Vergine giurata gioca senza inventiva sui primissimi piani a seguire e a precedere i protagonisti lasciando sfocato il resto del campo.
Vi sarebbe poi da aggiungere che lo spunto della “vergine giurata” pare più legato all’eccitazione per una vicenda così particolare che alla vera voglia di raccontare le tradizioni albanesi da cui si trae spunto e i cui riti infatti appaiono raffigurati senza occhio partecipe e in modo decisamente esotico e grossolano.
Insomma, per chi poteva sperare di assistere alla nascita di una nuova Alice Rohrwacher (Corpo celeste, Le meraviglie), non c’è che da tornare sui suoi passi con la coda tra le gambe.

Info
La scheda di Vergine giurata sul sito della Berlinale.
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