Chasuke’s Journey

Chasuke’s Journey

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Tra gli ultimi film in concorso alla Biennale il giapponese Chasuke’s Journey, che si effigia del marchio di fabbrica dell’Office Kitano. Il regista Sabu ritorna così al festival della capitale tedesca che lo vide debuttare nel 1997 nella sezione Panorama, con la sua opera prima D.A.N.G.A.N. Runner.

La via della scrittura

Momenti frenetici in paradiso. Dozzine di scrivani seduti attorno a un lungo rotolo stanno incessantemente e freneticamente lavorando. Devono compilare le biografie degli abitanti terreni. Quello che è inventato dagli uomini del cielo è vissuto realmente nel mondo di sotto. E il loro datore di lavoro, Dio, è sempre di più veemente nel richiedere idee innovative. Prendere, per esempio, la bellissima Yuri, una ragazza morta in un incidente stradale. Alcuni degli scrivani trovano tutto ciò monotono e rimandano sulla terra l’ex-gangster Chas, che ora serve il tè in paradiso, con le istruzioni di salvare Yuri non importa come. E così Chas finisce a Okinawa, conosce gi abitanti terreni, interferisce nei loro destini, viene celebrato come “Mr Angel” ed è inseguito da brutali nemici. Conclusione scontata per lui sarà innamorarsi di Yuri. Ma nessuno potrà prevedere cosa succederà poi. Nemmeno Dio stesso. [sinossi]

Torna nel cinema giapponese contemporaneo un’idea originale di aldilà, di luogo metafisico dove albergano le anime dei defunti, dopo quelle, fantasiose, di After Life di Koreeda e dell’anime Colorful. E il regista Sabu la usa per dare corpo a quella concezione nipponica che vede gli uomini come impotenti pupazzi manovrati dal destino. Sono degli scrivani ultraterreni a redigere, nella forma dello shodo, la via della scrittura, l’antica arte della calligrafia giapponese, su rotolo di carta, le vite dei comuni mortali. Con ciò il discorso si fa narratologico. La calligrafia rappresenta le parole di uno scrittore. Gli scrivani sono gli sceneggiatori, decidendo le storie delle vite dei personaggi. Coerentemente con questa impostazione, Sabu fa ricorso frequentissimo alle voci off, richiamo all’idea di un soggetto altro, terzo, esterno. Voci off che potrebbero benissimo essere quelle degli sceneggiatori. Sceneggiatori che si divertono comunque a citare il cinema, dal Titanic di Cameron, con una divertente parodia, a Luci della città.

Un modo per enunciare il carattere derivativo dello stesso film Chasuke’s Journey, che parte dallo yakuza eiga, frammisto allo slapstick, per inseguire lo stile iperdemenziale dei vari Miike, Sono, Matsumoto. E che fondamentalmente riprende quell’estetica alla Wong Kar Wai e Cristopher Doyle che ebbe il suo apice in Hong Kong Express. Azioni ipercinetizzate, una mdp spiazzante, gli step framing. Chasuke’s Journey è un Hong Kong Express all’ennesima potenza, le cui storie sono state moltiplicate e ingarbugliate. E non potrebbe essere così vista la quantità di scrivani all’opera. Ci vogliono tanti sceneggiatori per concepire, organizzare le tante linee narrative, i tanti ruoli che sono stati messi in gioco. Chasuke’s Journey prosegue con un meccanismo di addizione continua. Fino ad arrivare a una fine, scritta, che però non combacia con quella effettiva del film. Il film va oltre, proseguendo la conclusione prevista e dopo la parola ‘fine’ va avanti con tutta una serie di ulteriori falsi finali, uno dopo l’altro. Qui siamo quindi fuori dalla scrittura e al di là dalla fine scritta. La condizione iniziale, con tutti quei suoi vincoli, viene così superata, gli schemi infranti. È l’effetto ultimo della determinazione, della forza di volontà e della preghiera, che il protagonista riuscirà a tirar fuori.

Info
La scheda di Chasuke’s Journey sul sito della Berlinale.
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