Motel

Motel

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Metti una sera in un motel un imbolsito John Cusack, una bella figliola, una borsa misteriosa e un De Niro che, via telefono, annuncia con insistenza il suo arrivo: ne nasce un B-movie che fallisce del tutto le ambizioni da thriller grottesco.

La borsa che non c’era

Il killer solitario Jack viene assoldato da Dragna, leggendario boss della malavita, per portare a termine un compito solo apparentemente semplice: recapitare una misteriosa borsa nella stanza numero 13 di un motel. Arrivato sul posto, Jack si imbatterà in una lunga serie di imprevisti e di personaggi sopra le righe, che faranno di tutto per mettere a repentaglio la sua vita e la sua borsa. [sinossi]

Quando si lamenta la crisi dell’odierno cinema americano, una crisi in particolare di scrittura (visto che tutti i migliori sceneggiatori si sono riversati nelle serie TV) è a titoli come Motel che bisogna pensare. Il film, diretto dall’esordiente David Grovic, vorrebbe presentarsi in effetti come un thriller grottesco dalle forti valenze simboliche (l’idea del motel in cui il protagonista si ritrova in una lunghissima notte-limbo dove la realtà trasfigura nell’incubo) ma finisce ben presto per rivelare la sua vera sostanza, quella di un B-movie scritto in maniera alquanto goffa e diretto in un modo altrettanto approssimativo (le poche scene d’azione, per quanto appaiono confuse, valgono in tal senso da cartina di tornasole).

Grovic fa cominciare Motel con una trovata dall’evidente debito tarantiniano: il protagonista è ferito e la sparatoria in cui è rimasto coinvolto non viene mostrata. Da lì in poi l’incauto e sprovveduto regista accumula situazioni sopra le righe, dialoghi estemporanei che vorrebbero essere brillanti e geniali, una narrazione sconclusionata che fa sì che numerose sequenze si ripetano uguali a se stesse (il mistero relativo alla borsa ripetuto fino allo sfinimento, le innumerevoli e ingiustificate sortite al di fuori del motel poi contro-bilanciate da altrettanto innumerevoli e ingiustificati ritorni in loco) e la sensazione di fondo è che il motel più che un luogo simbolico finisca per essere una prigione creativa in cui far girare a vuoto i personaggi.
Non basta la bella presenza della procace Rebecca Da Costa (che ha esordito, non accreditata, nel 2009 nella serie TV Entourage e che da allora non ha avuto molta fortuna) per nascondere l’evidente fallimento delle due star in scena: John Cusack nei panni del killer protagonista e Rober De Niro in quelli del potente boss che lo incarica di trasportare una borsa nel suddetto motel. Il primo è imbolsito e perennemente crucciato, forse perché teme di essere tornato prigioniero di un thriller paranormale sulla falsariga di 1408 o forse perché è intimorito dalla Da Costa che lo avvicina e che tenta costantemente – quanto inspiegabilmente – di circuirlo. De Niro sfoggia invece un capello bianco fonato un po’ alla Kissinger, minaccia per buona parte del film di arrivare al motel dilatando all’infinito la sua epifania e, quando si presenta sul posto, si esibisce in confusi sproloqui che dovrebbero far emergere il lato perverso del suo personaggio e la sua inusuale concezione del mondo (e si ritaglia persino una scena che nulla c’entra con la location del motel, completamente avulsa dalla narrazione, in cui si diverte a rompere il naso a una malcapitata). Con un occhio ai Coen e un altro a Tarantino, Motel non riesce quindi a centrare nessun obiettivo, neppure quello della maniera e/o del prodotto derivativo ma ben confezionato, e arriva quindi decisamente fuori tempo massimo con la sua maionese impazzita di violenza, sensualità, sarcasmo, surrealtà e postmoderno mal digerito.

Info
Il trailer di Motel su Youtube.
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