La scuola d’estate. Intervista a Jacopo Quadri

La scuola d’estate. Intervista a Jacopo Quadri

Presentato a vari festival italiani, Torino Film Festival e Filmmaker, e internazionali, l’International Film Festival Rotterdam, La scuola d’estate è un documentario sui corsi per giovani attori che teneva in Umbria Luca Ronconi, il grande regista teatrale scomparso negli scorsi giorni, diventando così, suo malgrado, una delle ultime testimonianze del Maestro. Autore del documentario è Jacopo Quadri, tra i più importanti montatori del cinema italiano, che abbiamo incontrato a Rotterdam. L’intervista è stata realizzata lo scorso 27 gennaio.

Qui a Rotterdam La scuola d’estate viene presentato per la prima volta fuori dall’Italia e per un totale di quattro proiezioni per il pubblico. Come stanno andando? E come reagiscono gli spettatori ai q&a?

Jacopo Quadri: Discretamente, con la gran quantità di cose che ci sono qui non si possono avere grandi aspettative. Ci sono ancora due proiezioni. Già è buono esserci. Per me era importante vedere la reazione all’estero, però ho capito poco. I dibattiti sono comunque stati abbastanza seri, se non altro. Gli spettatori erano interessati soprattutto al lato della scuola degli attori. Mi sembra che il pubblico si sia immedesimato bene con i ragazzi. Chiedevano varie cose all’attore presente, Gabriele Falsetta.

Ci sono due momenti molto forti in La scuola d’estate. Uno è ovviamente quello in cui Ronconi rivela la sua malattia, il fatto di essere sottoposto a dialisi. L’altro è quello in cui invece si lascia andare a raccontare di tutti i suoi cani, che sono morti avvelenati. Sono indice di un’empatia che si è instaurata tra te e lui, credo. Quando in un documentario accadono queste cose, quando gli intervistati spontaneamente raccontano cose private vuol dire che ha colto degli aspetti della realtà. Che rapporto hai instaurato alla fine con il Maestro e con i giovani allievi?

Jacopo Quadri: Fanno parte in effetti dello stesso momento, perché lui fa tutto l’elenco dei suoi cani che sono stati uccisi e parla di quelli che sono invece morti di morte naturale come se fosse una conquista. E poi aggiunge: “E ad un certo punto mi sono ammalato io”. Quella era una sorta di intervista che abbiamo fatto proprio al penultimo giorno e, sì, quindi siamo arrivati dopo parecchi giorni passati insieme, anche se noi lo filmavamo sempre ma non avevamo momenti di intimità. Lui mangiava sempre con alcuni ragazzi, che facevano a turno per mangiare con lui. Noi mantenevamo sempre una certa, sana distanza. Poi la sera quando finivano, dopo cena, lui se ne andava perché era stanco. La presenza nostra era molto silenziosa e discreta. È arrivato poi questo momento finale di intervista per così dire istituzionale, che si usa fare a un certo punto. Diciamo che io mi sono preparato nel senso che avevo dei punti che volevo affrontare, cinque punti che mi ero scritto su un quadernetto, e li ho fatti a vedere anche a Ronconi dicendogli: “A me interesserebbe parlare di questo”. E il secondo punto era proprio il suo rapporto con gli animali e con la natura. Non c’era nessun punto che parlasse veramente di teatro, a parte il primo che era “Parla dell’esperienza della scuola”. Si partiva da lì, però gli altri punti, più che domande erano un “Parla di questo se ti va” ed erano relativi alla sua sfera privata. Una sfera che permetta allo spettatore di avere un rapporto umano con lui, non un rapporto da allievo verso il maestro, non un rapporto dal basso verso l’alto, ma un rapporto in qualche modo alla pari. Quindi effettivamente un signore di ottant’anni che ti parla dei suoi cani è chiaro che ti si avvicina. Era conosciuta questa cosa dei cani, si sa che gli voleva molto bene. Era un modo di affrontare con delicatezza l’aspetto affettivo suo. Che poi non riguarderebbe tanto il film. E anche lì bisogna cercare di tenere una certa distanza. Poi a me interessava arrivare anche a parlare della malattia perché nel film non se ne parla mai, c’è qualche piccolo accenno quando lui a un certo punto vuole bere l’acqua e ne beve un dito, oppure quando in un altro punto dice: “Domani devo dimagrire di un chilo e mezzo se no mi ammazzano”. Dice cose così, lancia piccoli segnali che fanno capire che c’è qualcosa che non va. Effettivamente lui ogni due giorni deve fare la dialisi. Anche lì mi piaceva che lui me ne parlasse però non ho mai pensato di andare in ospedale a riprenderlo durante la dialisi. Quello è un altro approccio, un altro tipo di documentario che si può fare se il soggetto partecipa. Però qui si voleva conservare l’unità di luogo e di tempo. E stando lì, visto che il posto era così interessante, abbiamo capito subito che non ne saremmo mai usciti. Il che era anche un vantaggio perché voleva dire che il documentario finiva in quei giorni. Altrimenti si poteva trascinare ancora per mesi con interviste o prove, o andando a casa sua, o andando al Piccolo Teatro. No, sapevamo che l’ultimo giorno sarebbe stato l’ultimo giorno, il che ci dava una responsabilità ulteriore, bisognava girare decentemente. E comunque con quel percorso dai cani alla malattia lui è stato assolutamente geniale. Per me erano due punti separati, rapporto natura-animali e malattia e lui li ha legati da solo senza che io dovessi fargli un’altra domanda. Poi in quell’intervista c’erano anche tante altre cose buone, molto interessanti, parlava dei viaggi, di alcune cose che avrebbe voluto fare ancora. Io però ho scelto quella parte lì ed escluso il resto, proprio perché la testimonianza, in questo tipo di documentario come piace farli a me, è un momento unico. Non è che torni due o tre volte sulla stessa intervista come si fa nei documentari più classici. Ogni momento fa parte di un percorso, quindi io immagino che lo spettatore sia un po’ come noi operatori, più che registi, che seguiamo questa vicenda. E quindi il momento in cui Ronconi ci parla, proprio guardando noi, è e rimarrà quel momento lì. Poi dopo ci saranno altri momenti. Immagino il documentario più come un flusso che come un montaggio.

Quanto tempo siete stati lì, al Centro teatrale Santacristina?

Jacopo Quadri: Siamo stati un po’ più di due settimane, divise in due periodi. Il corso è di tre settimane. I primi tre giorni sono stato io da solo, in avanscoperta, e poi sono arrivati gli altri miei collaboratori, eravamo in quattro o cinque. Abbiamo filmato una settimana, che era quella che lui ci aveva dato, perché lui ci aveva inizialmente concesso solo una settimana, come dire “non si sa mai, magari questi mi rompono e la seconda parte la facciamo senza di loro”. Non c’era mai stato nessuno più di qualche ora a riprendere negli anni precedenti. Poi finita quella settimana, si è ricreduto e ci ha detto: “Ma no, rimanete fin che volete, va bene”. Però a quel punto noi avevamo già un impegno, dovevamo ridare le macchine, che ci erano state prestate. Abbiamo comunque preso qualche giorno di respiro e siamo tornati l’ultima settimana. Quindi in totale saranno stati 14-16 giorni. Noi riprendevamo sostanzialmente tutto, quasi tutto nella sala a terra dove avvenivano le cose più interessanti. E poi intorno cercavamo di raccogliere le situazioni di fuori, i ragazzi che provavano, e poi anche immagini vuote del luogo, immaginando che ci sarebbe stato bisogno ogni tanto di respirare, perché dentro, come ovvio, è molto pieno di parole. Poi abbiamo fatto tutte le interviste ai ragazzi due volte, una nella prima settimana e una nella seconda, inizio e fine corso. Però sono state utilizzate pochissimo.

Il girato totale di quanto è stato?

Jacopo Quadri: Tanto. Tipo 150 ore. Giravamo spesso con due macchine, quindi il materiale si raddoppia. Per un risultato di un’ora e mezza. Può sembrare una sproporzione estrema, ma l’approccio per questo tipo di lavoro è che filmi la realtà ma poi non sai quello che succede, quindi devi cercare di prendere tutto. Non sei regista, sei operatore. Poi magari in corso d’opera cominci a fare qualche scelta.
Per questo è fondamentale il montaggio per dare la forma definitiva all’opera. Sì, in effetti per la mia esperienza e la mia formazione di montatore, più che di regista, mi affido molto al dopo.

Sembra un po’ un approccio alla Wiseman, che pure si è occupato e si sta occupando anche di istituzioni artistiche, come l’Opera di Parigi, piazzandosi in queste e arrivando poi a cogliere momenti e situazioni inaspettate, anche conflittuali rispetto all’immagine che l’istituzione vuole dare di sé, e comunque dando forma al lavoro solo in fase di montaggio.

Jacopo Quadri: Sì, quando sei lì, fai delle scelte. Per esempio nella cucina abbiamo girato tanto, molto più di quello che poi si vede. Abbiamo fatto una scelta di montaggio dopo, di isolare il cuoco, perché in realtà in cucina oltre a lui c’era l’aiuto cuoco, ed era un luogo abbastanza incasinato. Il cuoco comunque mi serviva per scandire un po’, e poi mi piaceva quella figura: una persona molto seria, che lavora in silenzio. Là tutti lavorano parlando, parlando. E poi volevo mettere dei piccoli elementi di inquietudine, senza forzarli, per capire cosa c’è sotto. Qualcuno in un dibattito che c’è stato ha definito la residenza estiva come una madhouse, una casa dei pazzi. Non è così ovviamente, però vedi quelli che provano in mezzo ai tavoli, prendendosi sul serio, dove c’è quell’altro, il marocchino, che apparecchia e mette l’acqua, quell’altro che urla: “Chiudete quella finestra”. Vedendoli così, dal di fuori, sembrano dei matti. C’è poi il fatto che sono così isolati, che stanno lì a studiare, hanno un maestro di quel tipo che spesso non capiscono loro stessi, ammettono di non riuscire a seguire. La cucina poteva essere un luogo interessante, più che le camere dei ragazzi. Non le abbiamo riprese perché non mi sembravano molto interessanti. Qualche scelta si fa ovviamente, poi magari ti sbagli, dal montaggio capisci che si deve correggere. Però sostanzialmente appena vedi qualcosa che si muove, devi filmarla.

Hai in cantiere, dopo questo ritratto a Ronconi, un altro progetto su un altro mostro sacro del teatro, Eugenio Barba con il suo Odin Teatret. A che punto è?

Jacopo Quadri: In questo caso abbiamo già un po’ di soldi, mentre con Ronconi c’è stata solo Rai Cinema che è entrata dopo un po’ – prima ero da solo – però non c’è stato il Ministero, non ci sono state film commission, a livello istituzionale non c’è stato nulla nonostante il nome di Ronconi. Invece su Barba abbiamo avuto l’Apulia Flm Commission, poi c’è stato il Ministero e anche MEDIA, il programma europeo, perché in effetti in questo caso l’orizzonte è più ampio. Abbiamo girato in Danimarca. Siamo in fase di montaggio. Stavolta lavoro con un altro regista che si chiama Davide Barletti, di Lecce. Il progetto io l’avevo già pensato come secondo progetto, dopo Ronconi, Barba, perché legato alle amicizie di mio padre, alle persone che stimava di più. Pensavo anche a una certa mia fascinazione per i personaggi, pur non conoscendoli. E in particolare Barba perché insomma il fatto che sia in Danimarca, ha una storia comunque mitica. È emigrato che aveva sedici anni, in autostop, lasciando l’accademia militare a Napoli, da solo è partito per Oslo dove è arrivato e ha trovato subito la cuccagna. Faceva l’operaio e poi si è avvicinato al teatro. È andato in Polonia da Grotowski. Poi è tornato e nel 1964 ha fondato l’Odin a Oslo. E dopo due anni si sono trasferiti in Danimarca. Gli ho scritto e l’ho incontrato a febbraio, un anno fa, e ancora non sapeva esattamente cosa sarebbe successo quest’anno, il cinquantenario della fondazione dell’Odin. Anche lì è stata l’occasione per partire. Come per Ronconi bisognava farlo, sfruttare l’occasione. Per Barba era un’occasione unica. Il cinquantenario avviene una volta sola. E quindi siamo partiti per la Danimarca, abbiamo seguito per una decina di giorni gli eventi che erano legati al cinquantenario, ma anche la Festuge, un festival che loro fanno per la città che li ospita, Holstebro: è come uno scambio di cose che l’Odin porta da tutto il mondo, e cose che la città ridà. Il cinquantenario faceva in modo che questa Festuge, che fanno ogni tre anni, fosse più importante delle altre. E quindi è stato tutto molto interessante. E adesso dovremo girare ancora una settimana, a fine febbraio. Giusto perché ci piace molto. Di materiale ne abbiamo anche qui una quantità esagerata.

Il risultato sarà quindi diverso?

Jacopo Quadri: Sì, molto diverso. Anche se comunque sarà ancora intorno a una figura di riferimento. Ronconi e Barba riescono a muovere cose intorno loro. Anche lì si coglie l’aspetto di quello che succede, di quello che mettono in movimento. Ma c’è anche poi l’aspetto personale, biografico. Forse lì addirittura ne faremo due. Forse faremo a un certo punto un documentario più classico, sui cinquanta minuti, e uno sull’ora e mezza un po’ più libero nel senso che racconta quello che succede senza dover dare spiegazioni su cos’è l’Odin, senza interviste, ma semplicemente si tratta di assistere ai fatti che sono molto interessanti. Invece quello più tradizionale sarà fatto di interviste. Abbiamo intervistato tutti, tutte le persone dell’Odin, che sono dodici e ognuno ha un’esperienza interessante. Poi Barba ci chiedeva di intervistare alcune persone che erano venute lì come ospiti, e di cui gli piaceva avere la testimonianza. Quello che lui chiama il popolo segreto. E quindi anche loro sono persone interessanti, che vengono dal Perù o anche dalla Cina. Infatti il titolo provvisorio è “Il popolo segreto dell’Odin Teatret”, più che “Eugenio Barba e qualcosa…”. Anche per Ronconi all’inizio il titolo avrebbe dovuto essere “Luca Ronconi a Santacristina” poi mano a mano l’interesse è andato di più sulla scuola, e quindi si è intitolato “La scuola d’estate”.

E quindi fa parte di un progetto?

Jacopo Quadri: Sì, è un progetto che comincia così. Perché l’idea era di far funzionare la casa editrice Ubulibri, che non riesce più a fare libri. Ma forse i film documentari in qualche modo sono come dei libri. Non è l’edizione Ubulibri che produce ma Ubulibri ma in fondo è la stessa cosa. Adesso si comincia con questi due, poi vediamo se riusciamo ad andare avanti. L’interesse è per le figure importanti legate al teatro, per la fascinazione che i grandi maestri, persone anziane, possono trasmettere. Però vediamo. Il progetto successivo non è chiaro quale sarà. Può essere un giovane, comunque legato al mondo dello spettacolo o dell’arte o della tradizione come idea.

In effetti sarebbe coerente con la filosofia di tuo padre, il grande critico teatrale Franco Quadri, che ha sempre avuto il polso delle avanguardie.

Jacopo Quadri: Potrebbe essere troppo comodo affidarsi ai grandi maestri, sono loro che fanno il film più semplice perché con Ronconi moltissimo è dovuto a lui e alla sua presenza. Bisognerebbe in effetti far tutt’e due. Da una parte le persone che ci possono lasciare delle cose, che, per loro natura, gli viene più semplice farlo da anziani. Se in qualche modo sentono anche loro un piccolo dovere di lasciare qualcosa, se già non l’hanno fatto o magari l’hanno fatto attraverso scritti e non attraverso dei film. È anche interessante e doveroso da parte nostra se abbiamo la possibilità di conoscere una persona e possiamo filmarla e questa persona poi ci lascia qualcosa, non solo in un film che non è un film d’attualità, ma è un film che poi rimane, come un libro che non è un romanzo che dura poche settimane. È un po’ lo spirito dei libri Ubu, che dovrebbero essere senza tempo. Dall’altra parte sarebbe interessante anche un lavoro di creazione, una persona meno conosciuta, un percorso completamente sconosciuto. Però devo tenere insieme anche il mio lavoro di montatore, che poi è quello che mi fa vivere.

Tu sei un montatore tra i più importanti del cinema italiano, ma il teatro in qualche modo fa parte del tuo background famigliare. Ora ti accosti al teatro con i tuoi mezzi espressivi, il cinema, per portare avanti le grandi cose messe insieme da tuo padre, come appunto la casa editrice Ubulibri. Il teatro è una scoperta, una riscoperta?

Jacopo Quadri: Non è che lo sto scoprendo adesso, è anche un modo per conoscere queste persone, e per conoscere il loro lavoro. È sempre un lavoro di scoperta. Ora andrò a vedere la prima di Lehman Trilogy a Milano. La mia conoscenza del teatro era molto disordinata, casuale, nonostante le possibilità. Mio padre non è che a me e mio fratello ci coinvolgesse molto, temeva di creare delusioni per i miei gusti. Sì, quando eravamo piccoli ci aveva portato qualche volta a vedere qualcosa, con esperienze disastrose. Noi ci eravamo ribellati, ci portava a vedere cose d’avanguardia, abbastanza difficili, non propriamente narrative. E quindi si è creato un solco. Quindi sto cercando di recuperare tutto quel percorso che non è stato fatto. Poi è chiaro che i progetti si fanno uno alla volta, ognuno di questi ti richiede un anno e non è che si può conoscere tutto.

E poi, come dicevi, ci sono anche parti “burocratiche”.

Jacopo Quadri: La prima volta ci si può anche lanciare da soli, senza mezzi, in amicizia. Per esempio il lavoro su Ronconi ho potuto farlo perché c’era questo gruppetto di amici, con cui l’abbiamo fatto ma sulla parola, sulla speranza che si recuperasse qualche soldo. Le macchine erano prestate. E poi appena io ho avuto un lavoro importante, il lavoro per Martone, Il giovane favoloso, ho fermato tutto, dal 1 gennaio al 1 maggio, perché dovevo fare un lavoro pagato giustamente. Questo allunga anche i tempi ovviamente.

Di La scuola d’estate prevedete quindi un’uscita in homevideo?

Jacopo Quadri: Sì, credo. C’è l’Istituto Luce, che l’ha in distribuzione. Ma siamo all’inizio del percorso. Per l’uscita in homevideo ci vuole qualcuno che faccia un minimo. Adesso poi si parla di piattaforme online, c’è forse l’interesse di una di queste, francese. Dobbiamo cercare di diffondere questo lavoro, non è che l’abbiamo fatto per noi.

Quindi la distribuzione dell’Istituto Luce potrebbe anche presupporre un’uscita in sala?

Jacopo Quadri: In teoria sì. C’è il marchio all’inizio, animato dell’Istituto Luce. Loro l’hanno messo nel catalogo, fanno un minimo di pubblicità online. Al momento mi sto muovendo come auto-promozione, con uno spirito genuino, non commerciale. Adesso ci sarà una proiezione, gratuita, a Roma al Teatro Argentina, però ho organizzato tutto io. Il Luce potrebbe in effetti dire che bisognerebbe pagare il biglietto, perché bisogna guadagnarci qualcosa. Però adesso lo spirito è un altro. Poi c’è n’è un’altra al Teatro Koreja di Lecce. Adesso stiamo mettendo insieme delle proiezioni così in qualche festival. Ma per ora siamo più per i teatri o per le scuole di teatro, o di eventi particolari. E poi andrà su Rai 5, grazie a Rai Cinema.

Info:
Il sito del Centro teatrale Santacristina
La scheda di La scuola d’estate sul sito del Festival di Rotterdam

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