Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?

Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?

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Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? narra l’avventura picaresca di Alberto Sordi e Bernard Blier, alla ricerca in Angola del cognato di Sordi, di cui non si hanno più notizie da mesi. Ettore Scola firma una delle poche commedie italiane focalizzate sul colonialismo e sul crollo dell’ideale occidentale.

Titì nun ce lascia’!

Fausto Di Salvio, un editore, parte per l’Angola in compagnia di un suo fedele collaboratore, il ragionier Ubaldo Palmarini, allo scopo di ritrovare il cognato Oreste (Titino) Sabatini, andato in Africa anni addietro lasciando la moglie Marisa, e del quale manca da mesi qualsiasi notizia. Seguendo le tracce che questi si è lasciato alle spalle, i due scoprono che Titino è stato di volta in volta camionista, mercenario, missionario, ingegnere… [sinossi]

Ettore Scola, è Concorrenza sleale a suggerirlo, da bambino deve essere stato un lettore accanito delle avventure eroicomiche di Cino e Franco, che partivano alla volta dell’Africa per vivere le peripezie narrate in fumetti dai titoli sgargianti come Sotto la bandiera del re della giungla, La misteriosa fiamma della regina Loana (da cui figliarono prima una arcinota storia di Romano Scarpa, Topolino e la fiamma eterna di Kalhoa, e quindi addirittura un romanzo di Umberto Eco), La pattuglia dell’avorio. Con ogni probabilità Scola, e anche Age e Scarpelli – con i quali collaborò, solo rimanendo fermi alle sue regie, in sei occasioni a partire proprio da Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? – dovevano essersi fatti le ossa anche sulle pagine di Tartarino di Tarascona di Alphonse Daudet, tradotto in immagini nel 1934 da Raymond Bernard su sceneggiatura di Marcel Pagnol e quindi nel 1960 da Vittorio Brignole in un film televisivo commissionato dalla Rai. Di nuovo Romano Scarpa, nella storia Topolino e il Pippotarzan, narra di una spedizione nell’Africa nera, dove il fratello di Pippo, Pappo, è scomparso decenni prima; altra lettura di certo non sconosciuta agli autori.
Queste sono le naturali conclusioni alle quali si approda durante la visione di Riusciranno i nostri eroi…, il film che nel 1968 sdoganò in maniera definitiva Ettore Scola nelle vesti di regista. Alberto Sordi e Bernard Blier, rispettivamente impegnati nei panni dell’editore Fausto Di Salvio (che si vanta di aver dato vita alla collana “I grandi amori d’oggi: da Jacqueline a Sandrocchia”) e del suo fedele ragioniere Ubaldo Palmarini, possiedono sia lo spirito d’avventura di Cino e Franco e di Topolino e Pippo, sia la sprovveduta inadeguatezza e naiveté di Tartarino. A sintetizzare questo concetto basta la mise di un entusiasta Di Salvio all’arrivo in Angola, con quell’aria retrò da avventuriero che viene immortalata dal super-8 di un abitante del luogo, vestito all’europea.

Ed è proprio sul falso mito dell’avventura, sull’idea dell’Africa come luogo puro, vergine, intaccato dalla frenesia capitalista del mondo occidentale, che Riusciranno i nostri eroi… affonda con maggiore crudeltà i suoi colpi di fioretto. L’Angola, all’epoca ancora sottomessa al Portogallo di António de Oliveira Salazar (che proprio nel 1968 dovette cedere, causa malattia, il potere a Marcelo Caetano), e che avrebbe ottenuto l’indipendenza solo dopo una sanguinosa guerra civile, è descritta come una terra allo sbando, in cui gli autoctoni sono trattati alla stessa stregua degli animali: possono essere sfruttati per i lavori più indigesti, come i maschi del villaggio che sono costretti a sorreggere il ponte diroccato di legno su cui deve passare la Land Rover di una coppia portoghese che sta accompagnando i protagonisti. Proprio questa sequenza acquista un valore centrale all’interno della narrazione orchestrata dal trio Age/Scarpelli/Scola: non solo il tono si mantiene in perfetto equilibrio tra comico, grottesco, patetico e drammatico, ma l’episodio segna anche il primo riscatto di Di Salvio, figura a suo modo sconfitta e tragica, editore di successo (ma che ama definirsi un “proletario dell’editoria”, e accusa i lavoratori di essere i nuovi conservatori, privi di slancio e di passione) che non sopporta la giungla capitolina e vorrebbe solo vivere nei grandi spazi della savana, del deserto, della foresta tropicale. L’alta borghesia insoddisfatta e ammaliata da sogni di gioventù (Sordi cita più volte Sandokan e il suo fido Kammamuri, ma anche Cuore di tenebra di Józef Teodor Nałęcz Konrad Korzeniowski, alias Joseph Conrad) cui si contrappone il ragioniere, parvenu del capitalismo che ha appena assaporato i resti del banchetto materialista e non vuole abbandonare già il desco.

Si muove in direzione della commedia picaresca, Riusciranno i nostri eroi…, ma mantiene fermo uno spirito profondamente agrodolce, tipico della commedia all’italiana, cui aggiunge sferzate di satira sociale mai allineata, in cui il politico si fa sempre popolare, e viceversa. Non ha necessità di immergersi in un percorso moralizzatore, Scola, perché gli bastano pochi accenni di battute serviti al momento giusto per lanciare stilettate avvelenate all’ipocrisia di un Occidente moribondo, obeso, pronto a denigrarsi pubblicamente ma mai capace di allontanarsi dal proprio standard di vita. Quando Benedetto Campi, il camionista che accetta di dare un passaggio a Sordi e Blier, sentenzia parlando di un camion che li precede “è un negro, se era un bianco cor cavolo che ci faceva passare!”, lo spettatore ha già compreso tutto, un modus vivendi, la costruzione di un pensiero, un universo umano.
Tra europei impazziti al caldo del deserto, missionari appassionati di entomologia, mercenari allo sbando, negrieri e improvvisati ladri di identità, i “nostri” attraversano un mondo che si sta già sgretolando, aprendo le crepe di quel post-colonialismo dal quale l’Africa (in buona colpa per responsabilità delle nazioni europee) non sembra minimamente in grado di emanciparsi.
Un sogno/incubo sintetizzato in maniera eccellente dalla regia di Scola, sorretta e agevolata dal subliminale montaggio di Franco “Kim” Arcalli – alcuni passaggi del film sono tra i più ispirati della lucente per quanto breve carriera del montatore romano – e dall’elegante colonna sonora di Armando Trovajoli.

Tra le più riuscite commedie vacanziere dell’intera storia del cinema italiano, Riusciranno i nostri eroi… presenta un profluvio pressoché inarrestabile di battute, gag, sequenze comiche, tutte inesorabilmente destinate a centrare il bersaglio (valga per tutti l’esempio della carica del rinoceronte al camion). E in qualche modo, alle sue spalle, sembra muoversi l’ombra de Il buono, il brutto, il cattivo, sceneggiato un paio di anni prima da Age e Scarpelli insieme a Sergio Leone e Luciano Vincenzoni: anche nell’Africa di Scola, come nel New Mexico di Leone, si concentra un’umanità sbandata, alla perenne ricerca di un agone che non può sostenere, pronta a decollarsi per un passo in avanti, fosse anche inerte. E innamorata di una terra a suo modo impossibile, come il villaggio in cui Titino si è rifugiato nelle vesti di stregone.
Perché Roma è una giungla inarrestabile, e alle macchine che asfissiano le strade non si può sparare con la stessa sicumera usata da uno dei tanti accompagnatori dei nostri eroi nei confronti di un’antilope. Il riso che prorompe da Riusciranno i nostri eroi… era già ghigno nel 1968. Oggi, quasi cinquant’anni dopo, si approssima alla tragedia.

Info
Riusciranno i nostri eroi…, una sequenza.
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