Del perduto amore

Del perduto amore

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In dvd per Mustang Entertainment e CG Del perduto amore, significativa testimonianza di un rinnovato metodo popolare italiano in via di definirsi negli anni Novanta. Protagonista Giovanna Mezzogiorno, al suo secondo film.

Giunto al suo quarto film da regista dopo i lusinghieri apprezzamenti per Un eroe borghese (1995), Michele Placido si dedicò a un ripiegamento nella sua sfera personale, recuperando in parte memorie autobiografiche per restare però in qualche modo nel territorio del cinema civile. Del perduto amore (1998), riproposto in dvd da Mustang Entertainment e CG, racconta infatti le vicende di un paese rurale del profondo sud lucano-pugliese degli anni Cinquanta, decisamente lontano rispetto alle logiche della ricostruzione che animavano l’Italia del decennio postbellico. O meglio, il paesello reinterpreta le tenui propaggini della ricostruzione fin là arrivate secondo coordinate locali, per lo più radicate in conflitti tra familismo cattolico, convenienza politica, perbenismo democristiano, sussulti comunisti e diffuso spirito clientelare. Tra le tante figurine del presepe italico narrate, emerge protagonista la maestrina rossa Liliana, poco più che ventenne ma appassionata divulgatrice di nuove idee e libertà, a cominciare dal ruolo dell’educazione scolastica e della pedagogia per finire con accese rivendicazioni di visibilità sociale per la donna secondo linee di protofemminismo.
Il vero protagonista è però un bambino, Gerardo (curioso: è il nome del vero fratello di Placido, Gerardo Amato), cacciato dal collegio per un presunto episodio di omosessualità e deciso a farsi prete. È lui da adulto, fattosi davvero sacerdote, a rievocare durante una santa Messa gli accadimenti di quel lontano 1958, quando alla sventurata Liliana, cardiopatica e rimasta vittima di un malore durante un comizio elettorale, fu rifiutato pure il servizio funebre in chiesa per le sue simpatie comuniste.

Come è evidente, Placido continua nel solco del cinema d’impegno civile del suo film precedente, già ravvisabile del resto anche in Pummarò (1990) e Le amiche del cuore (1992). Successivamente, l’impegno civile resterà da sfondo per prodotti più marcatamente di genere. Nel caso di Del perduto amore l’intenzione di gettare uno sguardo alle “cose del nostro Paese” si sposa in modo stringente a un impianto decisamente melodrammatico, spirito narrativo che in forme più o meno accentuate informa tutto il cinema di Placido.
Ad animare l’autore-Placido è infatti fin dagli esordi il desiderio di rifondare narrazioni di chiara e palese impronta popolare, una sorta di nuova “normalizzazione” dopo anni difficili per il nostro cinema a livello produttivo e distributivo. Con Del perduto amore Placido si fa interprete in qualche modo anche del tempo in cui il film vede la luce: sono gli anni del centrosinistra ulivista al governo, quando prende terreno a poco a poco uno spirito riformatore e fortemente didattico, che tende spesso a smussare gli angoli e anche a sublimare conflitti ideali protrattisi per anni. Gli anni di un primo embrionale “cinema veltroniano”, in cui sì i cattivi sono tutti da una parte, ma anche “noi” abbiamo le nostre colpe.
In tal senso Del perduto amore appare sintomatico per più versi: la distribuzione manichea dei personaggi (ma al fondo piuttosto indulgente verso tutti), la facile e assolutoria autocritica verso gli errori storici del PCI e verso le sue rigide dinamiche interne, e, non ultimo, la storia fatta col “senno di poi”, vera pietra tombale su qualsiasi opera narrativa che abbia ambizioni di affresco sociale e culturale.
Altro sintomo forte è il carattere scialbo del bambino protagonista: facendo confluire in lui i dibattiti ideali e la lacerazione tra modelli di vita tra loro divergenti, Placido confida fin troppo nel suo piccolo Gerardo, piazzando spesso nelle sue parole conflitti enormi e piuttosto incredibili per un ragazzino alle soglie della vita. Nell’incapacità di scegliere che caratterizza il bambino, ben inculcata da una cultura pesantemente maschilista e repressiva, sembra riecheggiare un metaforico “significato profondo” intenzionalmente costruito: l’Italia che non sa scegliere, che non ha il coraggio di assumersi il peso e le responsabilità di vere decisioni o adesioni a ideali, che fugge dalle scelte forti (non a caso Gerardo finirà per “nascondersi” negli abiti talari). Ma a ben vedere tale impedimento alla scelta sta nel film stesso e nella sua costruzione. Il “cinema veltroniano” revisiona, rilegge, suggerisce, rievoca, ma sostanzialmente non sceglie e assolve, perché il passato è passato, vogliamoci bene e ora dedichiamoci insieme al futuro. Un ecumenismo che non risparmia nessuno, tanto che il pur spregevole e macchiettistico fascistello interpretato da Sergio Rubini suscita più volte il sorriso dell’indulgenza.

Come già dicevamo qualche tempo fa per Le amiche del cuore, anche in Del perduto amore possiamo ritrovare tracce di un metodo che farà poi la fortuna della nascente fiction televisiva. Siamo ormai invasi da miniserie RAI che rievocano figure o momenti della nostra storia secondo la solita esausta impostazione: il metodo Rulli-Petraglia, agiografico, spesso meramente illustrativo e mai veramente problematico. Del perduto amore, che pure è stato scritto da altri, si accomuna a tale metodo. È animato da uno spirito più arrembante e sanguigno, ma le coordinate narrative restano molto simili. Ne è prova la figura di Liliana, che snocciola centoni di riformismo e non appare mai sorretta da una vera costruzione psicologica. A conti fatti, di lei non sappiamo niente; si profila come una rara figura di donna istruita in un contesto torvamente rurale, al centro di ovvie diffidenze da parte della comunità benpensante, che trova disdicevole anche il suo aggirarsi per il paese in lambretta. È la protagonista, insomma, di una generale semplificazione dei conflitti, tutti ricondotti in una dimensione popolare che più trasparente non si può.
Non si può certo rimproverare a un film di essere ciò che vuole essere. Placido si è sempre battuto per un cinema a pronta presa, che andasse a rioccupare uno spazio lasciato drammaticamente vuoto nel contesto italiano in particolare a cavallo tra anni Ottanta e Novanta: quello di un cinema serio ma non elitario, che parla alla pancia del pubblico tramite un linguaggio chiaro e ben riconoscibile e secondo un generale spirito didattico. Melodramma, emozioni forti, personaggi bidimensionali e/o giganteschi nella loro definizione precostituita.

Vero è che, una volta ammessa l’intenzione autoriale, la conclamata mancanza di sottigliezza del cinema di Placido non trova grande sostegno nemmeno nell’impianto formale. Si tratta di un problema più generale che riguarda molto cinema italiano degli anni Novanta: una disinvolta alternanza stilistica, un eclettismo probabilmente dovuto più a ragioni contingenti che a scelte autoriali.
Del perduto amore assomma infatti brani in esterno di notevole gusto pittorico (alcune inquadrature paesaggistiche sono tra le cose migliori che Placido abbia mai girato), elaborati piani-sequenza sterilmente preziosistici, e interni spesso artefatti, poco verosimili e para-teatrali. Un esempio su tutti, l’irritante e interminabile sequenza della visita del dottor Satriano a casa dell’anziano zio di Liliana, bigottissimo notabile democristiano. Si allungano ombre sulle pareti che mostrano una poco accorta gestione delle luci in interni, si chiude l’inquadratura con un’assurda e infinita coda pretestuosa, si mettono in bocca ai personaggi battute che gridano vendetta. “Noi prima o poi governeremo questo Paese insieme”, dice il democristiano al dottore socialista; “Voi vi vedo meglio coi fascisti”, risponde lui. Un cenno alla successiva e funesta collaborazione DC-PSI, e una profezia autoavverante sul governo Tambroni (siamo nel 1958, appena due anni prima). È un principio che informa tutta l’opera, che crea immediati appigli interpretativi per il grande pubblico ma che rimane sostanzialmente inerte, del tutto lontana dallo stimolo a una vera riflessione storico-sociale.
A tale spettacolo così concepito concorre l’uso invasivo e magniloquente del commento musicale di Carlo Crivelli, che mira al racconto solenne di un sacrificio quasi mistico di una “santa comunista” agli ideali. A voler essere maliziosi a ogni costo, la figura di santa comunista non appare poi molto aliena agli anni in cui Del perduto amore fu realizzato. Anche l’Ulivo di Romano Prodi somigliava molto a un’armata Brancaleone in cui santi ed ex-comunisti si mischiavano fino alla simbiosi.

Resta comunque il dato indiscutibile di un cinema quietamente professionale e di un apprezzabile tentativo di tornare a raccontare storie col supporto di un buon cast d’attori, in via di affermarsi come neo-divi di un rifondato star system nazionale: Giovanna Mezzogiorno (al suo secondo film), Fabrizio Bentivoglio (il migliore del mucchio, padre sensibile e doloroso), Rocco Papaleo, Enrico Lo Verso, Sergio Rubini… A rivederlo oggi, Del perduto amore si fa testimone di un cinema popolare italiano faticosamente in cerca di se stesso, dopo essersi smarrito lungo gli anni Ottanta e aver subito un tracollo produttivo ed espressivo di rara violenza. Eclettico e stilisticamente confuso anche perché malconcio e risorto dalle macerie. Facilone per naturale ispirazione, e forse pure per necessità. Un’araba fenice, che in fin dei conti non ha tuttora ritrovato una nuova fisionomia del tutto convincente.

Info
La scheda di Del perduto amore sul sito di CG Home Video.
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