Blackhat

Blackhat

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Con Blackhat Michael Mann firma un cyber-thriller in grado di essere virtuale e muscolare allo stesso tempo, omaggia il cinema hongkonghese e scrive una nuova pagina nella storia dell’action.

Duello al software

Cina: un’esplosione in una centrale nucleare provoca la morte di alcuni operai e il rischio di fusione del nocciolo. Wall Street: improvvisamente il prezzo della soia impazzisce, portando alla paralisi del mercato. Dietro questi atti c’è un blackhat (un hacker criminale), e sulle sue tracce si mettono i servizi cinese e statunitense. Ma è indispensabile l’aiuto del genio dell’informatica Nicholas Hathaway, che sta scontando una pena a quattordici anni per aver truffato delle carte di credito… [sinossi]

“Quando un uomo con il fucile incontra un uomo con il wi-fi, quello con il fucile è un uomo morto”. Potrebbe anche essere sintetizzato così il senso intimo di Blackhat, nuovo capitolo della poetica di Michael Mann; prendendo in prestito gli aforismi leoniani e adattandoli a una realtà in cui la guerra, ben lontana dall’estinguersi, ha trasformato le proprie armi. Non più i fucili e le pistole di Heat e Public Enemies, e tanto meno i tomahawk prossimi alla scomparsa di The Last of the Mohicans: le armi utilizzate dal blackhat contro cui combattono i servizi segreti statunitense e cinese sono invisibili. E distruttive come non mai.
L’infinitesimale, il non tangibile. Parte da qui, Blackhat, e da qui si articola in ogni sua minima sfaccettatura. Michael Mann, coadiuvato in fase di scrittura da Morgan Davis Foehl, affronta la sua nuova fatica dietro la macchina da presa lavorando fin dall’incipit sulla struttura. La struttura degli oggetti e degli edifici, tra le cui inevitabili crepe può infiltrarsi il germe della distruzione; la struttura della società del Capitale, cui basta uno squilibrio numerico per crollare nella più devastante delle crisi; la struttura umana, fatta di muscoli e cervello e atta allo scontro più di qualunque altra cosa; la struttura stessa dell’action, rielaborata mescolando con rara sapienza ed eleganza la prammatica hollywoodiana alle sirene hongkonghesi.

Ed è in una struttura di massima sicurezza che è bloccato Nicholas Hathaway, genio dell’informatica poco più che trentenne imprigionato per aver truffato un numero non indifferente di carte di credito. Bloccato da un punto di vista puramente materiale, perché per beffare le guardie non gli occorre altro che una rete wireless. Senza fili, invisibile. È un ectoplasma della società occidentale, Hathaway, messo sotto chiave perché impossibile da trattenere, deflagrante, pronto a espandersi come un’entità immateriale. Eppure, come ogni eroe del cinema di Mann, è fatto di carne, muscoli, ossa. Può essere ferito, non è certo immortale. È un uomo in un mondo disumanizzato, in cui la macchina inanimata ha il potere di vita e di morte su migliaia di persone. Basta un virus ben piazzato, basta conoscere le debolezze di un sistema operativo, è sufficiente saper controllare un hardware. E quello lo si può fare anche a chilometri di distanza.
L’incipit di Blackhat, dominato da un utilizzo avant e retrò allo stesso tempo della computer grafica, è la messa in mostra di una contemporaneità in cui tutto si svolge sotto ai nostri occhi senza che questi possano in alcun modo afferrarne la pericolosa verità.

Per una parte del film il duello tra Hathaway/ghostman (questo il nickname che ha scelto per interagire online con il villain della situazione) e Sdksdk è combattuto a colpi di tastiera, a migliaia di chilometri l’uno dall’altro. Non per questo si tratta di un agone meno feroce o crudele. Ma non è materiale. Quasi tutti i rapporti interpersonali che si sviluppano in Blackhat si tengono a distanza dal tocco, dal contatto epidermico: l’eccezione, inevitabilmente destabilizzante, riguarda Hathaway e Lien Chen. Per il resto, tutti i protagonisti di Blackhat affrontano una guerra ingabbiati nei rispettivi ruoli, quasi impossibilitati ad andare oltre la loro mera funzione narrativa.
Solo il mondo “wireless” ha davvero il potere di muoversi, spostarsi, cambiare continuamente direzione: gli altri, gli umani, sono soggetti passivi, riottosi e caparbi quanto si vuole, ma costretti, vittime imprigionate. L’orrore reale disegnato da Mann non è nella follia terrorista di Sdksdk, ma nella caducità dell’uomo di fronte alle tecnologie che ha inventato per (paradosso tra i paradossi) “vivere in sicurezza”. I cellulari di Blackhat, gli smartphone, i computer, le videocamere a circuito chiuso, non muoiono mai: rimangono attivi anche quando il rispettivo proprietario è morto o rantolante a terra. Rimangono vivi, al di là di tutto, oltre l’umano, e continuano ad accumulare dati, a immagazzinarli, a distribuirli a chi li sa rintracciare.
L’unico modo che ha Hathaway per recidere questo mostruoso cordone ombelicale che lega l’uomo/padrone-vittima alla macchina/creatura-carnefice è quello di eliminare l’ectoplasma e tornare a essere carne e sangue. L’unico modo per (soprav)vivere è ritornare a quel che si era, eroe manniano con molte macchie, ma senza alcuna paura. Così, quando ai panorami artificiali (ma non paradisiaci) si sovrappone finalmente il mondo “reale”, nella parentesi indonesiana della storia, c’è finalmente la possibilità di affondare i coltelli nel corpo dell’avversario.

Ma la soluzione può essere solo temporanea, come già accaduto durante la sparatoria a Hong Kong, in cui emergono retaggi di John Woo e Johnnie To; perché quella di Hathaway è una fuga oltre che una battaglia. Una fuga da un mondo che lo vorrebbe in catene, e che non riesce ad accettare una libertà d’azione così dirompente. Per questo Hathaway e Lien corrono da un luogo all’altro, neanche fossero i protagonisti di un videogioco in cui si deve superare un mondo per accedere a quello successivo, eternamente senza scampo eppure ancora in grado di respirare, di vivere, di essere “umani”. Melò che si fa action, action che accarezza il noir giocando con un futurismo che è già passato, Blackhat è un canto dimesso, l’ennesima elegia di creature destinate all’estinzione: era già così in The Last of Mohicans, Heat, Collateral e Public Enemies. Tutto muore, e negli occhi vitrei rimane solo il riflesso di un grattacielo. Immortale.
La macchina (digitale?) ha vinto. Ma i polmoni si aprono e richiudono ancora. C’è tempo per un’altra fuga. Ancora una volta, ancora una volta.

Info
Il trailer di Blackhat.
Blackhat, il sito ufficiale.
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