Cenerentola

Cenerentola

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Per la sua versione di Cenerentola, Kenneth Branagh fa una netta scelta di campo per la filologia, rifacendosi alla versione animata disneyiana, ma restituendo anche uno sguardo fresco e personale sulla vicenda.

Il canone e la fluidità

La vita di Ella, figlia felice di un mercante e di sua moglie, cambia radicalmente quando sua madre si ammala e muore. Dopo un periodo di lutto, l’uomo si risposa con Lady Tremaine, vedova meschina e piena di rancore, madre di due perfide ragazze, Anastasia e Genoveffa. La ragazza cerca di adattarsi al meglio alla nuova situazione, ma la tragedia bussa di nuovo alla sua porta quando anche suo padre, durante un viaggio di lavoro, scompare improvvisamente. Ridotta a vivere da serva nella sua stessa casa, Ella fugge a cavallo nel bosco, e qui incontra un misterioso e affascinante giovane… [sinossi]

Le fiabe non smettono di parlare ad ogni generazione, di chiamare a nuove letture, interpretazioni, ri-narrazioni e contaminazioni. Il rinnovato interesse di Hollywood per il genere, manifestatosi in particolar modo nelle ultime stagioni, è l’ennesima prova della natura di una forma narrativa che è “fluida” per eccellenza, incapace di fissarsi ma sempre pronta ad adattarsi a strutture, contenitori, medium diversi: in pochi anni, abbiamo avuto (tra gli altri) la Biancaneve postmoderna di Tarsem Singh, quella di derivazione twilightiana di Rupert Sanders, gli Hansel e Gretel guerrieri di Jeremy Renner e Gemma Arterton, quelli adolescenti e contemporanei diretti da Duane Journey. Letture, modellamenti e ricollocamenti di archetipi, di varia riuscita, che presto vedremo intrecciarsi e dialogare tra loro nell’esperimento forse più ardito e rischioso, quello compiuto da Rob Marshall nel suo Into The Woods.
Spesso e volentieri affascinato dagli archetipi, e già trovatosi, nella sua carriera, ad affrontare operazioni apparentemente lontane dal suo mondo (il Frankenstein di Mary Shelley, il recente Thor) Kenneth Branagh sceglie, per il suo Cenerentola versione 2015, di affidarsi a quello che, nell’immaginario collettivo, si è posto come “canone”: la versione animata disneyiana del 1950, a sua volta ispirata alla lettura della fiaba data da Charles Perrault. Parliamo di canone con tutte le cautele del caso, ovviamente, dato l’appena ricordato carattere “fluido” del genere; ma è indubbio che, a differenza di quanto hanno fatto autori come Singh o Marshall, il cineasta irlandese fa una netta scelta di campo per la filologia, il richiamo alla memoria e al piacere del riconoscimento, l’innesto di elementi di modernità su un nocciolo duro forte e improntato alla classicità.

La Cenerentola di Branagh si chiama Ella, ha il volto della giovane Lily James, e il suo campo d’azione si colloca in un contesto che ha qualche similitudine con la Gran Bretagna ottocentesca. L’attenzione, per tutta la prima parte del film, agli elementi che sottolineano la geografia dei luoghi (il padre che parla scherzosamente in francese, l’arazzo giapponese visibile in più di una scena) rafforzano la collocazione della storia in un contesto realistico: la magia, per Ella e la sua famiglia, è elemento solo ipotetico, richiamato da sua madre in uno dei primi dialoghi del film (il riferimento alla “fata madrina” e alla necessità di credere nei prodigi) ma lontano dall’orizzonte di una vicenda umana con i piedi ben piantati in terra. È la verosimiglianza, al di là dell’espediente della voice off e di qualche, ovvia concessione al modello (i topolini domestici), la cifra stilistica scelta da Branagh e dallo sceneggiatore Chris Weitz per la prima metà del film, quella che arriva fino ai preparativi del ballo; verosimiglianza sottolineata dall’accento sulle differenze sociali tra la nobiltà di palazzo e la famiglia della protagonista (esponenti di una borghesia mercantile sempre a un passo dallo scendere nella scala sociale), dall’irruzione iniziale, semplice e realistica, della tragedia nella vicenda della famiglia, dalla presentazione fin da subito complessa e sfaccettata del personaggio della matrigna, col volto di una straordinaria Cate Blanchett. Proprio la complessità di quest’ultima, villain di cui vengono colte al meglio le potenzialità, non semplice strega monodimensionale ma donna toccata e contaminata dal dolore, rivela dell’approccio fedele e personale insieme che lo script adotta per gli archetipi: l’emersione di precisi tratti in ogni singolo personaggio, l’accento posto sul processo di crescita della protagonista e sulla presa di coscienza delle proprie potenzialità, l’elemento forte della corsa nel bosco e dell’incontro col principe interpretato da Richard Madden, vero punto nodale dell’intera narrazione.

Lo sguardo del regista sui personaggi, che innesta elementi di innovazione su un tessuto narrativo solido e all’insegna del rispetto per la tradizione, rappresenta il contributo principale di Branagh a questa nuova versione di Cenerentola. Della sua Ella, più del tradizionale carattere remissivo (lascito della promessa di gentilezza fatta a sua madre) viene messa in luce la capacità (magari espressa sottovoce, ma innegabile) di prendere in mano il proprio destino; contraltare ideale a un’antagonista (la matrigna) che, invece, dallo stesso destino si è lasciata sopraffare. La stessa attenzione viene dedicata alla figura di un principe (di cui viene, emblematicamente, rivelato da subito il nome) di cui lo script descrive, pur a grandi linee, l’insofferenza per la vita di palazzo; ma di cui viene evidenziato anche il carattere di bersaglio (possibile) delle macchinazioni politiche ordite dal granduca interpretato da Stellan Skarsgard, in accordo con Lady Tremaine. La politica e i meccanismi del potere, temi spesso e volentieri trattati dal regista, fanno capolino anche tra le maglie di un racconto che resta comunque sostanzialmente (e diremmo anche orgogliosamente) fedele al suo modello.

Per il resto, la Cenerentola branaghiana restituisce allo spettatore esattamente ciò che si aspetta, in un tripudio di tecnica che, per una volta, viene messa al servizio della narrazione: virtuosismi registici, elaborati piani sequenza (Branagh si, e ci, diverte, soprattutto nella lunga scena del ballo, e nel rocambolesco ritorno a casa della protagonista), magniloquenza di costumi e una gestione delle scenografie (opera di Dante Ferretti) che sottolinea al meglio il passaggio tra la cupezza decadente della residenza della protagonista e lo splendore, visivamente ubriacante, del palazzo. Qualcuno potrebbe forse obiettare che il tocco del regista, in un’operazione come questa, si veda meno che in passato; l’ovvia risposta è che ciò, di fatto, è il risultato della deliberata scelta da parte di Branagh di fare un passo indietro, lasciando che sia il racconto a guidare (e orientare) le scelte di messa in scena. Scelte che restituiscono comunque, complessivamente, uno sguardo più fresco ed elegante di quando rilevato in altre operazioni del cineasta, come il recente (e comunque non disprezzabile) Thor. Considerate le premesse del progetto, e la sua dichiarata opzione di campo per una classicità che non fosse mero gusto retrò, l’operazione può dirsi decisamente riuscita.

Info
Il trailer di Cenerentola su Youtube.
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