In the Bedroom

In the Bedroom

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Per Mustang Entertainment e CG torna in dvd In the Bedroom, acclamatissima opera prima di Todd Field. Dramma torvo e gelido, che tuttavia si conferma fortemente sopravvalutato.

A suo tempo In the Bedroom fu un botto. Ebbe un’accoglienza critica ampiamente favorevole, mise d’accordo più o meno tutti, e in molti restarono anche sorpresi che nella corsa per gli Oscar non avesse raccolto nessun premio a fronte delle sue 5 candidature in alcune delle categorie più importanti. Sceneggiatura di ferro, trio di attori in grandissimo spolvero (Sissy Spacek, Tom Wilkinson e Marisa Tomei), e capacità di affondare il coltello nel tessuto sociale-familiare della middle class americana con rara crudeltà. In tanto entusiasmo, già all’epoca della sua uscita noi ne avemmo un’impressione meno folgorante. Rivisto oggi, a distanza di circa quindici anni, riconferma in modo forse ancor più stringente le perplessità di allora.
Il 2001 si rivelò casualmente come l’anno cinematografico delle atroci riflessioni sul lutto più straziante e indicibile, quello della perdita di un figlio in giovane età. Furono frequenti e immediate le associazioni tra In the Bedroom di Todd Field e La stanza del figlio di Nanni Moretti, che tra l’altro mostravano anche una singolare convergenza nel titolo (anche se le “stanze” a cui i due film si riferiscono sono luoghi assai diversi, e dal peso metaforico fortemente distante). In realtà si tratta di due opere che hanno in comune solo una parte del materiale narrativo, e che si sorreggono su riflessioni e discorsi, cinematografici e non, assai lontani tra loro. La stanza del figlio evocava un dolore universale e chiudeva il proprio discorso tutto all’interno del nucleo familiare. In In the Bedroom, al contrario, la trattazione resta sì chiusa fino all’asfissia esistenziale nelle quattro pareti della famiglia Fowler, ma evidenzia un’urgenza più stringente di significazione socio-antropologica.
Come testimonia anche il suo film successivo e assai più riuscito Little Children (2006), Todd Field è animato da un intento di pessimistica radiografia centrata sull’universo della borghesia americana, osservata con lo sguardo cinico e glaciale di un entomologo alle prese con piccoli insetti ansiosi e più o meno psicotici. In tal senso la famiglia Fowler di In the Bedroom non vuole significare solo se stessa, né tantomeno trasformarsi in sineddoche universale (La stanza del figlio), bensì racconta secondo Field una porzione d’America e la sua relativa fenomenologia del lutto. Non tutti, certo, si trasformeranno in spietati padri e madri vendicatori, ma, pare voglia dire Field, questa violenza è una potenziale e latente manifestazione di tutto un preciso modo di pensare e di vivere. Fa parte, insomma, delle leggi non scritte di uno statuto antropologico tipicamente medio-americano. Non sarà un mondo di soli assassini, ma chiunque potrebbe diventarlo. E soprattutto è una potenziale assassina la comunità sociale, che si richiude su se stessa secondo spietate leggi puritane di inclusione ed esclusione fondate sull’autodifesa e l’ossessione tutta americana per la sicurezza personale.

In In the Bedroom ricopre un ruolo importante un amico, complice fidato per fare giustizia, e il film si chiude su una serie d’inquadrature aeree sulle abitazioni della città. In Little Children la comunità dà vita a una pur giustificata caccia alle streghe contro il pedofilo. A Todd Field piace sommamente fare l’avvocato del diavolo, tentare di turbare lo spettatore ribaltando e mettendo in scacco i convenzionali meccanismi di empatia.
Tratto da un racconto di Andre Dubus, In the Bedroom racconta il dramma di una coppia sui cinquant’anni, Matt e Ruth Fowler, spezzati dall’uccisione del loro unico figlio, poco più che ventenne, che trova la morte in uno scontro a fuoco con l’ex-marito della sua attuale compagna. Dapprima comprensibilmente annichiliti, i Fowler si avventurano poi in un percorso di elaborazione sempre più impossibile. Di fronte a un dolore che non può trovare risposte (e ulteriormente feriti dalla libertà che l’assassino continua a godere in città), moglie e marito finiscono per sbranarsi a vicenda, trovando poi un’illusoria catarsi nella giustizia privata.
Il materiale narrativo è incandescente, a rischio di non peregrine somiglianze con alcuni classici dell’ “ingiusta giustizia” a cui solo l’individuo può porre rimedio (senza voler scomodare Charles Bronson e il suo Paul Kersey, basta andare a ripescare opere terrificanti come La prossima vittima di John Schlesinger, 1996). Ma è evidente che Todd Field si muove su coordinate profondamente diverse. Non condivide certo le decisioni estreme dei Fowler, ma nemmeno le condanna. Le osserva e le racconta con sguardo freddo e distaccato, come rendendo conto di un meccanismo di azione-reazione che rimane latente sotto la cenere di consolidate strutture psico-sociali. In qualche modo, Todd Field sembra suggerire che nell’America da lui raccontata il dolore non è contemplato, e al suo inaspettato manifestarsi il moto istintivo è sostanzialmente di rifiuto. Solo rifiutando il dolore si può lasciare spazio nefasto a rovelli crudeli e a quell’idea di compensazione insita nella vendetta. Un’America, insomma, in cui anche il dolore è gestito secondo principi di dare/avere. Se non ho fatto niente per meritare di soffrire, perché devo continuare a soffrire?

Todd Field ha il merito di aver condotto tale riflessione secondo coordinate nobili e piuttosto lontane dalle consuete pratiche mainstream americane. Più che ancorarsi alla frequente spettacolarizzazione del dolore che caratterizza tanto cinemaccio ricattatorio a stelle e strisce, Field si riallaccia piuttosto alla seria letteratura autoctona, che spesso ha scelto come suo territorio d’elezione proprio quella borghesia di casette bianche con giardino a cui i Fowler appartengono. A cavallo degli anni 2000, del resto tale intento sociologico è ravvisabile in molto cinema americano, a cominciare dall’epocale American Beauty (1999) di Sam Mendes. Ma col folgorante film d’esordio di Mendes In the Bedroom sembra condividere gli stessi paradossali difetti. Si tratta infatti di un cinema preziosamente sceneggiato fino al manierismo, in cui regna sovrano lo script e la sua millimetrica gestione.
Del film di Field infastidisce più di tutto la radicale compostezza, l’algida impaginazione secondo linee vistosamente preordinate. Per estremo paradosso finisce per remare contro al film un eccesso di consapevolezza autoriale: sapere cosa si vuole dire in modo così chiaro e inequivocabile da trasformare in manichea e didascalica un’opera che pure conserva una superficie nobile e ben equilibrata tra la tipica “accessibilità” americana e l’ambizione a significati più profondi. Non vi è il minimo spazio concesso allo spettatore, il percorso è univoco e per nulla immaginifico. Tutto risulta al suo perfettissimo e insostituibile posto, un tassello dopo l’altro, secondo una catena narrativa così “necessaria” da finire nella più pura prevedibilità.
Per prevedibile, sia chiaro, non intendiamo la facilità con cui le scommesse spettatoriali trovano conferma nella catena narrativa, ché anzi questo concorre all’aria di tragica ineluttabilità intorno alla quale In the Bedroom vuol tessere il suo discorso sull’emergere della violenza. Prevedibile risulta invece la veste formale, l’insieme delle scelte autoriali che danno forma al discorso. Così, dopo una prima parte di classica introduzione ai personaggi in chiave di piana commedia borghese-familiare, è facile immaginarsi che l’esplosione della violenza prenderà forma con un classico pugno nello stomaco a spezzare la quiete (Marisa Tomei grida vedendo ciò che lo spettatore ancora non vede, segue poi panoramica in basso che rivela il povero Nick Stahl con un occhio sbudellato da una pallottola). Così, le prime fasi del lutto si avvolgono nel silenzio e nell’indicibile, presentate tramite una facile scansione di inquadrature dei due coniugi soli e distanti, non a caso messe tra parentesi da un susseguirsi di assolvenze e dissolvenze in nero. Così, il progressivo sprofondamento di Matt Fowler nella paranoia vendicativa è sottolineato dalle sue percezioni distorte tramite una soggettiva deformata, in cui l’inquadratura stretta sugli occhi di Matt risponde a una serie di dettagli su bocca e mani eccessivamente rumorose dell’avvocato che gli parla. Così, Ruth può reagire alla visita della mancata nuora solo con uno ieratico schiaffo silenzioso. Infine, è altrettanto prevedibile che dopo tanto ruminare solitario i due coniugi esplodano uno addosso all’altro a tre quarti del racconto, vomitando assurde accuse e recriminazioni reciproche. E appare paradossale che in quella scena madre, tanto attesa e calcolata, si sgonfi rapidamente tutta la tensione, data l’estrema debolezza e verbosità del dialogo. Tutto ciò che è stato sottilmente evocato fino a quel momento, viene didascalicamente enunciato tramite uno scambio di battute iperbolico e incredibile, ai limiti del ridicolo involontario. Una sorta di pentimento in extremis, come se il narratore implicito fosse terrorizzato dal non essere capito fino in fondo.

Non sarà un caso, d’altra parte, se Todd Field non rinuncia nemmeno al brutto vezzo americano della “iper-metafora” iniziale, che racchiude didascalicamente tutto il senso del film e crea risonanze dirette nel titolo dell’opera. All’esordio del racconto, durante un’uscita di pesca in mare Matt Fowler spiega a un bambino come funziona una gabbia per aragoste. Uno dei termini tecnici è “bedroom”, ovvero uno spazio in cui possono stare contemporaneamente due aragoste, a rischio però che i due crostacei si attacchino a vicenda, specialmente se hanno le uova. È evidente che nella “bedroom” così intesa ci finiscano a poco a poco i coniugi Fowler (ma Ruth è non a caso la più maldisposta, la vera ispiratrice della vendetta), sempre più insofferenti uno all’altro e pronti a sbranarsi per trovare un senso a qualcosa di inesprimibile. Così come la loro camera da letto si trasforma in rifugio e prigione, l’unica asfissiante dimora in cui proteggersi vanamente e covare rancori. Non è la sola risonanza pesantemente metaforica inserita nel racconto: basti vedere anche il progetto che il figlio Frank mostra alla sua donna poco prima di morire, uno spazio abitabile per genitori e figli in cui però i relativi reparti sono ben delimitati e distanti, e resta solo una stanza comune al centro dell’appartamento. Elementi narrativi che mostrano una certa intelligenza per la mise en abyme, ma talmente slegati da una necessità di racconto che finiscono per dichiarare solo se stessi, come se affermassero a chiare lettere “Sono qui, perché ci devo essere per far capire il film”.
In questo regno dei paradossi, In the Bedroom si configura perciò come un film di altissima confezione, superbamente interpretato, ma talmente gelido, geometrico e banalmente metaforico da non suscitare la minima risposta nello spettatore. Non si tratta solo di una mancata risposta emotiva, ché anzi Field mira palesemente al racconto distante e anti-empatico. Manca bensì una risposta di qualsiasi genere. Non inquieta, non spaventa per i torvi abissi psichici evocati, non suscita riflessioni a carattere morale. Afferma se stesso, asserisce, così sicuro di ciò che afferma da soffocarsi con le sue stesse mani.

Gli extra sono piuttosto ricchi, ma non particolarmente interessanti. Un backstage, interviste agli attori e al regista, una galleria fotografica, uno spot tv del film, il trailer originale e il trailer italiano.

INFO
In the Bedroom sul sito della CGHV.
Il trailer italiano di In the Bedroom.
In the Bedroom sul sito della Miramax.
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