Modris

Esordio alla regia del lettone Juris Kursietis, Modris è un ritratto impietoso della società nella repubblica baltica, e un racconto di gioventù bruciata che fa molto Dardenne. Un buon lavoro che cade però spesso in facili stereotipi. In concorso al Bergamo Film Meeting.

L’angoscia metropolitana di Riga

Modris potrebbe essere un diciassettenne come tanti, se non fosse per la sua dipendenza dal gioco d’azzardo e un padre che non ha mai conosciuto. Quando la madre decide di intervenire, il ragazzo dovrà fare i conti con se stesso e la società. [sinossi]

Modris e la sua ragazza stanno passeggiando. Li vediamo dall’alto e uno zoom all’indietro allarga l’inquadratura in un campo lunghissimo: i due ragazzi sono dei puntini in un paesaggio fatto di palazzoni squallidi coperti di neve. Questo è l’incipit del film a simboleggiare il vuoto, la desolazione di una società. Ed è l’unico movimento di ripresa netto, preciso, nel suo essere estremo, vertiginoso. Tutto il resto del film sarà governato da una macchina a mano traballante, mai ferma, in un’oscillazione continua, un punto di vista mai stabile, con un uso frequente di panoramiche a schiaffo. Il linguaggio cinematografico torna a quello di Dogma 95 o dei primi Dardenne, che potremmo definire obsoleto, ma in fondo c’è sempre spazio per i revival. Ed è comunque funzionale a raccontare un mondo di alienazione e incomunicabilità.

Modris è un personaggio apatico, insofferente alle regole, che subisce il proprio destino avverso passivamente, ostentando indifferenza. E in ciò è molto ben incarnato dall’attore Kristers Piksa, dal volto espressivo con quel suo notevole naso schiacciato. Modris è capace di compiere un atto di vandalismo, incidere il legno dei banchi nel tribunale, proprio mentre aspetta il suo turno per essere processato. È vittima sostanzialmente di due cose: la ludopatia con la dipendenza dalle slot machine per cui è disposto a qualsiasi cosa pur di recuperare i soldi necessari; e l’assenza di una figura paterna, che la madre lascia intendere che sia un ladro che sta scontando la sua pena, quasi a tracciare un destino che dovrà seguire il figlio. Un’autentica vittima sacrificale.
Kursietis con il suo esordio alla regia – presentato in concorso al Bergamo Film Meeting – racconta impietosamente un mondo dove chi commette un piccolo errore subisce pene che si concatenano in un crescendo, fino a condannarlo all’oblio. Tutto è governato da transazioni economiche, spesso ai limiti della tangente. In un mondo anche architettonicamente angosciante, l’unico sfogo, il divertimentificio legale, è rappresentato dalle slot machine, macchinette concepite con l’unico scopo di spillare soldi. L’unico momento di felicità sembra essere quello in cui Modris e la ragazza si divertono giocando con i carrelli della spesa del supermercato, un gioco improvvisato, non concepito, non programmato come tale. E soldi servono per avere un’informazione dai poliziotti, se il padre è in carcere e dove, per riavere il proprio passaporto, si aumenta la tariffa per velocizzare la consegna. Tutto si paga, anche il fumare all’aperto. E per chi non ha soldi l’unica soluzione è l’interdizione, l’istituto di correzione e poi il carcere. Nessuno si salva, dalla madre che denuncia il proprio figlio, al giudice che emette condanne quantomeno sbrigative.
Kursietis si mostra capace di confezionare la sua opera ma il limite di Modris è quello di soffrire di facili schematismi, scivolando spesso nel macchiettismo, massimo nel personaggio del giudice. In definitiva si tratta del classico compitino ben fatto, ma nulla di più.

Info:
La scheda di Modris sul sito del Bergamo Film Meeting
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