Un revenant

Un revenant

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La retrospettiva sul polar polarizza il Bergamo Film Meeting con buona pace del cinema contemporaneo. Oggi vi parliamo di Un revenant (in italiano Lo spettro del passato), sorta di fantasma dell’opera diretto nel ’46 da Christian-Jaque e che peraltro rappresenta un punto d’incontro con un’altra retrospettiva del BFM, Dopo la prova, dedicata alla confluenza tra cinema e teatro.

Scarpette insanguinate

Il direttore di una compagnia di ballo ritorna dopo vent’anni nella sua città natale, per le prove del suo ultimo spettacolo. Aveva lasciato Lione perché era stato vittima di un tentativo di omicidio da parte del fratello di Geneviève, di cui era innamorato. Decide di vendicarsi usando le sue doti di metteur en scène. [sinossi]

Intrighi di potere, matrimoni combinati per interesse che configgono con le autentiche pulsioni d’amore. In questo polar di Christian-Jaque, riproposto al Bergamo Film Meeting e intitolato in originale Un revenant (in italiano Lo spettro del passato), confluiscono due generi teatrali, il vecchio melodramma, come struttura narrativa, e il balletto, come messa in scena, rappresentazione nella rappresentazione alla Scarpette rosse, con il suo backstage.
Centrale in questa intersezione di modelli di rappresentazione la figura del protagonista Jean-Jacques Sauvage, propulsore della narrazione, metteur en scène tanto della narrazione del film quanto dello spettacolo di danza. Parla in modo ispirato, impostato e, in una scena, alle sue spalle si alza il sipario, a sottolinearne la figura di teatrante. E in questo polar, come in altri della stessa epoca, il taglio delle luci è estremamente antinaturalistico, specialmente sul volto di Geneviève su cui un piccolo occhio di bue evidenzia gli occhi. E può succedere che i personaggi, in prova nella sala teatrale, si rivolgano a un palcoscenico vuoto, che verrà poi riempito sarà da spettatori, in risonanza a quelli reali della sala cinematografica dove sarà proiettato il film.

I richiami, il cortocircuito tra teatro e cinema torneranno in tutto il film. Citati alla lettera Mozart e Prevert, del cui film Les Enfants du paradis (se possiamo non chiamarlo Amanti perduti) tornano non pochi elementi. L’intervallo della rappresentazione, come in To Be or Not to Be (di cui pure non vogliamo che sopravviva il titolo italiano Vogliamo vivere!), diventa un’occasione di ritrovo. E poi la meravigliosa sequenza in cui i teatranti usano l’apposito, anche se ormai obsoleto, cannocchialino da teatro per spiare, osservare dal buco della serratura del palcoscenico, gli spettatori appartenenti all’alta borghesia, sbeffeggiati nella loro ostentata opulenza, nei loro abiti eleganti da sfilata, essi stessi al contempo pubblico e oggetto della rappresentazione, osservati da dei voyeur.

Si arriva così al momento catartico del balletto, le cui riprese mostrano più di un punto in comune con il successivo Scarpette rosse. Come in quel film, la ripresa dello spettacolo è fatta di inquadrature che comprendono sempre elementi esterni al palcoscenico, come riflettori, inservienti, servi di scena. Non teatro filmato, dove l’inquadratura combacia con il palcoscenico, ma una prospettiva superiore, il cinema che rivendica il suo specifico. Si arriva così al momento in cui il ragazzo innamorato di una ballerina si butta, volendosi suicidare, dall’alto del teatro, sul palcoscenico con il balletto in corso. Cala subito il sipario: è avvenuto il Coup de théâtre. Lo spettacolo riprenderà comunque, come a dar ragione alle dame impellicciate in sala che pensano sia caduto solo un irrilevante, e sostituibile, macchinista. Mentre il film si concluderà con un finale alla Casablanca, l’addio struggente davanti a un treno, in questo caso, degli amanti perduti.

Info
La scheda di Un revenant sul sito del Bergamo Film Meeting.

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