L’assassino abita al 21

L’assassino abita al 21

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Primo lungometraggio di Henri-Georges Clouzot, L’assassino abita al 21 è un polar che utilizza gli stilemi della detection classica, alla Agatha Christie, virata però in chiave ironica. Presentato nella retrospettiva Il polar – Nascita e formazione di un genere del Bergamo Film Meeting.

Gli assassini sono tra noi

Una serie di omicidi, commessi nei luoghi più disparati, porta il commissario Wens a indagare, travestito, tra gli ospiti di una piccola pensione. Personaggi strani e altri ambigui, confondono le idee a Wens, che a un certo punto però ha un’intuizione. [sinossi]

Prima delle pagine del romanzo fatte inghiottire alla vittima in Tenebre, prima delle piccole lettere inserite sotto le unghie di Laura Palmer in Twin Peaks, c’è stato il biglietto da visita, vero e proprio, di Monsieur Durand, firma sui cadaveri del killer seriale di L’assassino abita al 21. Polar di Henri-Georges Clouzot che adotta lo schema narrativo della classica detective story, con l’indagine deduttiva, con il whodonit all’interno di un microcosmo chiuso, rappresentato dalla pensione Le mimose e dal ventaglio di possibilità offerto dagli ospiti di quella locanda, secondo la struttura tradizionale del giallo alla Agatha Christie. Ma ben presto la pensione in cui sono confinati tutti i potenziali colpevoli, presentati uno per uno come in una passerella – personaggi bizzarri, un professore, un pastore evangelista, un prestigiatore – si paleserà come un hotel di matti, una gabbia di folli. E il tono del film, anche nei gag all’interno della caserma dei gendarmi, si colloca quasi subito a livello di commedia, di parodia. Siamo più dalle parti di Who Killed Who? di Tex Avery o Invito a cena con delitto.

Presentato nella retrospettiva Il polar – Nascita e formazione di un genere del Bergamo Film Meeting, L’assassino abita al 21 inizia con una scena magistrale. Un clochard, vittima sacrificale, esce da un bar dove ha appena detto agli altri avventori, che lo mettono in guardia circa questo misterioso assassino di cui parlano i giornali, questo fantomatico Monsieur Durand, di essere tranquillo e non credere ai giornali. Passeggia in una strada notturna, bagnata da una recente pioggia. Un’ambientazione archetipica del noir, le luci e il buio e le ombre, i riflessi delle prime sull’asfalto umido che funziona da specchio. La mdp si abbassa a inquadrare un bastone a punteruolo, l’arma del delitto, che viene afferrato da mani che spuntano dai lati dell’inquadratura. Colpo di scena: siamo, e siamo stati finora senza saperlo, all’interno della soggettiva dell’assassino. L’omicidio, feroce, è ormai ineluttabile. La prima scena di uccisione nel film è già una parabola della visione e prelude a tutto un cinema che verrà, da Peeping Tom a Dario Argento, l’estetica del delitto, la bellezza dell’uccisione e della morte.
Clouzot è capace di citare, in un dialogo, quell’assassino “dei giorni nostri” di Düsseldorf, riferendosi al serial killer che ispirò M – Il mostro di Düsseldorf. E mostra un grande senso di composizione dell’immagine. Nella scena per esempio dell’interrogato con alle spalle un’ombra enorme, da Ivan il terribile; o in quella della tre bambine, a grandezza scalare, in prima fila tra il pubblico dello spettacolo di magia.
E arriva alla scena straordinaria del prestigiatore, che trova nella sua cassa magica, invece della ragazza che doveva riapparire, ancora un cadavere con il biglietto da visita di Monsieur Durand. Il meccanismo del whodonit del giallo classico è in effetti simile a un gioco di carte da prestigiatore, con il mettere sul tavolo le varie figure, mescolarle, pescare una carta dal mazzo, il colpevole, che non è mai quella che ci si aspetta. Cosa che in effetti si verificherà anche qui, con tutta la parte, claustrofobica, da camera, nella pensione Le mimose, al numero 21 di avenue Junot, sorta di villa de L’angelo sterminatore, universo chiuso, concentrato, da cui non si può uscire.

Info
La scheda di L’assassino abita al 21 sul sito del Bergamo Film Meeting.

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