Latin Lover

Latin Lover

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Una commedia corale e al femminile con, sullo sfondo, la grandezza di un cinema – il nostro – che non tornerà più. Latin Lover di Cristina Comencini ondeggia tra malinconia, nostalgia ed evasione perdendosi nella vacuità e nella mediocrità del presente.

Ogni notte cambiavi faccia

Saverio Crispo, il grande attore del cinema italiano, è morto dieci anni fa. Le sue quattro figlie, avute da mogli diverse in altrettante parti del mondo, si radunano nella grande casa del paesino pugliese dove l’attore è nato… [sinossi]

I nani sulle spalle dei giganti. Eccoci qua, tutti inclusi, al cospetto del cinema italiano del passato. Cristina Comencini ci ricorda questa amara verità con il suo nuovo film, Latin Lover, mettendo in scena la storia delle quattro figlie di un grande attore degli anni ’60 e ’70 (ispirato un po’ a Mastroianni, un po’ a Gassman, un po’ a Tognazzi e un po’ a Volonté) che lo commemorano e lo rievocano nella natia Puglia, a dieci anni di distanza dalla morte. Ma se questo attore inventato, chiamato in modo poco evocativo Saverio Crispo, viene interpretato da Francesco Scianna – le cui doti recitative sono ancora in buona parte da dimostrare – ecco allora che il castello di carte messo in piedi già vacilla irrimediabilmente, dal momento che negli spezzoni degli ipotetici film del passato in cui questi appare (girati dalla stessa Comencini) non sembra affatto di vedere un divo chissà quanto carismatico.
Il limite – invalicabile – di Latin Lover allora è proprio questo: non si può rimettere in scena con i modesti mezzi odierni la grandezza del cinema che fu. Nel film della Comencini viene immediatamente a mancare la temporanea sospensione dell’incredulità spettatoriale, che crolla già nell’incipit, dove il critico interpretato da Toni Bertorelli si spertica in lodi di fronte alle immagini dei film interpretati da Scianna/Crispo: il motore primo dell’azione e il suo sfondo. Per di più la Comencini non si è sforzata nel rielaborare visivamente quell’immaginario: si passa da uno pseudo-western alla Sergio Leone a un film politico alla Elio Petri (e l’accento di Scianna/Crispo in questo caso fa pesantemente il verso al Volonté di La classe operaia va in paradiso), fino all’opera d’autore alla francese in stile simil-Lelouch (ma girata con la steadicam). Manca il lavoro sull’immagine, così come un certo spirito filologico che è sempre utile in questi casi, ma manca soprattutto la vera convinzione di esaltare quel passato. Ci si dice piuttosto: quel passato era grande, era più o meno così come – senza troppi sforzi – ve lo stiamo rappresentando, e ormai comunque bisogna dimenticarlo.

Non è un caso allora che i frammenti dei film d’antan permettano di fare una piccola rassegna dei generi cinematografici di allora, mentre la storia che vediamo nel presente – quella dell’incontro/scontro tra tutte le donne di Crispo – viene messa in scena dalla Comencini con i codici della commedia corale, che va tanto di moda nel nostro orizzonte contemporaneo, da Ozpetek in giù. L’amarezza a questo punto finisce per pervaderci ancora di più, perché sembra proprio che indirettamente la Comencini voglia dirci che un tempo il nostro cinema era fatto di film di ogni genere e di capolavori di ogni sorta, mentre oggi non è rimasto altro che questo: la commedia dedicata a famiglie disfunzionali che, alla fine, scoprono inevitabilmente di essere molto più unite di quanto non credessero all’inizio.
Ecco allora la figlia maggiore tenuta all’insaputa di tutto (Angela Finocchiaro) o quella che si sente sempre messa in disparte (Valeria Bruni Tedeschi, l’unica a dimostrarsi all’altezza della situazione), oppure ecco la moglie tradita (Virna Lisi) e l’amante spagnola a sua volta tradita (Marisa Paredes) che in coppia si dilungano, soprattutto all’inizio, in generiche e prolisse rievocazioni del morto. Ed ecco dunque un coté che non è lontano da Il nome del figlio di Francesca Archibugi o da Mine vaganti dello stesso Ozpetek e in cui l’ormai lontano progenitore appare Speriamo che sia femmina di Monicelli, privato però della sua cattiveria. Ed ecco ancora una volta una storia senza storia, in cui tutto dovrebbe reggersi sulle gracili spalle di attori/personaggi che si allontanano e poi si riavvicinano in una ronde che avanza a fatica e che ha sempre troppi ingranaggi che non funzionano. Uno su tutti: il personaggio insensato di Neri Marcorè, presunto montatore del suddetto Crispo, che per ragioni anagrafiche pare impossibile potesse essere un amico strettissimo del defunto e che sarebbe però il depositario di praticamente tutti i suoi segreti. Ma, soprattutto, da quando in qua, un attore ha il suo montatore personale?

Tutto è finito, tutto è passato, liberiamoci dei fantasmi del nostro cinema. Questo ci vuole dire la Comencini. Ma se il presente è questo, non resta altro che continuare a rifiutarsi di accettarlo, in direzione ostinata e contraria, e sperare che si torni a ragionare con coerenza: un cinema può tornare grande solo se ricomincia a guardare al passato come un esempio e come un bagaglio indispensabile da portare con sé, da usare e rinnovare.

Info
Il trailer di Latin Lover su Youtube.
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