Roma e il cinema. Intervista all’assessore Giovanni Caudo

Roma e il cinema. Intervista all’assessore Giovanni Caudo

La progressiva e preoccupante scomparsa di schermi cinematografici nei centri urbani e la proposta fatta dal Comune di Roma per riqualificare gli spazi di 42 sale chiuse nel corso degli anni. Ne abbiamo parlato con Giovanni Caudo, assessore alla Trasformazione Urbana di Roma Capitale.

In una città come Roma che, da capitale, dovrebbe guidare i destini del cinema nazionale, si è assistito nel corso degli ultimi decenni alla chiusura di un numero impressionante di sale, che o sono state riutilizzate per fini esclusivamente commerciali o sono state abbandonate al loro destino. Per dare una risposta a tutto ciò, il Comune di Roma, lo scorso 20 gennaio, su iniziativa di tre suoi assessori (Giovanni Caudo per la Trasformazione Urbana; Giovanna Marinelli per la Cultura e Marta Leonori per le Attività Produttive) ha presentato una memoria di Giunta che identifica in 42 le sale di proprietà privata chiuse nel corso dei decenni e propone di riqualificarle con l’intervento congiunto dei proprietari delle strutture, di associazioni culturali e dei rispettivi municipi. L’intervento del Comune ha provocato però un vespaio di polemiche, sia da parte del mondo del cinema, sia da parte di alcuni movimenti nati dal basso, che vorrebbero in qualche modo poter dire la loro in questo processo. Per affrontare questo argomento e cercare di fare chiarezza sulle questioni in atto, abbiamo deciso di intervistare l’assessore Giovanni Caudo.

Spesso lo si dimentica, ma il cinema è molto legato alle vicende urbanistiche della città. O, almeno, lo è stato lungo tutto il secolo scorso. La sala cinematografica ha caratterizzato in maniera decisiva lo spazio urbano della metropoli novecentesca. Ora, con la messa in crisi del concetto di città e con il trionfo dello sprawl, anche la dimensione pubblica della visione cinematografica è seriamente messa in discussione. La proliferazione dei multiplex di estrema periferia, spesso inseriti nei contesti dei centri commerciali, lo dimostra. C’è un modo per reagire a questa tendenza?

Giovanni Caudo: Mi viene in mente il film Nuovo cinema Paradiso, ad un certo punto c’è una scena dove la gente si tira le cose, parla, litiga, commenta il film… È una piazza in realtà, non una sala cinematografica come la pensiamo oggi. Il cinema era il luogo della socialità, e lo stesso valeva per il teatro. Non è un caso che Aldo Rossi, quando nel 1981 partecipa e vince il concorso per riconfigurare il teatro di Genova, lo fa dandogli una dimensione da piazza coperta. Lo spettacolo cinematografico perciò aveva luogo in spazi mutuati dalla vita urbana, dove si animavano delle immagini in una superficie virtuale. Da allora è chiaro che gli spazi di socializzazione si sono moltiplicati e quindi, anche da questo punto di vista, il cinema è molto cambiato. Forse quello che è mancato e quello che manca nel rapporto tra cinema, spazio e città è la capacità di dare corpo a questa evoluzione. Anzi, il rapporto si è sclerotizzato per l’appunto nella moltiplicazione dei multiplex, una tendenza che risponde a una logica puramente commerciale. Bisogna partire però da un dato: in Italia 30 anni fa si vendevano 270 milioni di biglietti, oggi siamo a 100; nel frattempo gli schermi sono diventati 4 volte tanto. Quindi, c’è quasi un terzo degli spettatori e 4 volte gli schermi che c’erano 30 anni fa. Sono gli stessi operatori a segnalare che non c’è più mercato per così tante sale cinematografiche commerciali; rischiano di chiudere quelle che già sono aperte.

Quali strategie state perseguendo nello specifico del caso romano per recuperare il ruolo sociale delle sale cinematografiche?

Giovanni Caudo: Le sale cinematografiche che risultano chiuse sono 42, di queste 28 lo sono da oltre dieci anni. Molte sale tra quelle che hanno chiuso sono diventate dei supermercati, altre si sono trasformate in Bingo, altre ancora sono state adattate a garage. Se questi processi non si governano, le sale non solo resteranno chiuse ma si rischia di perderle per sempre. Nello stesso tempo la città lamenta la carenza assoluta di spazi che possano accogliere quei fermenti culturali che hanno un carattere sociale, spesso autopromosso. Nel mondo del cinema penso al caso del cinema America, molto sponsorizzato, ma anche del cinema Impero, meno conosciuto ma altrettanto interessante [per informazioni in proposito vedere qui, n.d.r.]. E tante altre sono le esperienze in altri settori culturali, dal teatro alla musica. È una cultura più diffusa, con radici sociali più profonde. Tutti diciamo che l’Auditorium funziona benissimo, ed è vero, ma l’Auditorium non deve essere l’unico modo di fare cultura in questa città. C’è una grande proliferazione di culture dal basso che aspetta di essere riconosciuta in modo adeguato. L’amministrazione in tutto ciò che può fare? Abbiamo cercato quindi di definire un percorso in modo da creare delle convenienze di interessi. Da un lato c’è il proprietario della sala chiusa che aspetta chissà quale opportunità di rendita, mentre dall’altro ci sono associazioni che fanno proposte culturali, anche di nicchia, e che non trovano spazi istituzionali. Secondo il Piano regolatore il 50% dello spazio deve essere riutilizzato a fini culturali, il resto invece può essere adattato a qualsiasi scopo. Nonostante questo, ci sono degli immobili che da oltre dieci anni non sfruttano questa norma e preferiscono restare chiusi. E allo stesso tempo registriamo la nascita di spazi culturali, anche cinematografici, penso ad esempio ai circuiti dei cineclub, che usano spazi spesso inidonei o appena sufficienti. Con la memoria di giunta che abbiamo presentato lo scorso gennaio [per informazioni sulla memoria di giunta, vedere qui, n.d.r.] e con l’avviso pubblico che pubblicheremo nelle prossime settimane, vogliamo mettere in evidenza che nella città c’è un’offerta di spazi privati inutilizzati e c’è una domanda di spazi per fare cultura. L’obiettivo che perseguiamo perciò è quello di riuscire ad aprire spazi culturali e sociali in spazi privati che sono vuoti da decenni. Il bando si rivolgerà infatti alle sale chiuse da almeno tre anni, ma anche a quelle che hanno nel frattempo cambiato già utilizzazione.

Chi deve presentare la proposta?

Giovanni Caudo: Uno dei due soggetti tra il proprietario dell’immobile e l’operatore culturale, ma dovrà avere l’accordo e il consenso dell’altro. Perciò la proposta non può essere fatta solo dal proprietario, né può essere fatta solo dall’associazione culturale. L’esigenza della nostra amministrazione è quella di far dialogare questi soggetti. Per l’amministrazione comunale è importante avere la garanzia di una proposta culturale precisa e di un piano economico-finanziario che dimostri la fattibilità della proposta. Si dovrà individuare una redditività per il proprietario dell’immobile e una valutazione migliore sarà assegnata alle proposte che dimostreranno di essere radicate nel territorio, attraverso il coinvolgimento del Municipio. La maggior parte di queste 42 sale sono infatti posizionate in zone di passaggio tra la città storica e la città consolidata, con una forte carenza di servizi, e il riuso di questi spazi deve essere l’occasione per dare una risposta alle esigenze del territorio. Il Municipio potrebbe avere interesse a collocare, in una parte dello spazio, alcuni servizi e alcune attività che servono ai cittadini.
Immaginiamo che per ogni sala ci arriverà una proposta, che non ci sarà competizione sulla singola sala. In alcuni casi potrà verificarsi che il proprietario dell’immobile possa essere lui stesso il promotore del progetto culturale e sarà lui stesso a costruire la rete con l’associazione ed eventualmente con il Municipio. Ma, naturalmente, può anche succedere che il proprietario di una sala non abbia nessun interesse a valorizzare in senso culturale lo spazio e in questo caso potrebbe essere l’associazione culturale che è in cerca di spazi a presentare la proposta, suggerendo al proprietario i vantaggi in termini di redditività della sala – ad esempio l’affitto che è disposta a pagare – e a far presente gli incentivi che il Comune di Roma potrebbe offrire – ad esempio la riduzione di alcuni tributi, come la tassa sui rifiuti, ecc.

Quali saranno i vincoli dati da questo avviso pubblico? Resterà la quota del 50% fissata dal Piano Regolatore?

Giovanni Caudo: Il vincolo sarà la priorità data alla centralità della proposta culturale nel progetto di riuso dello spazio. Ovviamente la proposta, sia per la funzione culturale prevalente sia per quelle complementari, deve essere adeguata all’immobile e rispettarne gli eventuali limiti alla trasformazione e gli eventuali vincoli. Ad esempio, a via Nazionale c’è l’ex cinema Quirinale, che è un edificio vincolato e una eventuale proposta per quell’immobile non può immaginarne di modificare radicalmente la struttura. La proposta progettuale, oltre ad essere centrata sull’aspetto culturale e oltre ad avere un piano economico-finanziario che giustifichi le funzioni complementari, deve comunque essere compatibile con il carattere storico e architettonico dell’edificio. Noi non vogliamo modificare la quota del 50% fissata dal Piano Regolatore, ma siamo disposti a valutare proposte che, in modo motivato e argomentato, la possano mettere in discussione. Solo a titolo di esempio, se la proposta dovesse riguardare un progetto culturale che consentirebbe a un teatro di nicchia di esistere e di assicurare che quella scuola teatrale che magari ha una lunga tradizione possa continuare ad esistere, allora perché dire di no? E, se per assicurare la fattibilità di questa proposta, solo il 20% della superficie è sufficiente per il teatro, mentre il restante 80% sarà dedicato ad altro, ad attività che assicurino una redditività all’operazione, comprese le attività di servizio, non vedo perché bisognerebbe bocciare un progetto del genere. Si pensi a un asilo o a spazi in affitto per lavoro, spazi per attività artigianali non pesanti. Non è solo il centro commerciale che produce reddito, ci possono essere spazi per il co-working, ludoteche, abitazioni per studenti, ecc. Ci sono tante cose che producono reddito. Faccio un altro esempio: se nella proposta si prevedono degli spazi per la produzione di video, dei luoghi in cui fare il montaggio, una scuola per filmmaker… Sono attività che possono produrre un reddito, giusto? Eppure queste non sono considerate come parte di quel 50% culturale. Ma, secondo me, è cultura anche quella. Per esempio se questa proposta venisse fatta da delle società di video-montaggio, che in situazioni normali dovrebbero andarsi a pagare degli spazi forse a caro prezzo, in questo caso porrebbero presumibilmente averne un vantaggio. Le proposte che sollecitiamo non escludono ovviamente il cinema, teoricamente potremmo ricevere tutte proposte per riaprire spazi per il cinema. L’unico limite qui è il mercato che, come dicono gli stessi interessati, non consente che queste 42 ex sale tornino ad essere 42 sale cinematografiche.

Dipende anche dal tipo di programmazione che si decide di fare, perché se si programma Harry Potter in tutte le sale…

Giovanni Caudo: Esatto, dipende dal tipo di programmazione. E se si fa una programmazione indipendente o in lingua originale, si avrà la necessità di spazi più ridotti, magari 80/90 posti, non 450; non 20 schermi ma 2 schermi. In un edificio che ha una consistenza di 2000 mq di superficie ci sarà spazio sia per il cinema che per le funzioni complementari. Realizzare dei centri di produzione culturale non istituzionale, in qualche modo auto-promossi ma economicamente sostenibili, per poter assicurare i ricavi per l’affitto e quant’altro. Con al centro, però, la cultura che deve rimanere il punto di forza della proposta.

Sono scoppiate delle polemiche intorno a questi temi nelle scorse settimane…

Giovanni Caudo: Sono soprattutto i ragazzi del cinema America ad aver sollevato le maggiori critiche. Un gruppo di ragazzi che dopo aver occupato una ex sala cinematografica privata ora è in cerca di un nuovo spazio e lamenta l’assenza dell’amministrazione. Mi dispiace che la polemica che hanno sollevato per motivi altri gli abbia fatto perdere di vista il fatto che se avessimo già pubblicato questo avviso, loro potrebbero partecipare e vedere valorizzata la loro esperienza e potrebbero riattivare proprio una delle 42 sale chiuse. È un gruppo di persone appassionate, per le quali io ho il massimo rispetto, li abbiamo anche aiutati, ma – nel tentativo di ottenere il loro obiettivo – non hanno mostrato rispetto per il lavoro degli altri.

E cosa ne pensi invece della contro-proposta, sempre sostenuta dai ragazzi del cinema America, che è stata fatta dal gruppo di registi, Bertolucci, Sorrentino, ecc.? Ciascuno di loro si è candidato a gestire una di queste sale. È realistico secondo te?

Giovanni Caudo: Ho molto rispetto per tutti loro, rappresentano una parte importante della cultura italiana nel mondo e il loro obiettivo è esattamente quello che vogliamo perseguire con questa memoria di giunta e con l’avviso. Temo però che non l’abbiano neanche letta e che non gli abbiano raccontato bene tutta l’iniziativa del comune di Roma. Già il titolo che hanno dato alla loro lettera, il sacco di Roma, è indicativo. Siamo accusati di chiudere le 42 sale. Ma quelle sale sono già chiuse e 28 sono chiuse da più di dieci anni! L’abbiamo forse fatto noi il sacco di Roma? Noi invece abbiamo messo in evidenza che c’è una città che ha questi spazi e non li usa. E non credo sia realistico che ciascuna delle 42 sale possa tornare ad essere un cinema, non è successo in oltre dieci anni. Ma se arrivano delle proposte concrete ed economicamente sostenibili, non vedo che problema c’è. Ne saremmo tutti felici. Se ognuna di queste 42 sale viene riaperta da un cineasta e proietta film, qual è il problema? Mi chiedo però perché allora non l’abbiano già fatto. Il problema forse è più complesso di come lo si rappresenta, e forse serve proprio quello che stiamo cercando di fare.

Nella lista delle 42 sale chiuse è presente anche il Metropolitan, che forse – tra tutte le sale che hanno chiuso negli ultimi anni – è stato il caso più eclatante. Lì infatti c’era un programmazione precisa, con i film in lingua originale, e c’era un pubblico di riferimento. Insomma, era una sala che funzionava.

Giovanni Caudo:Il Metropolitan è un cinema che ha chiuso da cinque anni. Ho ereditato una delibera dalla precedente amministrazione in cui c’era un accordo di programma che dava circa nove milioni di euro per rimettere a posto Villa Borghese a seguito del cambio di destinazione d’uso del cinema. Una proposta che non è in linea con quanto vorremmo fare con la memoria e con l’avviso. Ho esaminato il contenuto della proposta, i lavori di Villa Borghese a cui era collegata, alcuni erano stati già progettati, e ho ritenuto di dare seguito alla proposta di delibera approvandola in giunta. Come l’abbiamo fatta? Esattamente come intendeva farla l’amministrazione Alemanno? No. Il progetto ora prevede la realizzazione di una sala di 380 mq, circa 90 posti, una sala che è più grande ad esempio di una delle sale del Quattro Fontane. Quindi si realizza una quota di commerciale ma anche una sala vera, non come quella a San Lorenzo in Lucina [per informazioni sulla trasformazione dell’ex cinema Etoile, vedere qui, n.d.r.]. Inoltre abbiamo obbligato il proponente a sottoscrivere una convenzione per affidare la gestione della sala a un soggetto gestore qualificato. Era tutto pronto, compresa l’adesione di un soggetto particolarmente qualificato, quando si è sollevata la polemica ed è stato richiesto il ritiro della delibera, dato anche il parere negativo della commissione cultura. In molti hanno chiesto che lì tornasse un cinema ed è quello che stavamo per fare. È chiuso da cinque anni e rischia di restare chiuso per altri venti. È stato scritto che grazie alla mobilitazione è stata sventata la chiusura del cinema, anche in questo caso la verità è altra: il cinema è chiuso da cinque anni e con l’approvazione in Assemblea della delibera l’avremmo fatto riaprire, così invece continuerà a restare chiuso. Per questo non ho ancora ritirato la delibera.

E come sarebbero stati suddivisi gli spazi?

Giovanni Caudo: Il Metropolitan ha una superficie di 1600 metri quadri. Il proprietario aveva fatto una proposta per realizzare negozi, con in più 300 mq di gallerie pedonali e quasi 400mq destinati alla sala cinematografica. È il modello con cui vogliamo recuperare le sale chiuse? No. Anzi, la memoria di giunta e l’avviso che abbiamo promosso intende proprio evitare altri casi come questo. Ricordo che il principio cardine con cui saranno valutate le proposte sarà quello dell’attività culturale prevalente e ci dovranno essere tutte le altre condizioni di cui si è detto. Quindi il Metropolitan era una storia diversa. L’obiettivo era quello di sanare al meglio una situazione precedente cercando di ottenere il risultato migliore, cioè la riapertura di un cinema a via del Corso. Questa cosa non è mai stata detta, la comunicazione è stata distorta anche a seguito della vicenda del cinema America. Molte delle dichiarazioni attorno a questa vicenda hanno avuto altri scopi che quello della preoccupazione per i cinema.

E invece la questione sulla Sala Troisi sgomberata da qualche settimana? Ferrero dice di essere il proprietario…il Comune anche. Ci sarà un bando per assegnarla?

Giovanni Caudo: Il Comune con l’Assessore al patrimonio ha confermato la proprietà e ha confermato la necessità di procedere con un bando per l’assegnazione. E ci sono diverse realtà significative che possono partecipare, oltre a quella dei ragazzi del Cinema America, penso a quelli cinema Impero o del cinema Palazzo. Dovrebbe succedere un po’ quello che è accaduto per il Nuovo Cinema Aquila, che è uno spazio comunale affidato in gestione.

Ma tra queste 42 sale ce ne sarà qualcuna che potrà beneficiare del vincolo per l’interesse culturale ma anche per il valore architettonico dell’edificio, così come è accaduto per il cinema America e anche per il Quirinale?

Giovanni Caudo: Sì, potrebbe essercene qualcun’altra. Per il cinema America, quando ce ne siamo occupati, tra novembre 2013 e marzo 2014, abbiamo raccolto la documentazione per la verifica del vincolo e l’abbiamo inviata per la valutazione al MIBACT. Il riconoscimento del vincolo perciò è stato possibile anche grazie al lavoro svolto dal Comune di Roma. La stessa cosa potrebbe avvenire con la schedatura e la ricognizione dei cinema dismessi, se ricorreranno certe condizioni faremo lo stesso. Se ci sono delle sale che hanno particolari caratteristiche storiche e architettoniche, saranno sottoposte a verifica.

E invece, parlando di sale ancora esistenti e che rischiano di chiudere nonostante il buon funzionamento, allo scopo di realizzare funzioni ancora più redditizie, il comune non può intervenire mettendo un vincolo sulla destinazione d’uso? Per esempio l’UCI a viale Marconi è una di quelle sale a rischio chiusura. Eppure si tratta di una multisala che fa programmazione commerciale, è molto frequentata e si trova in un quartiere tra l’altro molto popolato in cui non vi sono altri cinema.

Giovanni Caudo: Il comune non può limitare le utilizzazioni a una sola specifica funzione. La questione dell’UCI a viale Marconi poi è diversa perché lì è stata richiesta l’applicazione di una norma regionale che è in deroga al Piano Regolatore, la cosiddetta legge sul Piano casa. Stiamo comunque verificando se e come è stata applicata la norma.

Un ringraziamento particolare va a Ciro Giorgini di Fuori Orario per i suoi indispensabili consigli.
Di seguito, la lista delle 42 sale romane chiuse nel corso degli anni
1 – Academy Hall, via Stamira-Nomentano
2 – Airone, via Lidia-Appio Latino
3 – America, via Natale del Grande-Trastevere
4 – Apollo, via dei Galla e Sidama-viale Libia
5 – Archimede, via Archimede-Parioli
6 – Astor, via Baldo degli Ubaldi-Aurelio
7 – Astra, viale Jonio-Montesacro
8 – Aureo, via delle Vigne Nuove-Montesacro
9 – Augustus, corso Vittorio Emanuele II-Centro storico
10 – Avorio, via Macerata-Pigneto
11 – Belsito, piazza Medaglie D’Oro-Trionfale
12 – Capitol, via Giuseppe Sacconi-Villaggio Olimpico
13 – Capranichetta, piazza Montecitorio-Centro storico
14 – Cinestar Cassia, via Vibio Marino-Cassia
15 – Cinestar-Nuovo star, via Michele Amari-Appio
16 – Delle Arti, via Sicilia-Centro storico
17 – Diamante, via Prenestina-Prenestino
18 – Embassy, via Stoppani-Parioli
19 – Empire, via Regina Margherita-Castro Pretorio
20 – Excelsior, via Beata Vergine del Carmelo-Cristoforo Colombo
21 – Gioiello, via Nomentana-Porta Pia
22 – Gregory, via Gregorio VII- Aurelio
23 – Holiday, largo Benedetto Marcello-Salario
24 – Horus, piazza Sempione-Montesacro
25 – Impero, via Acqua Bullicante-Prenestino
26 – Metropolitan, via del Corso-Centro storico
27 – Missouri, via Ercole Bombelli-Portuense
28 – New York, via delle Cave-Tuscolano
29 – Palazzo, piazza dei Sanniti-San Lorenzo
30 – Paris, via Magna Grecia-Appio
31 – Piccolo Apollo, via Conte Verde-Termini
32 – Preneste, via Alberto DaGiussano-Prenestino
33 – Puccini, via Baldassarre Orero- Casalbertone
34 – Quirinale, via Nazionale-Centro storico
35 – Quirinetta, via Marco Minghetti-Centro
36 – Rialto, via IV Novembre-Centro storico
37 – Ritz, viale Somalia-Africano
38 – Rivoli, via Lombardia-Centro storico
39 – Roma, piazza Sonnino-Trastevere
40 – Sala Troisi, via Induno-Trastevere
41 – Tristar, via Grotte di Gregna-Collatina
42 – Ulisse, via Tiburtina-Tiburtina.
Info
La pagina Wikipedia dedicata al Teatro Carlo Felice di Genova.
Altre informazioni sulla memoria di giunta del comune di Roma.
La notizia relativa alla possibile riapertura del cinema Metropolitan.
Il sito del cinema America occupato.

 

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3 Commenti

  1. Maria Spina 25/03/2015
    Rispondi

    Ma l’ex cinema Apollo in via Cairoli? Fu acquistato dalla giunta Veltroni ed è rimasto lì a marcire! E’ una bella struttura storica di cui non parla più nessuno anche se fa parte del patrimonio pubblico. Ben strano davvero!!

  2. Trackback: MIA MADRE (Quinlan) | Già visto

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