Il falsario – Operazione Bernhard

Il falsario – Operazione Bernhard

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Per Archibald e CG in dvd Il falsario – Operazione Bernhard, premiato con l’Oscar al miglior film straniero 2008. Dramma sulla Shoah da un punto di vista particolare, in un frullato di generi popolari.

La Shoah di genere. Considerato fino a qualche decennio fa uno dei temi più indicibili, specialmente al cinema per l’estrema concretezza della rappresentazione in racconto per immagini, gradualmente il genocidio nazista degli ebrei si è visto declinare sotto svariate forme, dalla commedia malinconica (La vita è bella, 1997, Train de vie, 1998) al rispettoso dramma collettivo o individuale (Schindler’s List, 1993, Senza destino, 2005, Il pianista, 2002, Il bambino con il pigiama a righe, 2008, e un’infinità di altri esempi).
Assai meno praticato, ai limiti dell’inedito, il thriller in campo di concentramento. Nel 2008 l’austriaco Stefan Ruzowitzky si portò a casa l’Oscar al miglior film straniero con Il falsario – Operazione Bernhard, che andava a rievocare fatti realmente accaduti nel lager di Sachsenhausen, dove i nazisti coinvolsero un gruppo di tipografi e un vero criminale per stampare falsa moneta britannica e americana e immetterla nel mercato: un’operazione di disturbo finanziario per provocare un tracollo economico delle due potenze nemiche della Germania.
Dilaniati da dilemmi morali, i tipografi andarono incontro a una sorta di psicodramma collettivo tra le pareti della prigione concentrazionaria, divisi tra l’istinto a salvarsi la pelle collaborando coi nazisti (e rischiando di contribuire alla loro vittoria in guerra a totale discapito di loro stessi e del loro popolo) e le urgenze della coscienza.
Il film è ispirato alle memorie di Adolf Burger, un tipografo ebreo slovacco che nel film ha un ruolo di fianco, profilandosi come un sovversivo che a lungo cercò di sabotare l’operazione e che cercò di instillare il dubbio della coscienza nel protagonista Salomon Sorowitsch (nome fittizio del vero Salomon Smolianoff), falsario di professione mosso da estremo pragmatismo.

Ruzowitzky non è autore che va molto per il sottile, e anzi il suo percorso artistico fino a questo momento mostra un’esemplare evoluzione di regista straniero premiato con l’Oscar: robusto mestierante con esperienze televisive e di videoclip, finora ha messo insieme una filmografia estremamente eclettica, e a seguito dell’Oscar è stato più o meno inglobato anche nel contesto hollywoodiano, che però gli ha riservato sempre occasioni di secondo piano (destino comune a molti stranieri premiati con la statuetta). Tra le sue esperienze pregresse figura anche l’horror, che sembra ricoprire un suo peso anche nella veste filmica de Il falsario. In pratica, caduti i freni sul tema della Shoah, non c’è più il minimo scrupolo a costruire un intero film su coordinate espressive di stringente narrazione, in cui il nobile discorso non rinuncia alla sua profondità ma adagiandosi in un racconto mirato all’intrigo dello spettatore, suscitato tramite strumenti espressivi dei più variabili.
A ben vedere la definizione di genere del film di Ruzowitzky è assai più ardua di quanto appaia; del thriller ha il montaggio serrato e il susseguirsi avvincente delle vicende, ma le scelte visive evocano pure una dimensione al contempo horror e televisiva. La macchina da presa in continuo movimento (reale o simulato tramite un uso insistito dello zoom rapido) ricorda certe retoriche da moderna neo-fiction o docudrama tv, mentre l’insistenza su esecuzioni sommarie è piegata a una mostrazione da horror, con tanto di effetti-sorpresa, veri pugni imprevisti nello stomaco. Di più: Ruzowitzky ricorre anche a esplicite convenzioni da cinema carcerario. Certo, nessun carcere fu più terrificante dei campi di sterminio in Germania, ma è altrettanto vero che mai finora (a nostra memoria) si era visto il lager raccontato come una sorta di Alcatraz con le medesime dinamiche (dis)umane tra i prigionieri.

Per larghissima parte Il falsario mette in scena violenti scontri tra gli stessi deportati, prima ancora che tra deportati e aguzzini. Certo, gli scontri si reggono su un lacerante dilemma morale che giustifica l’intero film, e che si mantiene appassionante per tutta la durata. Tuttavia restano poco convincenti le scelte tutte esteriori di Ruzowitzky, non perché il dramma “naturalistico” sia da scartare a priori, ma perché appare realmente stonato rispetto alla materia narrata.
In un incessante volare di “stronzo” e altri epiteti lusinghieri, tra uno scoppio isterico nei bagni, il pissing di un nazista e letti a castello rovesciati per scatti di rabbia, restano dubbi realmente forti sull’efficacia di un lager così rappresentato. Per quanto Sorowitsch e i suoi compagni di sventura si siano trovati in una posizione di prigionieri privilegiati, si dubita fortemente che tali e tante libertà di comportamento fossero permesse in un campo di concentramento. Intendiamoci, non si cerca il realismo ad ogni costo (non osiamo immaginare che cosa potrebbe mai succedere a livello di codici linguistici il giorno che Quentin Tarantino allestirà un film ambientato in un lager), ma in fin dei conti Il falsario non rinuncia al suo intento di fondo di dramma morale con ambizioni di credibilità. Risultando però fatalmente inverosimile. Troppi pugni tra deportati, troppi sopra-le-righe, troppi effetti (la colonna audio, fitta di scoppi e inquietudini, risulta tanto efficace quanto alla lunga saturante), troppa spietatezza reciproca tra prigionieri. Allo spettatore non si lascia alcuno spazio, in una logica di messinscena totalmente esteriore e priva di sottintesi. Restano certo singole pagine molto riuscite (in prefinale, il crollo del muro che divide i prigionieri privilegiati da quelli ridotti pelle e ossa si tramuta in un incontro schiacciante per i tipografi falsari), ma disperse in un insieme eccessivo e ridondante.

Non è un caso se un cinema così concepito abbia conquistato l’Oscar al miglior film straniero. In certa misura Ruzowitzky si tiene lontano dall’accademismo buono per tutte le stagioni che a Hollywood piace ritrovare nei film stranieri, specialmente se trattano pagine di storia e assoluti quesiti morali. Se però stilisticamente Il falsario rinuncia parzialmente all’esperanto internazionale da statuetta, d’altro canto aderisce a retoriche visive di prontissima presa oltreoceano, dove spesso resta preminente l’interesse per un modello di racconto fondato sulla peripezia e l’intrigo: che sia applicato alla Shoah o alla pazza di Attrazione fatale (1987) non ha molta importanza. È più importante il rispetto di quei codici di racconto, a prescindere dalla materia narrata. La rappresentazione cinematografica della Shoah continuerà a suscitare molte perplessità di “morale espressiva”, ma a nostro avviso la questione non rimane confinata al rappresentabile/irrappresentabile o a un’ipotetica griglia di “metodi ammessi” per rappresentarla. Il principio-guida deve identificarsi semmai nella coerenza espressiva, per la Shoah come per tutto il cinema. Per cui, se l’autore vuol farci credere in ciò che racconta, deve metterci in condizione di poterlo fare.

Extra scarsi: biografia di Stefan Ruzowitzky, trailer e spot tv

Info:
Il trailer di Il falsario – Operazione Bernhard su Youtube
La scheda di Il falsario – Operazione Bernhard sul sito della CG Home Video
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