Intervista a Wang Bing

Intervista a Wang Bing

Uno dei più importanti nomi del cinema documentario, Wang Bing, punta la sua camera sulla vita di un padre e due figli, conosciuti mentre stava realizzando il precedente Three Sisters, che vivono in uno spazio non più largo di quattro metri quadrati. È il suo ultimo lavoro, Father and Sons, concepito come videoinstallazione e presentato finora a Doclisboa Film Festival e all’International Film Festival Rotterdam. Abbiamo incontrato il regista a Rotterdam.

Puoi raccontarci la genesi di Father and Sons, le circostanze che ti hanno portato a realizzare questo film?

Wang Bing: Qualche anno fa ho girato un altro film, Three Sisters, e ho conosciuto i due ragazzini in quell’occasione. Il background dei due ragazzi è simile a quello delle ragazze di Three Sisters, anche nel loro caso non c’era una madre, che se ne era andata. Quando stavamo facendo quel film i ragazzi erano ancora abbastanza piccoli e vivevano in un piccolo villaggio di montagna. La madre se ne era andata e il padre li aveva affidati a un’altra famiglia, perché anche lui si era trasferito in città per lavorare e questo era cinque anni fa. Nel 2012 ho avuto l’occasione di avvicinarli ancora, in quel periodo il padre li aveva ripresi con sé e portati nel posto dove lavorava, vicino a Kunming nella Cina del sud, nello Yunnan. Ero andato a visitarli e avevano solo un piccolo letto dove dormire tutti e tre e non riuscivo a capire come ce la potessero fare, inoltre i bambini stavano iniziando a essere un po’ più grandi.

Il film è stato interrotto per l’opposizione dei datori di lavoro del padre. Puoi dirci qualcosa circa i problemi avuti durante le riprese?

Wang Bing: Era un film molto semplice e non mi aspettavo di incappare in nessun problema. Invece, al terzo giorno di riprese, ci è stato rubato l’equipaggiamento. Ed è successo in un momento in cui io ero fuori dal palazzo in cui lavorava il padre, mentre il resto della troupe era dentro. Insomma c’è stato uno scontro, un litigio e ci hanno rubato la camera.

Molto importante il contesto industriale che fa da sfondo al film e il degrado ambientale connesso. Puoi dirci qualcosa in merito?

Wang Bing: È un posto dove praticamente si distrugge l’ambiente, ad esempio si prende la gomma delle ruote delle macchine e la si brucia. Sostanzialmente lì si è raccolto un mucchio di imprese private che sviluppano tutta una serie di attività illegali. Di giorno, nessuna delle fabbriche lavora, tutto inizia di sera, perché di giorno il cattivo odore è troppo forte. Un giorno stavo prendendo una scorciatoia e mi sono ritrovato a passare vicino a una casa con una specie di giardino e lì ho visto qualcosa di veramente disgustoso. Stavano facendo dei noodles, ma la casa non aveva un tetto e tutto era molto sporco e l’acqua che veniva fuori, dei noodles, era blu. Da allora non ho più mangiato noodles e sia io sia le altre persone della troupe proviamo ancora adesso del disgusto quando vediamo dei venditori di noodles per strada. La casa dei protagonisti del film era accanto a questa. Nel film non parlo molto della vita del padre, filmo soprattutto la vita dei bambini. Nella stanza c’è solo un piccolo letto e una grande televisione che è accesa tutto il tempo. I bambini guardano solo TV spazzatura, quindi sia le cose che posseggono sono sporche per via dell’inquinamento, sia i media che guardano è spazzatura.

Il tuo cinema è fatto di corpi sporchi, di contaminazione e degrado ambientale, siano essi lavoratori di processi industriali, siano essi i prigionieri di The Ditch. In questo senso il tuo stile e il tuo sguardo sono molto crudi.

Wang Bing: Non credo che sia il mio stile, questa è la loro vita. A volte vedi dei palazzi che dal di fuori sono puliti e belli, poi ci vai dentro ed è una toilette. Mi piace solo riprendere la vita delle persone esattamente come è, non voglio cambiare niente. Non voglio riprendere cose che sono belle solo dall’esterno.

Sembra che il film mostri una contraddizione nello stile di vita, nella società e nel capitalismo cinesi. Da un lato la famiglia è indigente e vive in un tugurio, da un lato non gli è precluso l’accesso alla tecnologia e non sfugge al controllo dei media, la televisione e i cellulari. In qualche modo sono controllati da un sistema produttivo che, tramite il lavoro del padre, contribuiscono a costruire.

Wang Bing: In Cina si producono televisori e cellulari molto economici, li puoi comperare usati anche solo a 5 euro. E un telefono nuovo viene sui 20 euro, perché si parla sempre di sotto-marche. Per la TV è lo stesso. E per quel che riguarda la relazione con i media, le persone più ricche, i privilegiati, non si abbassano a guardare questo tipo di programmi.

Nel film usi un punto di vista sempre statico e lasci fuori campo le immagini televisive, di cui sentiamo solo l’audio.

Wang Bing: Originariamente questo non era un film, ma un pezzo di video-arte da mostrare in mostre e musei, poi qualcuno che l’ha visto l’ha voluto distribuire nei cinema e non potevo rifiutare. E per questo non ho mai fatto i sottotitoli, un po’ perché non si parla molto nel film, e poi perché i sottotitoli costano e non sarebbero molto d’aiuto a comprendere il film per il pubblico.

Questo film mi sembra un ulteriore tassello nella tua opera tesa a mostrare tutti gli aspetti non piacevoli e scomodi della società cinese, gli scheletri nell’armadio di un paese che si presenta con una facciata di modernità e progresso.

Wang Bing: Le cose belle piacciono a tutti, tutti preferiscono mostrare le cose positive, se vuoi puoi mostrare lo sviluppo economico e i grandi palazzi, ma credo che l’arte sia qualcosa di diverso, che deve veramente capire la vita reale.

Il tuo interesse per i poveri, gli umili, gli strati più bassi e marginali della società ci porta a uno sguardo impietoso del capitalismo cinese.

Wang Bing: A dir la verità in Cina ci sono molti ricchi, ma sono molti di meno dei poveri. Non è che non ne voglia parlare, ma quando faccio un film non penso mai alla politica. Il mio punto di partenza sono le persone, voglio riprendere le persone e le loro vite.

Emerge poi un forte contrasto, nel tuo cinema, tra il mondo rurale e quello urbano.

Wang Bing: In Three Sisters i personaggi lavoravano in un villaggio di campagna dove erano molto liberi. Mentre nella città in cui si sono trasferiti i protagonisti di Father and Sons la loro piccola casa è diventata la loro prigione. Niente della loro vita gli appartiene realmente. In questa città niente è stabile, né la casa né il posto dove mangiano. Invece nel villaggio erano molto poveri, ma le loro cose erano le loro.

Mi puoi invece spiegare la genesi del film dal punto di vista produttivo?

Wang Bing: Non c’è stato nessun produttore internazionale. È un film molto piccolo, prodotto in poco tempo. Quando il Centre Pompidou stava facendo una retrospettiva su di me mi diedero un muro molto grande da usare, quindi avevo bisogno di qualcosa per riempirlo, quindi ho fatto tre serie di immagini e anche fotografie e qualche video, tra cui questo. È stato mostrato anche al Moma.

Info:
La scheda di Father and Son sul sito del Festival di Rotterdam

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