Third Person

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Con un ritardo di quasi due anni arriva sui nostri schermi Third Person, ultima fatica di Paul Haggis, già autore di Crash e Nella valle di Elah. Enorme spreco di talento, narrativo e attoriale, per un film sbagliato e prigioniero di vuoti manierismi.

Crash 2 (o forse 3)

Tre storie d’amore, passione, fiducia e tradimento che prendono vita in tre città diverse, Parigi, New York e Roma, nelle quali si dipanano le vicende di tre coppie che sembrano non avere nulla in comune, se non un flebile, impalpabile legame. [sinossi]

A volte la bislacca distribuzione italiana ha una sua logica, a varie gradazioni di perversità. Spesso sottovaluta il pubblico di casa nostra e fa sparire colpevolmente capolavori stranieri ritenuti poco commerciabili: altre volte avvengono sparizioni apparentemente incomprensibili anche sotto un profilo merceologico, salvo poi capire tutto quando finalmente si vede il film. A questa seconda categoria appartiene Third Person, ultima fatica di Paul Haggis, giunta sui nostri schermi con quasi due anni di ritardo malgrado le ampie credenziali sulla carta. Un regista e sceneggiatore già premio Oscar per Crash (2004, probabilmente l’Oscar a miglior film meno conosciuto e visto dal grande pubblico degli ultimi cinquant’anni), autore del successivo e apprezzabile Nella valle di Elah (2007), poi confezionatore su commissione del deludente The Next Three Days (2010), senza dimenticare la lunga attività di brillante sceneggiatore (suoi gli script anche di Million Dollar Baby, Flags of Our Fathers e di un paio di 007 di ultima generazione).
Insomma, Haggis è un nome, magari regista non eccelso ma onorevole autore di script, che dall’exploit di Crash ha visto salire vertiginosamente le sue quotazioni e la facilità di arruolamento per cast d’attori prestigiosi.

Votato al film corale, con Third Person forse ha superato se stesso, mettendo insieme un gruppo di star di diverse età e appeal per il pubblico, ma accomunate dalla qualità (Liam Neeson, James Franco, Adrien Brody, Mila Kunis, Olivia Wilde, Kim Basinger, Maria Bello, con l’aggiunta dell’infiltrata Moran Atias che il film l’ha pure coprodotto, e che era venuta già a contatto con Haggis per la serie tv tratta da “Crash”). Strano quindi che un film così concepito abbia dovuto aspettare tanto per avere la gioia di una distribuzione sui nostri schermi, considerando anche che buona parte del film è stata girata nel nostro paese con la partecipazione in ruoli secondari di Vinicio Marchioni e Riccardo Scamarcio, col sostegno della Apulia Film Commission e contributi artistici in parte italiani (fotografia di Gianfilippo Corticelli, musiche di Dario Marianelli). Poi si esce dalla visione, e tutto assume contorni più chiari.
Third Person è al momento il peggior film diretto da Haggis, che incredibilmente se l’è pure scritto in solitaria cancellando in un colpo solo tutta la maestria di scrittura in lui universalmente riconosciuta. O meglio, è fin troppo facile individuare l’impronta personale di Haggis nello script, ma incarnata stavolta in una versione nettamente depotenziata, manierata fino allo spasimo e, a differenza del passato, chiusa in un gioco fine a se stesso scarsamente motivato. Insomma, stavolta la distribuzione italiana, col suo distorto senso pratico, ha capito che il film non si poteva vendere in alcun modo: troppo lambiccato e sospeso per il grosso pubblico, e al contempo facile vittima della critica, che già l’ha fatto a pezzi oltreoceano. Per cui rinvii su rinvii, e uscita in sordina per la classica “occasione infelice” di un buon autore.

Come ormai ci ha abituati, Paul Haggis torna a raccontare una vicenda corale, centrata stavolta su tre coppie di cui si seguono le vicende in tre città diverse. Le storie sembrano non condividere nulla, se non una comune tematica di dolore, colpa, elaborazione del lutto, riscatto e distanza tra esseri umani, feriti nella loro fiducia. Ovviamente, ben consapevoli che stiamo vedendo un film di Haggis, fautore degli script a orologeria in cui tutto s’incastra alla perfezione in una soluzione finale onnicomprensiva, sappiamo già dal primo minuto che quelle tre vicende apparentemente così lontane troveranno nello scioglimento non soltanto una comunanza extradiegetica, ma anche uno svelamento machiavellico strettamente diegetico che legherà il tutto in un senso univoco e perturbante.
Per non cadere in fastidiosi spoiler non diremo come ciò avverrà, ma possiamo affermare tranquillamente che stavolta Haggis non sorprende proprio nessuno, e che chiunque può intuire il busillis dopo mezz’ora di proiezione. Temendo di non essere capito e di perdere il grande pubblico, Haggis dissemina infatti il film di battute “a chiave”, troppo ingiustificate e didascaliche nel tessuto dei dialoghi per non mostrarsi immediatamente come forzosi indicatori di significato.
A suo tempo Crash fu accusato di essere un film a tesi, e lo era senza ombra di dubbio. Si trattava di un film costruito a tavolino in modo millimetrico e soffocante per esprimere un’idea radicalmente precostituita, in cui i personaggi perdevano a poco a poco tutta la loro credibilità perché imbrigliati in una griglia narrativa a monte come marionette prive di vera personalità. Ma per estremo paradosso la forza di Crash stava proprio nella sua tesi, che sorreggeva e giustificava tutta la sua impalcatura cerebrale. Lo stesso accadeva in Nella valle di Elah, dove la polemica antimilitarista corroborava un’altra costruzione narrativa a geometrico incastro.

Insomma, laddove regna sovrano il “cinema di messaggio”, la scrittura invadente di Paul Haggis continua ad avere una sua ragion d’essere, dando luogo ad apprezzabili manifestazioni di spettacolo (perché poi in ultima analisi di questo si tratta: spettacolo americano serio ed elegante a servizio di più o meno gigionesche prove attoriali). In Third Person viene a mancare invece una motivazione profonda, legata alla riflessione sul contingente che sembra essere il territorio d’elezione dell’autore. Stavolta Paul Haggis si sgancia dalle riflessioni sul presente storico ambendo al racconto universale, avvitato non solo sulla verità psicologica dei personaggi ma anche su presuntuose elaborazioni narratologiche.
Tuttavia, le grandi rivelazioni di Haggis su dolore, espiazione e creazione artistica hanno le polveri bagnate, non dicono niente di nuovo e soprattutto lo dicono proprio male. Dimenticando le avvincenti narrazioni dei suoi film precedenti, Haggis adotta un passo da finto cinema europeo, in cui contano più i silenzi e i momenti di sospensione, mentre le parole, quando prendono corpo, gridano spesso vendetta in un tripudio di battute da baci Perugina versione engagé.

La vicenda ambientata in Italia è meno folclorica di quanto ci ha abituati il recente cinema americano girato nel nostro paese (anche se i personaggi italiani sono equamente spartiti tra stupidi e delinquenti…) ma resta la meno interessante, mentre Haggis mostra anche un inaspettato affanno nella composizione del racconto, che alla storia più appassionante (la coppia James Franco-Mila Kunis, i più intonati e affiatati) riserva meno spazio di tutti, dilungandosi inspiegabilmente dietro ai bamboleggiamenti degli irritanti Adrien Brody e Moran Atias. Trascinando stancamente il racconto per una durata spropositata di oltre due ore, Haggis cambia ovviamente passo nell’ultimo capitolo, quando tutti i nodi vengono al pettine e abbondano le “maieutiche” rivelazioni. Stavolta però i colpi di scena sono telefonatissimi, e soprattutto non si riallacciano a una riflessione autoriale sulla natura umana, ma condannano il film al gioco fine a se stesso, superficiale e non ispirato. Pura esibizione di tecnica narrativa, in una versione sfiatata e anche un tantino incoerente. Ovvero, la maniera di un metodo, che alla sua terza manifestazione (The Next Three Days costituisce un caso a parte, in quanto film su commissione meno personale degli altri) mostra già pesantemente la corda in una riproposizione vuota e demotivata. Grande spreco. Di autore, di scrittura, e di un intero cast d’attori.
E diffidate del trailer. Del bellissimo pezzo “In This Shirt” degli Irrepressibles, utilizzato per la pubblicità del film, non vi è alcuna traccia in colonna sonora.

Info
Il trailer di Third Person su Youtube.
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