Superworld

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Dalla Berlinale arriva in concorso al 16° Festival del Cinema Europeo di Lecce Superworld, opera seconda dell’attore e regista Karl Markovics. Rigore formale e bravissimi interpreti al servizio di un film che sfugge a qualsiasi tentativo di catalogazione.

Che Dio mi maledica

Gabi Kovanda, impiegata in un supermercato, conduce una vita ordinaria dividendosi tra famiglia e lavoro, tra una villetta singola ed un negozio di alimentari. Un giorno Gabi torna a casa dal lavoro e succede qualcosa che cambierà la sua vita in un istante. Non è visibile, non emette suoni, ma comunque la colpisce come un fulmine – l’incontro con Dio. [sinossi]

Probabilmente non tutti sanno che Karl Markovics, oltre a fare l’attore di cinema, teatro e soprattutto di note serie televisive come Il Commissario Rex, che lo ha reso celebre nel ruolo dell’ispettore Stockinger, si cimenta da qualche anno dietro la macchina da presa. Dopo il fortunato esordio nel 2011 con Breathing, infatti, ha deciso di riprovarci quattro anni dopo portando sul grande schermo Superworld, presentato all’ultima Berlinale e ora selezionato in concorso alla 16esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce.

Alla kermesse salentina approda un film che sfugge a qualsiasi tentativo di catalogazione all’interno del ricco ventaglio dei generi, per cui ogni sforzo in tal senso risulta vano. Il segreto sta nel loro utilizzo simultaneo, sino a ottenere un ibrido capace di mescolare senza soluzione di continuità tutta la gamma di codici, archetipi, registri e persino sfumature, messi a disposizione da ciascuno di essi. Markovics mette su carta prima e poi in quadro una riuscita combinazione dei suddetti elementi, che contribuisce a dare forma a sostanza a una sorta di “odissea biblica minimalista”, ossia un qualcosa che rievoca metaforicamente fatti e personaggi religiosamente riconoscibili, senza però doverli palesare sullo schermo passando attraverso apparizioni celestiali o terrene, catastrofi, piaghe, apocalissi, reincarnazioni, esodi o roboanti effetti speciali per aprire vie di fuga tra le acque e via dicendo. Per fare ciò colora il plot di fantascienza, dramma familiare, humour nero, thriller psicologico e metafisico, che sceglie di usare di volta in volta in modalità random.

Supeworld ci catapulta piuttosto in una piccola cittadina austriaca per parlare di Dio e del mondo: un mondo in cui però l’eroina lavora alla cassa di un supermarket e c’è un Dio che non ci è dato vedere o sentire, ma la cui presenza si avverte in tutto il film. La protagonista non è la Giovanna D’Arco di turno, anche se alcuni suoi comportamenti potrebbero in qualche misura indurre a pensarlo, ma è comunque sotto un influsso divino che provocherà in lei e nella sua famiglia forti scossoni. Il regista ci mostra come avrebbe reagito a un simile “incontro” qualcuno che non soffre di alcun tipo di stress psicologico, né si senta sotto pressione per cambiare. Solitamente, infatti, ci troviamo a fare i conti con personaggi che in principio hanno sempre qualche problematica, utilizzata per conferire drammaticità agli eventi, permettendo così al pubblico di guardarli alle prese con la risoluzione del problema stesso. Qui, al contrario, la protagonista all’inizio non è afflitta da alcun problema. Dunque, l’incontro divino capita ad una persona con i piedi per terra, una persona qualunque, con una vita normale e apparentemente serena, madre e moglie ideale che non è aggrappata a nessuna ancora esoterica o spirituale per far fronte alla disperazione. Ciò allo stesso tempo avvicina e allontana da noi una figura in continua mutazione, che se da un lato ci diventa cara, dall’altra finisce con lo spaventarci. Il regista è straordinariamente abile nel non consegnarci mai le chiavi della storia, tantomeno il disegno completo della protagonista che la anima. Di conseguenza, la catarsi e la possibilità di innescarla ci viene dopo pochi minuti negata, proprio nel momento in cui iniziamo a conoscere Gabi e tutto ciò che le ruota intorno. Privando lo spettatore di questo, nel medesimo istante lo si mette nella condizione di vivere l’esperienza filmica contemporaneamente a quella dei personaggi, in un percorso narrativo che viaggia parallelamente lungo la timeline all’insegna della scoperta continua. Non sappiamo cosa aspettarci, né è possibile azzardare qualsiasi tipologia di pronostico, perché questo meccanismo messo in atto da Markovics toglie allo spettatore il più grande dei privilegi, ossia l’onniscienza. L’unica cosa che ci resta da fare è, quindi, quella di seguire dall’inizio alla fine l’evolversi della storia, sempre e costantemente in bilico tra il credere o no alle parole di una donna folgorata sulla “via di Damasco” (la sua online è esattamente l’opposto di quella della protagonista di Faith, secondo capitolo della trilogia Paradise di Ulrich Seidl), a ciò che dice di vedere e sentire. Sta a noi decidere se credere nel miracolo o tendere per la tesi della pazzia. Questa è la grande forza di un film che, se non fosse per qualche calo di tensione e cedimento strutturale soprattutto nella parte centrale, avrebbe toccato vette ancora più alte sulla scia di una grande interpretazione come quella offerta da Ulrike Beimpold nei panni di Gabi, di sequenze di forte impatto visivo (l’incendio nel giardino) ed emotivo (il cavalcavia, la chiesetta di campagna, il temporale) e di un rigore formale che lascia spazio a soluzioni di regia esteticamente pregevoli (l’uso delle inquadrature a piombo per sottolineare il presunto sguardo divino, contrapposto a quello insistente dei dettagli che serve per simulare la soggettiva della protagonista e scoprire su cosa di volta in volta si vanno a fermare i suoi occhi).

Info
La scheda di Superworld sul sito del Festival del Cinema Europeo di Lecce
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