Quando dal cielo…

Quando dal cielo…

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Fabrizio Ferraro in Wenn Haus Dem Himmel (Quando dal cielo…) mette in scena la musica di Paolo Fresu e Daniele Di Bonaventura e lo fa con ammirevole rigore dello sguardo, appesantendolo però di alcune ‘eccedenti’ riflessioni filosofiche.

Una tromba e un bandoneon

Wenn Haus Dem Himmel (Quando dal cielo…) è il racconto per immagini dell’incontro artistico tra Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura ed il produttore Manfred Eicher, fondatore dell’etichetta discografica ECM, per la realizzazione dell’album “In Maggiore”. [sinossi]

Il cinema di Fabrizio Ferraro è radicale, rigoroso, anche austero, a tratti sperimentale. Il suo è uno sguardo decisamente eccentrico nel panorama italiano, probabilmente unico. Ferraro segue un percorso personale e appartato, con lo sguardo rivolto in particolare a Straub e a Jean-Luc Godard. Eppure, ad eccezione di Je suis Simone (la condition ouvrière) del 2009, il suo film più riuscito e insieme il più straubiano, sembra sempre mancargli qualcosa, o al contrario sembra sempre voler “caricare” troppo di senso il suo fare cinema, imbrigliandone il potere e l’efficacia con eccessive precisazioni e didascalismi. Questa sensazione si rinnova al cospetto di Wenn Haus Dem Himmel (Quando dal cielo…), in cui Ferraro mette in scena l’incontro musicale e concettuale tra la tromba di Paolo Fresu e il bandoneon di Daniele Di Bonaventura, al lavoro – sotto lo sguardo attento del produttore tedesco Manfred Eicher – per la realizzazione dell’album In Maggiore. Vediamo, nel corso delle prove, Fresu e Di Bonaventura dialogare tra loro alla ricerca delle migliori soluzioni musicali da adottare, poi li vediamo ascoltare in compagnia di Eicher quanto hanno suonato e ancora li osserviamo mentre si confrontano tutti insieme nel tentativo di raggiungere una purezza del suono. Sono, queste, solo alcune delle situazioni che si dipanano in Quando dal cielo…, a testimonianza del rabdomantico setacciamento operato da Ferraro intorno al concetto della creazione musicale e di come questa sia il frutto di varie soluzioni meticolosamente studiate (valga per tutti l’esempio dell’ossessiva valutazione del punto in cui posizionare gli strumenti sul palco dell’Auditorium perché la registrazione possa essere ancora più perfetta).

Eppure a questi discorsi, già di per sé fittissimi di senso (il farsi della musica davanti ai nostri occhi), Ferraro decide di accompagnare delle riflessioni in voice over sulla platea ancora vuota in attesa dell’arrivo del pubblico, sul suono che diventa immagine e che la nutre, ecc.; riflessioni che – pur affascinanti – deviano e sviano rispetto al centro del film e non riescono ad amalgamarsi concettualmente con esso.
In Quando dal cielo… si avrebbe allora la tentazione di restare per tutto il tempo chiusi nell’Auditorium al cospetto dello scambio musicale d’idee tra Fresu, Di Bonaventura e Eicher. Uno scambio che è anche confronto tra character, laddove Eicher si muove come un esagitato e ispirato artefice, Di Bonaventura gioca sui mezzi toni (dello stare in scena e non del suonare) e Fresu fa da mediatore tra i due. E, invece, di fronte a questa tentazione di claustrofobia spettatoriale, Ferraro ci porta all’aperto mostrandoci vedute o camera car, indugiando alla ricerca della bella immagine forse fine a se stessa. Fa eccezione il bel finale sulla nave, dove i due si esibiscono e dove l’insistenza nel mostrare l’acqua del mare che scorre regala un sentimento di precarietà, di caduco fluire eracliteo.

Come del resto insegna il cinema di Straub, per parlare di cinema, per essere meta-cinematografici, non serve necessariamente parlarne, non serve verbalizzare quel che si vede o si sente. Non serve la super-presenza autoriale che sottolinea il proprio esistere, il proprio essere al mondo. Basta probabilmente un accenno, un imprevisto, una fuga improvvisa dal senso. In Quando dal cielo… allora sarebbe forse bastato quel momento in cui Eicher, compulsivamente alla ricerca della purezza della registrazione, domanda infastidito: “E questo microfono cos’è?”, e Fresu gli risponde: “Serve per il film che stanno girando”. Si tratta evidentemente di un microfono di troppo, che Eicher avrebbe volentieri eliminato. Ecco che allora qui il più di senso arriva da sé, naturalmente: il cinema come disturbo, come presenza tecnologica che devia il suono, che lo “cattura” in modo impreciso e probabilmente inesatto, per quella sua volontà di onnipotenza e onnipresenza che, nel perseguire il sogno audiovisivo di registrazione della realtà, fa sì che si perda sempre qualcosa nella definizione, di un suono, di un’immagine, del senso…

Info
Il trailer di Wenn Haus Dem Himmel (Quando dal cielo…) su Youtube.
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