Anemistiras

Anemistiras

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Disgregazione, solitudine e incomunicabilità sono i temi al centro di Anemistiras, dolente dramma familiare firmato dal greco Dimitris Bitos. In concorso al 16° Festival del Cinema Europeo di Lecce.

A modo mio

Nella periferia di Atene, Alkis e Machi lottano per andare avanti con la loro figlia di 11 anni, Lemonia. Machi e Alkis sono chiaramente infelici insieme e hanno molti irrisolti rancori. Durante uno dei loro violenti scontri, Lemonia appare con una granata tra le mani. Da quel momento in poi, Lemonia inizia a dirigere la loro relazione con la minaccia dell’esplosivo, costringendo i propri genitori a fare un esame critico e dettando loro ciò che devono dire o fare. [sinossi]

Non è la prima volta che la cinematografia greca si confronta con temi come la disgregazione del nucleo familiare, la solitudine e l’incomunicabilità. La profonda crisi economica e il momento socio-storico-politico che sta attraversando il Paese hanno finito con il trasformare il focolaio domestico in un Vaso di Pandora, pronto in qualsiasi momento a esplodere con tutta la sua ferocia come in Miss Violence di Alexandros Avranas. Dimitris Bitos è solo l’ultimo in ordine di tempo ad aver penetrato e scardinato con una macchina da presa le quattro mura casalinghe greche. In Anemistiras, presentato in concorso alla 16esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce dove si è aggiudicato il “Cash Prize”, il regista e attore ellenico porta sullo schermo la storia di una coppia che prova a rimettere insieme i pezzi di un matrimonio andato in frantumi grazie all’aiuto della figlia undicenne. La giovane protagonista userà metodi poco ortodossi per portare a termine la difficile missione, ma del resto a mali estremi, estremi rimedi.

Per raccontare questo dramma a sfondo familiare, Bitos costruisce un kammerspiel passando attraverso un impianto teatrale che circoscrive gran parte della narrazione tra le diverse stanze dell’appartamento, esclusi pochi frammenti che trascinano i tre personaggi nelle strade di Atene per catturate brandelli della loro quotidianità. La casa diventa giocoforza una “prigione invisibile” (simile per certi versi a quella dove viene segregata la famiglia di Private), con Lemonia che tiene sotto mira i propri genitori impugnando una granata innescata, costringendoli a rituali amorosi, corteggiamenti e a lunghe sedute di terapia di coppia che vedono l’adolescente sostituirsi a una terapeuta. Il “puzzle” drammaturgico si compone così di continui e serrati confronti verbali, fisici e psicologici, intervallati da lunghi silenzi, dai quali emergono sconvolgenti verità per troppi anni negate e taciute (torna alla mente il Miss Julie di Liv Ullmann). Quella stessa casa si tramuta in una sorta di palcoscenico e le mura che la delimitano diventano le pareti di un teatro dove il regista mette in scena una vicenda privata sofferta e dolorosa che risorge nelle e sulle macerie, acquistando un’insperata spinta propulsiva. La differenza con Miss Violence sta dunque nel fatto che ci troviamo al cospetto di uno spiraglio di speranza e non in un maledetto viaggio di sola andata.

Sicuramente, gli studi e i trascorsi teatrali come regista e attore (nel 2007 ha creato la compagnia ASIPKA in collaborazione con Irini Drakou) hanno guidato fisiologicamente Bitos nell’intraprendere certe scelte anche nel passaggio dietro la macchina da presa. Queste stesse scelte rappresentano la vera forza del film: su e con queste prende forma e sostanza un’opera prima che ha moltissimo da dire e altrettanto da mostrare. Il cineasta greco punta su un rigore formale che mette in risalto lo spazio e l’interazione tra gli attori e lo spazio stesso. Le riprese del film sono secche, pulite e molto curate per quanto riguarda il taglio e la composizione delle immagini. Per la maggior parte delle inquadrature la macchina da presa è quasi immobile, molto vicina agli interpreti. Il risultato è un gioco di corpi che alterna momenti di stasi a “valzer”. Ciò al fine di raggiungere un perfetto equilibrio tra l’irrazionale e l’elemento di realismo magico intrinseco ad alcune riprese. Il punto di vista è intercambiabile tra riprese ravvicinate sugli attori intenti ad interpretare i rispettivi ruoli ed i personaggi del film impegnati, nel contempo, ad assumere i comportamenti imposti dalla bambina, come degli attori in cerca di un nuovo ruolo.

Info:
La scheda di Anemistiras sul sito del Festival del Cinema Europeo
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