Magical Girl

Magical Girl

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Una serie di colpi di scena ben assestati e una regia eclettica non bastano a far fare a Magical Girl di Carlos Vermut il vero salto di qualità. In concorso al 16° Festival del Cinema Europeo.

Destini incrociati

Alicia, una ragazza malata, sogna di indossare l’abito della sua serie giapponese preferita “Yukiko Ragazza Magica”. Il padre Luis farà di tutto per accontentarla. Ma il suo destino si intreccia con quello di Barbara, una giovane donna attraente con problemi psichici, e con quello di Damian, insegnante che ha chiuso con tutti, tranne che con il suo passato turbolento. Luis, Barbara e Damian resteranno intrappolati in un mondo di ricatti, dove l’istinto e la ragione saranno tragicamente in lotta e così le loro vite cambieranno per sempre. [sinossi]

La Spagna può contare su una ricca tradizione per quanto riguarda il “cinema nero”, con un numero piuttosto rilevate di pellicole approdate via via sul grande schermo. A firmarle una rosa nutrita di registi come Amenabar, Fresnadillo, Balaguerò, Plaza, Bayona, Monzòn e Còrtez, alla quale si va ad aggiungere ora anche il nome di Carlos Vermut, poliedrico cineasta madrileno classe 1980, autore nel 2011 del pluri-premiato Diamond Flash e di un tris di cortometraggi (Michirones, Maquetas e Don Pepe Popi) che ha raccolto consensi nel circuito festivaliero internazionale. Nella sua opera seconda dal titolo Magical Girl, candidata a ben sette Goya Awards (tra cui miglior film e regia) e presentato in anteprima italiana nel concorso della 16esima edizione del Festival del Cinema Europeo di Lecce (sarà poi presentato al 17° Far East Film Festival di Udine nell’ambito dell’omaggio che la kermesse friulana dedica al Sitges), il suddetto genere diventa uno strumento per parlare di amore, desiderio, ossessione e della relazione tra gli esseri umani e il loro lato oscuro.

Quello che Vermut mette su carta prima e in quadro dopo è un nuovo capitolo dell’eterno conflitto delle anime contro i propri nemici, in una “guerra” che si combatte da millenni nella mente e nel cuore di ciascuno di noi e con la quale la Settima Arte si è misurata sin dalla sua notte dei tempi. Il che non fa altro che aumentare in maniera esponenziale le aspettative dei fruitori di turno nei confronti di quegli autori che continuano a confrontarsi con il genere in questione e con certe tematiche. Forse per questo il più delle volte i risultati non soddisfazione a pieno le esigenze di quei fruitori, addetti ai lavori o semplici spettatori, che cercano nei film che si vanno a iscrivere nel filone cosiddetto “nero” sapori forti e clamorosi colpi ad effetto. Questi ultimi, in Magical Girl non mancano e fanno parte del menù offerto alla platea di turno, peccato che non siano sufficienti a tenere alta l’attenzione per le due ore circa di durata.

Lungo il percorso narrativo, che intreccia, in un valzer di ricatti e sangue su piani temporali paralleli e sovrapposti, i destini di tre personaggi apparentemente lontani, si verifica una perdita e una dispersione graduale della suspense e della tensione che, unita a una costruzione altalenante del ritmo, a conti fatti finisce con l’indebolire il racconto e di riflesso la sua trasposizione. Dal punto di vista della scrittura, ci troviamo così al cospetto di un compromesso tra cose buone (disegno e sviluppo dei personaggi) e altre che non lo sono, con una vittoria ai punti delle seconde sulle prime. Eppure Vermut se la cava bene sia nella direzione degli attori che nella regia tecnica. Ma se da un lato queste due qualità portano sullo schermo spunti, soluzioni stilistiche e passaggi emotivi degni di nota, dall’altro le stesse mettono ancora di più in evidenza le debolezze, le fragilità e le mancanze della sceneggiatura. Il regista iberico dimostra nuovamente di sapere sempre come e dove posizionare la macchina da presa per ottenere il meglio da ogni singola inquadratura, spesso passando anche per scelte stilistiche rischiose e azzardate. Probabilmente, questa sua capacità di rendere visivamente accattivanti e funzionali al racconto tutte le immagini che di volta in volta “partorisce”, gli viene dalle precedenti esperienze come fumettista per giornali come El Mundo. La storia ci insegna però che il sapere tenere in mano un pennello, non significa automaticamente sapere dipingere o essere un pittore. La cosa che non torna è che Vermut, nonostante la giovane età e le poche opere alle spalle, ha comunque dimostrato di sapere fare entrambe le cose. Per questo, rimandiamo qualsiasi giudizio sul suo operato quando avremo modo di vedere l’opera terza.

INFO
Il sito ufficiale di Magical Girl
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