Key House Mirror

Key House Mirror

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Un autentico colpo al cuore, intenso, delicato ed emozionante. Tutto questo è Key House Mirror del regista danese Michael Noer. Un film sulla senilità che parla di vita e non di morte, di speranza e della possibilità di tornare ad amare. In concorso al Festival di Lecce 2015.

Non è mai troppo tardi

Lily e Max sono sposati da più di 50 anni. Ora vivono insieme in una casa di riposo, in cui Max viene accudito da quando è stato colpito da un ictus. Lily ha maliconicamente messo da parte le proprie esigenze. Finché un uomo conosciuto come “il Pilota” si trasferisce alla stanza accanto e, con la sua passione per la vita, affascina da subito Lily. Tuttavia né la famiglia di lei, né gli altri residenti della casa di riposo sono contenti della nuova conoscenza. [sinossi]

Chi l’ha detto che un film sugli anziani deve per forza di cose trattare di senilità? E chi l’ha detto che se si realizza un film sulla senilità si deve per forza di cose parlare solo e soltanto dell’inevitabile e inesorabile approssimarsi della fine? Con la sua opera terza dal titolo Key House Mirror, fresca vincitrice del premio per la migliore attrice al 16° Festival del Cinema Europeo di Lecce, Michael Noer ci dimostra che è possibile realizzare un film sulla vita e sul rifiuto di morire, che parla di speranza e della voglia di cogliere l’amore giunto dalla porta accanto, anche se si è al tramonto della propria esistenza. Quello firmato dal regista danese è prima di tutto un film sull’amore, non quello eterno raccontato da Michael Haneke nel meraviglioso Amour, ma quello che può sbocciare anche in età avanzata, che può portare delle persone a innamorarsi perdutamente e profondamente come fossero degli adolescenti. Del resto, si tratta di un sentimento che non ha e non dovrebbe avere età.

La forza e la bellezza di questa pellicola stanno proprio nella bravura di Noer e dello sceneggiatore Anders Frithiof August di aver raccontato una storia animata da personaggi che non sono definiti in base all’età, ma piuttosto in base alle loro emozioni. La scrittura prima e la trasposizione dopo focalizzano il baricentro drammaturgico proprio sulle emozioni, indipendentemente da chi le sta vivendo. Si finisce così con il dimenticare che ci troviamo in una casa di riposo e che la coppia di innamorati sono degli ottantenni. Ecco perché Key House Mirror va considerato prima di tutto un dramma di formazione piuttosto che un melodramma sulla morte come Amour. La spiegazione sta nel fatto che nel corso della vita ci sorprendiamo di noi stessi e affrontiamo sfide alla ricerca della nostra felicità interiore. La felicità per Lily e la sua nuova fiamma si chiama libertà, quella di poter scegliere del proprio destino, anche se qualcosa (la malattia ad esempio) o qualcuno (la Società o la famiglia) vuole impedirlo per un motivo o per un altro.

Un autentico colpo al cuore, struggente, delicato ed emozionante, Key House Mirror tocca, accarezza e sfiora le corde del cuore, inumidisce le guance, regala sorrisi e momenti di rara intensità (il primo bacio e la prima notte insieme), ma anche diversi spunti di riflessione che lasciano il segno nella mente dello spettatore. Il tutto passa attraverso una regia attenta e puntuale che valorizza l’ottimo lavoro di scrittura e mette nelle condizioni tutti gli attori coinvolti di offrire alla platea delle indimenticabili performance (una su tutte quella di Ghita Nørby nel ruolo di Lily che riporta alla mente la Ah Tao interpretata da Deannie Ip in A Simple Life di Ann Hui).

Info:
La scheda di Key House Mirror sul sito del Festival del Cinema Europeo

 

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