Sarà il mio tipo?

Sarà il mio tipo?

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Malgrado la fuorviante titolazione italiana, Sarà il mio tipo? è una commedia romantica nient’affatto scontata, che unisce la fruibilità ad alcune interessanti riflessioni sulle ragioni del cuore e quelle dell’ambiente sociale.

Kant, Gloria Gaynor, e tutto ciò che sta nel mezzo

Clément è un giovane e affascinante professore di filosofia di Parigi, trasferito suo malgrado nella (per lui) fin troppo tranquilla provincia di Arras. Jennifer è una parrucchiera semplice ed esuberante, madre separata, indaffaratissima tra lavoro e cura del figlio, che si svaga coi romanzi rosa e le serate al karaoke. L’amore che esplode tra i due sembra superare le barriere sociali e culturali… almeno inizialmente. [sinossi]

A un’ipotetica, lunga lista che potremmo chiamare “titoli italiani fuorvianti”, la più recente aggiunta potrebbe essere questo Sarà il mio tipo?, titolazione nostrana per la nuova commedia diretta dal francese Lucas Belvaux. A dire il vero, e ad essere lessicalmente rigorosi, la distribuzione italiana ha modificato solo di poco il titolo originale Pas son genre, mutuato a sua volta dal romanzo ispiratore dello scrittore Philippe Vilain; ma l’eliminazione della negazione (in sé quasi un’ipoteca, pesante, sullo svolgimento della trama), l’aver volto la frase in prima persona, e soprattutto la scelta della forma interrogativa, modificano radicalmente il mood che emana dal titolo, l’intrinseca promessa che (come sempre, al cinema) questo contiene. Il film di Belvaux, infatti, è una commedia romantica sui generis, che sceglie un approccio meno risaputo (e prevedibile) ai temi che affronta, rispetto alle molte opere analoghe prodotte da entrambe le sponde dell’oceano. L’idea di levità e inoffensività che il titolo italiano potrebbe suggerire non trova quindi riscontro nell’intreccio del film, e nelle soluzioni narrative che adotta; ciò, malgrado un’effettiva levità nel tocco, nonché la scelta di una confezione accattivante e fruibile, siano la cifra stilistica evidentemente voluta dal regista.

Il film di Belvaux (cineasta abituato, nella sua carriera, ad adattare il suo stile ai generi più vari) rispetta in effetti in tutto, nella sua confezione, i canoni del filone di cui fa parte: personaggi leggibili e tali da suscitare facilmente empatia, espressioni di ambienti sociali precisi e riconoscibili, un intreccio lineare e della giusta vivacità, un romanticismo sussurrato e non invadente, che segue le oscillazioni umorali dei due caratteri. Non ha un approccio rivoluzionario al genere, il regista francese, e non vuole averlo: sceglie anzi, nella messa in scena, di farsi da parte, affidando molto dell’impatto emotivo della vicenda allo script, nonché alle prove dei due notevoli protagonisti Émilie Dequenne e Loic Corbery.
Eppure, nell’ottima sceneggiatura scritta dello stesso Belveaux, nel modo di delineare e prendere per mano i personaggi, e di descrivere la loro evoluzione, si coglie fin dall’inizio quello scarto, quell’elemento di discontinuità nelle rigide maglie di un genere codificato, che vale una visione (e una valutazione) un po’ più attenta. Sebbene l’incontro tra i due protagonisti sia descritto come confronto/scontro di ambienti sociali antitetici (la provincia e la metropoli, la lettura di Kant e quella dei romanzi rosa, i circoli intellettuali parigini e il karaoke in cui si suonano i classici seventies) il film evita di fare dei due personaggi dei meri, schematici “tipi” esemplificativi; ma, soprattutto, imprime loro un’evoluzione diversa da quella che ci si potrebbe aspettare.

Lo script sceglie un’ottica, per così dire, laica sulla vicenda che racconta; ciò, sia per il punto di vista adottato (suddiviso esattamente a metà tra i due terminali della coppia) sia per le considerazioni che dall’incontro si possono trarre. L’assenza di uno sguardo giudicante sembra essere la direttiva che guida la scrittura dell’intero film (esemplificata, nelle parole del regista, dalla frase di Renoir per cui “tutto il mondo ha le sue ragioni”); ma anche il rifiuto di azzardare teoremi, facili risposte, soluzioni preconfezionate a un tema che, per definizione, resta composito nelle implicazioni quanto fluido e sfuggente nelle sue espressioni concrete. Rifiutando di portare sullo schermo un bignamino sui rapporti di coppia tra ambienti sociali diversi, il regista rende vivi e problematici i suoi due protagonisti, evidenziandone le inesplicabili intermittenze, le repentine collisioni e gli altrettanto improvvisi allontanamenti; non dimenticando di delinearne, con la giusta dose di ironia e disincanto, i rispettivi contesti. Contesti, comunque, mai soverchianti sullo spazio vitale, e di evoluzione individuale, di Jennifer e Clement: questi ultimi infatti si cercano, trovano, incontrano e scontrano come individui, le vittorie e le sconfitte del loro rapporto restando espressione di un libero arbitrio che trova ragioni e torti (principalmente) nella sfera personale.

Il malinconico sentore di sconfitta che aleggia (dapprima quasi impercettibile, poi sempre più presente) sull’intero film, specchiato nell’impenetrabile volto di Loic Corbery, non fa di Pas son genre (usiamo stavolta la titolazione originale) una storia dall’afflato pessimista; ma ne mette in luce, semplicemente, gli assunti (la difficoltà di incontro/collisione tra individui visti sempre come mondi separati) facendo da contraltare a un tono che resta, comunque, improntato alla commedia di largo consumo. Riscattando anche, da par suo, una timidezza registica che (pur scelta) avrebbe potuto facilmente affondare l’intera operazione in una generale, e per fortuna evitata, mancanza di incisività.

Info:
Il trailer di Sarà il mio tipo? su Youtube
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