Road 47

Road 47

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Giunto in sala a ridosso delle celebrazioni per il 25 aprile, Road 47 è un insolito esempio di cinema bellico, dalla vocazione anti-spettacolare, che racconta il contributo delle truppe brasiliane alla Liberazione nell’inverno del ’44/’45.

Una Liberazione privata

Nel dicembre del 1944, nei territori dell’Appennino Tosco-Emiliano, insieme agli Alleati combatte una divisione di genieri della Forza di Spedizione Brasiliana (FEB): questi hanno il compito di neutralizzare un campo minato tedesco posto lungo la Linea Gotica. Mal assortiti, e poco avvezzi al gelido clima del nord Italia, i militari incappano in una mina perdendo due uomini; i superstiti, presi dal panico, si disperdono tra i monti… [sinossi]

È ormai d’uso, da parte della distribuzione italiana, celebrare ricorrenze particolarmente importanti attraverso l’uscita in sala di pellicole “a tema” (che ne raccontino, in modo più o meno diretto, gli eventi); spesso si tratta di opere risalenti a qualche stagione fa, finora trascurate o arrivate al pubblico italiano soltanto attraverso il circuito festivaliero. È già successo, qualche mese fa, con Corri ragazzo corri di Pepe Dunquart, distribuito in occasione della Giornata della Memoria; si ripete ora, alla vigilia delle celebrazioni per il 25 aprile, con questo Road 47, dramma bellico sulla Seconda Guerra Mondiale risalente al 2013, già visto nell’ultima edizione del Bif&st. Va senz’altro fatto un plauso, nello specifico, a Cinecittà Luce per la scelta dell’opera: sia per il tema che questa racconta (la partecipazione di truppe brasiliane alla campagna italiana del ’44/’45, e il loro contributo nella lotta contro i nazifascisti) sia per il modo decisamente anticonvenzionale in cui l’argomento viene messo in scena. Al di là del suo specifico cinematografico, il film di Vicente Ferraz (suo il documentario Soy Cuba, il mammuth siberiano, risalente al 2005) ha un valore di testimonianza che è impossibile trascurare: e non lo diciamo per amor di retorica, elemento di cui puntualmente, in questo periodo, i media si riempiono ben oltre il lecito. La presenza di oltre 12.000 militari brasiliani sul suolo italico in quell’ultimo inverno di guerra, l’alto prezzo da essi pagato in termini di vite umane, è infatti elemento colpevolmente trascurato da gran parte della storiografia: in questo senso, il lancio scelto dalla distribuzione (“Quando il Brasile liberò l’Italia”) è una provocazione che colpisce nel segno.

Ben venga, allora, la presenza in sala (pur tardiva) di questa co-produzione tra Italia, Portogallo e Brasile; e ben vengano, entrando nel merito dell’opera, le scelte che essa compie tanto sulla messa in scena, quanto sul racconto di quelli che restano, principalmente, una presa di coscienza e un riscatto umani. Se Sergio Rubini (interprete nel film dell’italiano disertore) ha incautamente accostato la pellicola al capolavoro di Monicelli La grande guerra, da parte nostra viene più facile pensare al recente torneranno i prati di Ermanno Olmi; non tanto per un’affinità di concetti espressi o di attitudine verso l’idea di guerra (di altro e diverso conflitto si trattava in quel caso, tra l’altro); e neanche per la resa cinematografica in sé, indubbiamente più limpida ed equilibrata (nonché venata di lirismo) nel film di Olmi. Dove le due opere si rivelano affini, tuttavia, è nel programmatico rifiuto di qualsiasi epica militare, in un approccio anti-spettacolare alla materia, nell’attenzione primaria ai personaggi, alla dimensione privata più che a quella collettiva, e all’evoluzione di ogni carattere nel contesto di una situazione tanto estrema quanto (per i personaggi) poco leggibile. Qui, filo conduttore e focus narrativo della storia è la voice over del soldato Guima, che racconta gli sviluppi del conflitto attraverso le lettere a suo padre. Uno dei limiti che possiamo addebitare al film di Ferraz, a questo proposito, sta forse proprio in questo sbilanciamento narrativo sul personaggio interpretato da Daniel De Oliveira; nonché nell’invadenza (a volte narrativamente poco funzionale) della voce fuori campo. Una scelta che in parte sacrifica la complessità e la rilevanza di alcuni degli altri membri del gruppo, ma che comunque non impedisce al quadro generale delineato dal regista di venir fuori con sufficiente forza.

Un quadro che mescola, non senza fascino, l’incontro/scontro di culture e attitudini verso il conflitto, il diverso grado di consapevolezza dei rappresentanti delle parti in causa (la paura e la disillusione sul volto dell’ufficiale tedesco, la stanchezza mista a rabbia del disertore interpretato da Rubini, lo smarrimento e la disperata ricerca di risposte dei militari sudamericani), la collisione brusca quanto inevitabile con un ambiente naturale che diviene elemento dinamico della storia. Proprio la valorizzazione degli esterni innevati dell’Appennino (significativa, a questo proposito, la scelta del 35 mm) è un’altra delle peculiarità più interessanti del film di Ferraz; che, laddove rifiuta quasi integralmente di mostrare gli scontri con l’esercito nemico (relegati ai campi lunghi, e all’esplicitazione del dopo) mette in scena il costante e logorante confronto con un territorio altrettanto “alieno” e incomprensibile dello stesso conflitto. Tra accelerazioni e decelerazioni narrative, in una partitura comunque all’insegna di un incedere dai tempi dilatati, ogni personaggio troverà la sua ragione di (soprav)vivere, prima che di combattere; in una missione (lo sminamento del campo) la cui valenza resta più simbolica che pratica. Alla fine, più che al riscatto militare in sé, ognuno avrà assolto a modo suo all’ansia di riscoprirsi umano, in un contesto naturalmente disumanizzante: in una mediazione tra quelli che una volta venivano definiti “personale” e “politico” che viene resa dalla sceneggiatura in modo non sempre equilibratissimo, ma certo non senza pregnanza e sincerità.

Info:
Il trailer di Road 47 su Youtube
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