Quai d’Orsay

Quai d’Orsay

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In attesa di vederlo in futuro nelle sale nostrane, Quai d’Orsay transita sugli schermi leccesi durante il 16° Festival del Cinema Europeo. L’ultima fatica dietro la macchina da presa di Bertrand Tavernier, prossimo Leone d’Oro alla carriera alla Mostra di Venezia, è una sottile commedia satirica tratta dall’omonima graphic novel di culto di Christophe Blain e Abel Lanzac.

Dammi tre parole: responsabilità, unità ed efficienza

Alexandre Taillard de Vorms è alto ed imponente, un uomo con stile che piace alle donne. Si dà il caso che sia anche il Ministro degli Affari Esteri nella terra dell’Illuminismo: la Francia. Con la sua chioma argentata, la pelle abbronzata ed il suo corpo atletico segue la scena mondiale, dall’alto delle Nazioni Unite di New York fino alla polveriera di Oubanga. Da qui fa appello ai potenti perché favoriscano la pace, perché plachino coloro che hanno il “grilletto facile”, consolidando così la sua aura da Premio Nobel per la Pace. Poi arriva il giovane Arthur Vlaminck, laureato dell’élite della Scuola Nazionale di Amministrazione, che sarà l’incaricato della “lingua” al ministero degli esteri. In altre parole, si tratta di colui che scrive i discorsi del presidente. Ma dovrà imparare a fare i conti con le suscettibilità del suo capo e di tutta la compagine. [sinossi]

È già successo in passato che una macchina da presa penetrasse tra i corridoi e le stanze dei Palazzi del Potere francese. Cinematograficamente parlando ci sono riusciti Pierre Schoeller prima (Il ministro) e Christian Vincent dopo (La cuoca del Presidente). Ultimo in ordine di tempo a tentare l’impresa è il prossimo Leone d’Oro alla carriera Bertrand Tavernier con la sua ultima fatica dal titolo Quai d’Orsay, presentata al 16° Festival del Cinema Europeo nell’ambito della retrospettiva che la kermesse salentina ha voluto dedicare all’eclettico regista, sceneggiatore, critico e produttore nato a Lione nel 1941. Per farlo, Tavernier cambia per l’ennesima volta strada, proprio lui che in quarant’anni e passa di carriera da regista ha esplorato e contaminato quasi tutti i generi a disposizione, puntando su una sottile commedia satirica tratta dall’omonima graphic novel di culto di Christophe Blain e Abel Lanzac.

Premiato per la sceneggiatura al Festival di San Sebastian 2013, il film è un affresco politico della Francia di oggi, ma libero e privo di tesi come ci ha abituato l’autore in molte delle sue pellicole precedenti. Quello che Tavernier porta sullo schermo è un caotico circo corale che catapulta lo spettatore in un microcosmo popolato da burocrati e faccendieri, dove è Thierry Lhermitte nella parte di un Ministro degli Esteri fortemente ispirato a Dominique de Villepin, che in Quai d’Orsay prende il nome di Alexandre Taillard de Vorms, a vestire i panni del domatore di turno. Proprio l’attore transalpino è l’autentico domatore in gabbia di un’opera che può contare anche su una folta schiera di spalle di primo piano, a cominciare da Niels Arestrup che per il suo ruolo del Capo di Gabinetto Claude Maupas si è aggiudicato un meritato César nel 2014. Il suo è un personaggio irritante e pieno di difetti, ma che non riesce davvero a passare come antipatico. È bravissimo a infilare nella conversazione la citazione giusta, da Eraclito a Tin Tin, peccato sia totalmente incompetente. Senza il giovane Arthur Vlaminck, “responsabile del linguaggio” (specie di ghost writer), infatti, sarebbe la catastrofe. Ma per Arthur non si tratta solo di scrivere i suoi discorsi, bensì di adattarsi a un ambiente di stress, ambizione e sporchi trucchi. Il giovane lo segue come un’ombra tra viaggi e pranzi diplomatici. Ed è su e attraverso questo gioco continuo e serrato gioco di In and out dalla e nella Farnesina parigina che il regista francese costruisce l’architettura drammaturgica e il racconto del film.

Tavernier asseconda la matrice originale trasferendo al cinema una sorta di fumetto cinetico che si rifà volutamente al linguaggio, alla punteggiatura e alla narrativa del fumetto stesso. Non a caso, l’uso dello split screen, così come la presenza di fiumi di dialoghi con rapidi scambi di battute e un montaggio dal ritmo frenetico, richiamano alla mente una successione di vignette e quadri attraversati in lungo e in largo, da un capo all’altro, da un ministro che si muove come una scheggia impazzita o una mina vagante. Una serie di scelte, queste, che nel complesso appaiono da una parte inevitabili e telefonate, dall’altra assolutamente funzionali e in linea con la decisione del regista francese, a nostro avviso saggia, di restituire al cinema l’anima e l’essenza della creatura nata dalle matite di Blain & Lanzac. Ma non è tutto oro ciò che luccica. A malincuore ci tocca segnalare una certa ripetitività nello script che va a inficiare sulla scorrevolezza del racconto. Nonostante il buon ritmo e l’ottimo disegno dei personaggi, che offre alla platea un piacevole divertissement, il film ci mette davanti a un susseguirsi di eventi, questioni scottanti, allarmi e piccole odissee quotidiane, che allo scoccare del novantesimo minuto inizia a diventare ridondante.

Info:
La scheda di Quai d’Orsay sul sito del Festival del Cinema Europeo
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