Kung Fu Jungle

Kung Fu Jungle

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Kung Fu Jungle, il film di Teddy Chen, si propone come un grande omaggio alla storia del cinema d’arti marziali di Hong Kong. Peccato che in questa festa sia stata dimenticata da parte la sceneggiatura…

Hong Kong colpo su colpo

Chi sta uccidendo i migliori artisti marziali di Hong Kong, battendoli con le loro stesse armi e lasciando sul cadavere un oggetto di metallo raffigurante un uccello? La polizia brancola nel buio, e una mano può darla solo Hahou Mo. Peccato che si trovi in carcere, dove sta scontando una lunga pena per aver ucciso un uomo a mani nude… [sinossi]

Come può l’appassionato di arti marziali e di kung fu movie resistere a un film che inizia con un lungo combattimento su/sotto/dentro una installazione raffigurante un gigantesco scheletro umano e che fa apparire, in ruoli più o meno consistenti, Donnie Yen, Andrew Lau, Derek Kwok, Kirk Wong, Peter Kam, Soi Cheang, Tony Leung, e chi più ne ha più ne metta? C’è anche l’inquadratura di un televisore su cui scorrono le immagini dell’allenamento di Jackie Chan in Drunken Master di Yuen Wo Ping, qualora il concetto di fondo attorno al quale ruota tutto Kung Fu Jungle non fosse arrivato con precisione allo spettatore.
Teddy Chen, onesto mestierante hongkonghese con qualche freccia al suo arco e un interessante gusto coreografico nella messa in scena dei combattimenti, pone la firma in calce con la sua ultima fatica a un gigantesco omaggio alla storia del cinema d’arti marziali della piccola città stato. Una storia che è sia pre che post hangover, non ha limitazioni di tempo o di temperie politica. Il kung fu, ed è questo il punto fermo del film, non rappresenta una peculiarità di Hong Kong. È Hong Kong.

E se l’assioma appena enunciato è accolto come verità, non si può che concordare che Donnie Yen è il cinema d’arti marziali degli ultimi anni. Basterebbe ovviamente il dittico dedicato a Ip Man a giustificare una simile incoronazione, ma si potrebbero citare Wuxia di Peter Chan e anche Bodyguards and Assassins, in cui Yen era diretto sempre da Teddy Chen e che fu presentato a Udine nel 2010. I pugni ipercinetici con cui Yen colpisce il tronco dell’avversario fino a mandarlo al tappeto sono una delle icone del cinema hongkonghese degli ultimi due decenni, ma non è un caso che in Kung Fu Jungle siano ridotti al minimo. Vive in un’atmosfera quasi crepuscolare, il film di Chen, e la figura di Hahou Mo, ex istruttore di arti marziali detenuto in carcere per aver ucciso un rivale a mani nude, colto dall’agone della lotta e spinto dal desiderio di “essere il numero uno”, appartiene alla categoria degli eroi al tramonto.
Non è un caso per di più che l’aspetto più adrenalinico di Kung Fu Jungle non sia di sua pertinenza ma venga assegnato a Wang Baoqiang (Blind Shaft di Li Yang, Assembly di Feng Xiaogang, Fire of Conscience di Dante Lam, Il tocco del peccato di Jia Zhangke); il personaggio interpretato da Wang, un villain che ha trasformato il suo handicap – ha una gamba atrofizzata e più corta dell’altra – nel suo punto di forza, rappresenta anche il più interessante spunto di una sceneggiatura che per il resto lascia decisamente a desiderare.

La scrittura di Kung Fu Jungle sembra costruita infatti attorno a un unico centro: presto o tardi i due protagonisti dovranno scontrarsi. Per far sì che questo accada, Teddy Chen (che è anche l’ideatore del soggetto) sacrifica anche il più strenuo brandello di logica. E se con la sospensione dell’incredulità insegnata da Coleridge bisogna fare l’abitudine in un film di questo tipo, è impossibile non rendersi ben presto conto che anche la logica interna a Kung Fu Jungle è destinata a essere riscritta, rivista e corretta in corso d’opera. Così a volteggiare nel vuoto tra un palazzo e l’altro con il rischio di cadere non sono solo i combattenti esperti di lotta, pugni, calci e armi, ma anche la storia, che si trascina solo per accumulo di scontri, di morti, di acrobazie.
In un profluvio di scene d’azione si disperde, però, anche il sentito omaggio a chi la storia del cinema di Hong Kong l’ha realmente fatta. Rimangono i volti di attori entrati in maniera legittima nel mito, ma ad ardere è un fuoco striminzito e male attizzato. Si riconosce il mestiere in alcune sequenze di lotta effettivamente ben costruite, ma il caos informe in cui tutti gli elementi vengono scagliati fa perdere ben presto un reale interesse per le vicende narrate. Rimane la figura di Donnie Yen, grande combattente del passato, che più che combattere vorrebbe educare i bambini all’arte marziale, e che non ha l’istinto dell’assassino. Ma è poco. Al Far East, nella prima giornata della diciassettesima edizione (la seconda, se si considera anche il concerto di Joe Hisaishi), è stato presentato in proiezione stampa la mattina al Visionario. Nel pomeriggio, nella stessa sala, si sono ammirati i volteggi, le idee, la struttura, la logica illogica di Jackie Chan e del suo Il ventaglio bianco (noto anche con il titolo internazionale The Young Master). E si è compresa fino in fondo la differenza tra uno shifu e un pur adorante allievo.

Info
Il trailer di Kung Fu Jungle.
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