Cattedrali della cultura

Opera per certi versi meritoria nel suo voler ‘educare’ il pubblico alle bellezze architettoniche, Cattedrali della cultura è però appesantito da un eccesso di retorica e di verbosità, dove – tra i sei registi impegnati nell’operazione – l’unico che riesce a inventarsi qualcosa di positivo è proprio Wim Wenders.

Cattedratici e accademici

Ci sono edifici che hanno un’anima: così grande da poterne regalare un po’ a ogni visitatore. Sono i centri vivi della cultura e dell’esperienza artistica… [sinossi]

Se spesso la costante dei film a episodi la si può ravvisare nella disorganicità dell’insieme e nelle differenze notevoli – verso l’alto o verso il basso – che si constatano tra l’uno e l’altro dei vari film brevi, Cattedrali della cultura fa in qualche modo eccezione, sia perché all’interno dei sei racconti di cui è costituito mancano delle punte positive, sia perché in fin dei conti ciascun episodio sembra assomigliare all’altro in modo pigro e quasi pedissequo. Infatti il film che vede alla regia Wim Wenders, Michael Glawogger, Michael Madsen (non l’attore, ma un suo omonimo), Robert Redford, Margreth Olin e Karim Aïnouz – dove a ciascuno di loro è stato affidato il compito di raccontare un capolavoro dell’architettura contemporanea (tra cui il Centre Pompidou o la Filarmonica di Berlino) – sceglie arditamente di mettere in scena una presunta anima degli edifici presi in considerazione, lasciandoli parlare in prima persona e in voice over. Un’assurdità, a ben vedere, che scade spesso nel ridicolo, soprattutto in riferimento all’episodio dedicato all’Opera House di Oslo, dove la voce ripete in maniera ossessiva: “Io sono il teatro!”. Un’assurdità che, però, nelle mani di Wenders si colora di una particolare vena poetica e che, a conti fatti, rende il suo episodio l’unico davvero interessante.

Il cineasta tedesco sveste per una volta i panni del regista globetrotter e si concentra su un luogo simbolo della Berlino contemporanea, la Filarmonica, costruita tra il 1960 e il 1963 a poche centinaia di metri da una Potsdamer Platz all’epoca divisa dal Muro e dunque terra di desolazione e di esclusione. Una posizione non casuale, quella della Filarmonica, scelta anche nella speranza di poter vedere di nuovo un giorno la Berlino riunificata. E questo edificio, ideato dall’architetto Hans Scharoun, nella sua stessa concezione si contrapponeva all’idea del Muro e delle divisioni che esso comportava, visto che venne concepito al suo interno come un unico spazio, una gigantesca e labirintica e armoniosa hall priva di ogni tipo di barriera. Una simbologia dei luoghi che, oggi, di fronte alla nuova Berlino, multietnica e finalmente unita, appare ancora più pregnante e, anzi, vale come testimonianza di una profezia progressista che ha avuto il suo compimento. Tutto questo Wenders ce lo dice facendo parlare per l’appunto l’edificio stesso, ma giocando allo stesso tempo il discorso su più livelli. La tanto deprecata steadicam di tutto l’ultimo cinema wendersiano acquista allora così un suo senso, trasformandosi nella soggettiva stessa dell’edificio che dialoga con il suo interno. Vediamo perciò passare davanti all’inquadratura e sorridere allo spettatore un ex direttore della Filarmonica, così come – nel momento più intenso in assoluto di tutti gli episodi di Cattedrali della cultura – seguiamo un bambino che corre per scale e corridoi alla scoperta gioiosa di questo spazio libertario e liberatorio. E in questo suo veleggiare e vagheggiare quasi-animista, Wenders pare dunque voler addirittura rievocare certe atmosfere di Il cielo sopra Berlino.

Quasi tutti gli altri episodi sembrano succubi dell’intuizione wendersiana, in particolare quello dedicato al Centre Pompidou (diretto da Karim Aïnouz), quello già citato sull’Opera House di Oslo (diretto da Margreth Olin) e lo strampalato film breve diretto dal documentarista Michael Madsen. Quest’ultimo, infatti, vede per protagonista addirittura un istituto penitenziario, il carcere di Halden in Norvegia, e già il fatto stesso che lo si possa far rientrare nell’alveo di una cattedrale della cultura lascia vagamente perplessi. La concezione di questo edificio sarà anche innovativa, ma non mancano muri e terrificanti e inquietanti spazi divisori, giustificati in modo anche un po’ paternalista dalla solita voice over che ci rassicura dicendo: “Mi dispiace, ma questo è il mio compito”.
Comunque, al di là della stranezza – per non dire della forzatura evidente – dell’episodio di Madsen, nessuno dei tre film brevi citati – pur seguendo il filo di Wenders – riesce a mostrarsi all’altezza, perdendosi per l’appunto in ripetizioni e in annotazioni poco illuminanti (che importanza ha sapere per esempio con feticismo statistico quanti visitatori ha il Centre Pompidou se non si riesce a far emergere qual è il suo ruolo simbolico e fattivo nella Parigi contemporanea?).

Si distaccano, ma solo in parte, Michael Glawogger che si concentra sulla Biblioteca nazionale russa di San Pietroburgo e Robert Redford che descrive il Salk Institute. Il primo, invece di far parlare l’edificio, dà voce direttamente ad alcuni scrittori russi per una sottolineatura della “sacralità” della scrittura (e della lettura) piena di prosopopea; il secondo invece sceglie un profilo basso – quantomeno rispetto agli altri colleghi – e rinuncia alla formula dell’edificio “parlante”, recuperando piuttosto le voci originali dell’autore dell’opera, Louis I. Kahn, e di chi la commissionò, il Dr. Jonas Salk, e affiancandovi le riflessioni di alcuni scienziati che ancora oggi lavorano all’interno di questo tempio della scienza. Il Salk Institut è senz’altro una delle meraviglie del XX secolo, che unisce in sé ambizione e utopia, sfida alla natura e panteismo quasi misticheggiante (con quella sua apertura al centro verso un infinito leopardiano, il cui vuoto atterrisce ed esalta lo sguardo), ma nonostante questo Redford finisce ben presto le armi a sua disposizione, perdendosi in una lunga sequela di panoramiche da cui non riesce a far trasparire alcuna trascendenza.

Cattedrali della cultura ha dunque un suo intrinseco valore, che risiede nella pura dimensione divulgativa e nel suo intento illustrativo e, come dire, paratattico: mostrare la bellezza di luoghi che forse non ci sarà mai permesso di vedere fisicamente. Ma, al di là di questo e al netto delle intuizioni wendersiane e di un uso del 3D discretamente funzionale (la terza dimensione in effetti può potenzialmente essere molto utile per “visualizzare” e/o per viaggiare dentro l’architettura, come in maniera del tutto eccentrica dimostrava Cave of Forgotten Dreams di Werner Herzog), resta comunque troppo poco.

Info
La scheda di Cattedrali della cultura sul sito di Nexo Digital.
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