Make Room

Make Room

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Make Room è una commedia interamente ambientata sul set di un film porno, che cerca di mostrare la quotidianità del cinema a luci rosse. Ma Kei Morikawa si abbandona presto ai cliché, e alla risata facile. Al Far East di Udine.

Camerino senza vista

Ambientato tutto nel camerino di un film hard, il film racconta i momenti e i discorsi tra cast e troupe, rivelandoci la loro personalità. [sinossi]

I film ambientati su set di un cinema a luci rosse, con il backstage di tali opere, e il profilmico, dovrebbero ormai rappresentare un genere a se stante. Lo hanno fatto Davide Ferrario, Tsai Ming-liang, Paul Thomas Anderson, con Guardami, Il gusto dell’anguria, Boogie Nights, lo ha fatto, nell’ambito del cinema nipponico, Yamashita Nobuhiro stesso con Sono otoko, kyōbō ni tsuki, lo hanno fatto tanti documentari, come il recente Il n’y a pas de rapport sexuel di Raphaël Siboni; e anche lo stesso cinema hard ha partorito i suoi Effetto notte, come Sexcapades di Henri Pachard.

Il giapponese Kei Morikawa arriva buon ultimo ma deve risolvere il problema che si pone in tutti questi casi: cosa mostrare? Ferrario raccontava, nelle sue visite ai set dei film hard preparatorie a Guardami, di attori che, tra una scena e l’altra, mentre si masturbavano per tenere l’erezione, discutevano di calcio e politica. La morte al lavoro, la banalità del girare film porno, la quotidianità di un lavoro come tutti gli altri. Ma soprattutto la totale insipidezza erotica di un ambiente dove si pratica sesso in catena di montaggio. Stesse cose che puntualmente si trovano in Make Room. Ferrario decideva altrimenti di mostrare i rapporti sessuali espliciti, ma proprio nell’ottica del loro appiattimento erotico. Morikawa sceglie invece, in maniera drastica, la strada del fuori campo portata alle estreme conseguenze, come il George Cukor di Donne che teneva fuori dall’inquadratura qualsiasi uomo. Trattando del cinema che fonda la sua essenza sul mostrare e sull’esibire, Make Room sceglie all’opposto di occultare tutto, di mostrare il camerino del make-up, di far vedere attori, attrici e regista discutere delle scene, con i performer che entrano ed escono dal set a commentare le scene appena girate, o da girare. E quando si decide di realizzare una scena in camerino, lo si fa per la “scena drammatica”. Morikawa mostra sì qualche centimetro di pelle delle sue pornostar, ma solo quando queste si cambiano d’abito, in un contesto di banalità e normalità.

La scelta di regia è così rigorosa, geometrica, coerente. La dimensione è teatrale – non a caso il film è tratto da una pièce e l’adattamento per la Settima Arte non aggiunge esterni come normalmente avviene –, si conserva l’unità di luogo da kammerspiel. E la regia gioca su punti di vista claustrofobici, inquadrature fisse che schiacciano i personaggi, poche macchine a mano, e il far coincidere, in alcuni momenti, l’immagine con la ripresa del film nel film, sovrapponendovi le scritte “rec” e “stop”.
L’impianto di partenza, interessante, si riduce però ben presto alla burletta, al tono canzonatorio, al gag facile, ai cliché. L’ironia sulla trama nei film hard, il regista che tiene le mani nel gesto tipico di François Truffaut, i ruoli stereotipati come quello del cugino liceale, la truccatrice che sbaglia set, il bento per la pausa pranzo. Facile strappare sorrisi con così poco.

Info
La scheda di Make Room.
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