The Tragedy of Bushido

The Tragedy of Bushido

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Tra i capolavori sepolti della nuberu bagu giapponese degli anni Sessanta, The Tragedy of Bushido di Eitaro Morikawa svela le ipocrisie delle regole “d’onore” della vita dei samurai. Un’opera fiammeggiante, riscoperta al Far East 2015.

La morte onorevole

Un signore muore. Per rendergli onore, uno dei suoi samurai deve darsi la morte, seguendo il rituale del seppuku. La scelta cade su Iori, fratello minore di uno degli uomini del signore del clan. Il giovane accetta, ma la sua cognata è disperata, e gli si concede per far sì che non muoia senza aver conosciuto i piaceri della carne. The Tragedy of Bushido, tratto da una sceneggiatura dello stesso Morikawa, narra le vicende di un giovane samurai diviso tra il suo dovere verso la famiglia e il clan da una parte e il suo desiderio di amare e, semplicemente, di vivere dall’altra. [sinossi]

Quando nel 1996 morì Eitaro Morikawa quasi nessuno, in Giappone come nel resto del mondo, diede particolare peso alla notizia. Eppure, nel silenzio mediatico globale, era scomparsa una delle voci più libere e coraggiose della cosiddetta Nuberu Bagu, la nouvelle vague nipponica venuta alla luce a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Dopo l’esplosione della taiyōzoku o “tribù del sole”, composta da giovani registi foraggiati dalla Nikkatsu, la più antica casa di produzione alla ricerca di un nuovo posizionamento all’interno del sistema giapponese (fra i tanti vale la pena citare quantomeno Koreyoshi Kurahara, Takumi Furukawa, Toshio Masuda, Shōhei Imamura, e l’eretico per eccellenza Seijun Suzuki), le case rivali decisero di sfidare la Nikkatsu sul suo stesso terreno. Il cinema dei padri – ma sarebbe più giusto definirli in gran parte “fratelli maggiori” – non attirava più in sala i giovani, che sentivano parlare una lingua a loro ben poco affine; era una generazione imbastardita, cresciuta all’ombra dei funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki, dei bombardamenti, della fame. Una generazione che non era andata in guerra ma ne aveva subito gli effetti, e che ora respirava un’aria di ribellione istintiva prima ancora che politica, figlia di un’indole indomita, incontrollabile ma anche stordita.
La risposta della Shochiku (altra storica azienda, operante nel settore cinematografico fin dal 1902) alla taiyōzoku fu dirompente: la casa di produzione di Yasujiro Ozu, Hiroshi Shimizu e Keisuke Kinoshita mette sotto contratto Nagisa Oshima, Yoshishige Yoshida e Masahiro Shinoda. Ma nessuno di questi tre registi pone la firma in calce al primo film Shochiku riconducibile alla Nuberu Bagu. Questo onore/onere spetta al ventinovenne Eitaro Morikawa.

Già assistente alla regia di Tatuyasu Osone, noto per i suoi drammi in costume (autore nel 1957 di una delle innumerevoli riduzioni per il grande schermo della storia dei quarantasette ronin, Dai Chūshingura), Eitaro Morikawa decide di esordire dietro la macchina da presa muovendosi nella stessa direzione del suo mentore. Bushidō Muzan, letteralmente “la tragedia della via del guerriero”, non ha però nulla a che spartire con la prammatica di genere messa in piedi con regolare ossequio alle regole da parte di Osone. Basta la prima sequenza per rendersi conto del punto di vista da cui parte Morikawa: in un desertico campo lunghissimo, tra le dune di sabbia, appare la figura di un uomo in fuga. Corre disperato, incespicando sull’inospitale terreno mentre alle sue spalle incalzano samurai vestiti di tutto punto e armati di katana. L’uomo cerca di arrampicarsi su una duna per sfuggire ai suoi inseguitori, ma viene raggiunto e, con freddezza quasi disumana, colpito a morte. The Tragedy of Bushido inizia con un’esecuzione in piena regola, messa in pratica senza alcun debito morale o etico nei confronti dell’umanità. Morikawa mette le cose in chiaro fin da subito: non esiste pietà nelle regole di vita dell’epoca Tokugawa.
Il resto della trama rende ancora più evidente il centro nevralgico del discorso: un giovane samurai, appena sedicenne, riceve dal fratello maggiore una ferale notizia. È stato deciso che sia lui a doversi immolare, attuando il suicidio rituale, per rendere onore al loro signore, morto pochi giorni prima. Morikawa sceglie un argomento da sempre sensibile all’interno della cultura giapponese, quello del seppuku, e lo lega a un altro rituale correlato al codice samurai, lo junshi (il seppuku da mettere in pratica alla morte del proprio signore, come ad esempio quello dei già citati quarantasette ronin); il giovane Iori deve darsi la morte per onorare il proprio clan. Ma Morikawa si lancia in un pamphlet di rara potenza espressiva: è un giovane che poco o nulla aveva a che spartire con il proprio signore a essere condannato a sacrificarsi, non i figli dei vassalli o degli altri uomini in grado di occupare delle posizioni di potere. Il codice del samurai, con il suo supposto “onore”, viene messo alla berlina con un disprezzo che non ha molti eguali neanche nel cinema giapponese a seguire, e che nel 1960 rasenta la blasfemia. Se non bastasse, Morikawa rincara la dose: Iori, poco più che un bambino, nei giorni che precedono la sua morte, viene sedotto sulla spiaggia dalla cognata Oko, che ha pietà di lui e vuole permettergli di godere almeno una volta dei piaceri della carne.

Il sesso, per di più tra una donna e un ragazzo, come anatema contro la barbarie del mondo: Morikawa mette in scena l’amore fisico con una partecipazione emotiva straziante, in una sequenza in cui il montaggio e il taglio dell’inquadratura si muovono tra le avanguardie storiche e il rigetto delle più basilari regole del cinema classico. Il sesso è un atto rivoluzionario, ma non può essere risolutivo se non è supportato da uno sconvolgimento anche sociale. Perché il potere può volgere a proprio favore qualsiasi situazione: così, quando lo shogunato dichiara illegale lo junshi, proprio un attimo prima che Iori affondi il tantō – il coltello – nel proprio stomaco, il ragazzo vive solo un’illusione di libertà. Come si fa a lasciare in vita un uomo che era sul punto di morire per propria mano? Come si fa a permettere che colui che era stato scelto per onorare la memoria del signore, morendo, possa mancargli di rispetto vivendo?
In questo paradosso, che trascina con sé anche l’impossibilità sociale di vivere ciò che si desidera, Morikawa lancia il suo grido di accusa contro il Giappone, e il medioevo strisciante anche nella più tonitruante delle modernità.

The Tragedy of Bushido, presentato alla diciassettesima edizione del Far East Film Festival in un restauro digitale in 2K, è un gioiello purissimo, dimostrazione della vitalità della nouvelle vague giapponese, forse la più direttamente politica delle “nuove onde” del secondo dopoguerra. Nelle sue forme riottose, e nell’utilizzo destrutturato del montaggio, non si nasconde solo un discorso sul linguaggio, ma un vero e proprio manifesto programmatico contro le solide certezze della società. Un linguaggio che non si fa mai riflessione sul cinema in quanto tale, ma prende piuttosto la direzione di una rottura totale non tanto con l’arte dei padri, quanto con i padri di una nazione da poco uscita dalla barbarie della guerra e ancora sbandata, sbrindellata, sconfitta. Ipocrita nella sua finta patina da democrazia occidentale.
Morikawa con The Tragedy of Bushido traccia le linee idealmente insanguinate di una lotta infinita contro l’ordine stabilito, le regole morali, il classismo, l’annullamento di qualsiasi spinta personale. La Shochiku, in parte spaventata da un potenziale così dirompente, chiede a Morikawa di cambiare in maniera radicale la sceneggiatura, modificando in particolar modo la splendida sequenza di seduzione. La pena, nel caso contrario, è quella di vedere il film finire in un cassetto, e nel dimenticatoio. Morikawa non cede, e alla fine (chissà come) la spunta. Ma la Shochiku, che vuole solo storie di giovani in grado di contrastare lo strapotere della “tribù del sole”, non ha alcuna intenzione di coltivare in seno un potenziale piantagrane, e rescinde il contratto con Morikawa. Sarà Oshima, a sua volta osteggiato dalla casa di produzione, a donare al collega altre possibilità di lavoro nella neonata Sozosha; ma anche lì si tratterà di un impiego di breve durata. Morikawa si adatterà dunque a lavorare nel campo pubblicitario, per poi diventare docente nell’università di Keio. Il sistema industriale, con le sue regole morali, l’ordine costituito e il sottile classismo, otterà la sua illusoria vittoria sull’uomo. Perché contro The Tragedy of Bushido, luccicante capolavoro di libertà creativa, artistica, filosofica e politica, non ci sarà mai nulla da fare.

Info
La scheda di The Tragedy of Bushido sul sito del Far East Film Festival.
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