La voce – Il talento può uccidere

La voce – Il talento può uccidere

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Ispirato alla vita di Alighiero Noschese, La voce – Il talento può uccidere è un thriller che, nonostante una regia a tratti approssimativa e un cast non sempre all’altezza, riesce a mettere in scena in modo quasi convincente la parabola di un artista costretto a piegarsi al potere.

La voce che uccide

Gianni è un imitatore di grande talento la cui carriera si è arenata alle esibizioni nei locali notturni. Dotato di una straordinaria capacità di “rubare” la personalità di chi imita, ne riproduce perfettamente la voce diventando magicamente “l’altro”. Per questo viene contattato dai servizi segreti che gli chiedono, per il bene del Paese, di fare alcune telefonate con altre voci in cambio di un futuro professionale migliore. Tuttavia, una volta entrato nel gioco, è difficile uscirne. [sinossi]

Servizi deviati, onniscienza del potere, controspionaggio, misteri irrisolvibili perché coperti dal cosiddetto segreto di Stato. Sono temi che un tempo erano il pane quotidiano del nostro cinema e che adesso, insieme a tanti altri, fanno parte di quella gigantesca operazione di rimozione che ha fatto sì che il nostro sistema audiovisivo si ritrovi a vivacchiare stancamente, illuminato a tratti dall’intuizione di qualche grande autore.
Si ricorda di tutto ciò l’attore Augusto Zucchi che con La voce – Il talento può uccidere si misura nella regia cinematografica rendendo allo stesso tempo omaggio alla straordinaria – e dimenticata – figura di Alighiero Noschese.
All’imitatore un tempo più noto d’Italia – morto suicida nel ’79 a Villa Stuart a Roma, nella stessa clinica in cui si trovava temporaneamente ricoverato anche Andreotti – è infatti ispirato il personaggio di Gianni (incarnato da Rocco Papaleo), bravissimo ad imitare le voci degli altri, tanto da essere assoldato dai servizi segreti per interpretare di volta in volta personaggi diversi allo scopo di portare a termine loschi traffici. Gianni accetta, pur di avere in cambio quel successo professionale a cui sembrava aver rinunciato, ma ben presto si rende conto che, quando si resta invischiati nelle oscure meccaniche del controspionaggio, è impossibile uscirne vivi.

Raccontato tutto in flashback, usando l’espediente della figlia che indaga sul suicidio-omicidio del padre, La voce quindi cerca di mettere in scena, ambiziosamente, l’eterna parabola dell’arte che deve sempre sottomettersi alle regole del potere, ma non riesce a portare fino in fondo il suo discorso sia per una regia a tratti troppo approssimativa, sia per un cast non all’altezza. Lo stesso Papaleo, nei panni del neo-Noschese, sembra poco convinto e non dà libero sfogo al suo talento recitativo, quasi trattenuto e intimidito dal misurarsi con una figura tanto ingombrante. E se si aggiunge che anche Giulia Greco, nella parte della figlia, appare ben poco a suo agio, allora si deve concludere che, purtroppo, Zucchi non è riuscito a rendere convincenti i due ruoli principali del film, inficiando così sin nelle fondamenta la riuscita dell’operazione. Si salvano per fortuna proprio Zucchi, nei panni dell’analista che manovra la labile psicologia del personaggio di Papaleo, e Antonia Liskova, che interpreta la sua amante.

Si deve inoltre imputare a La voce una narrazione che, soprattutto nella prima parte, vacilla ripetutamente, mentre allo stesso tempo non si possono negare alcuni azzeccati colpi di scena (come ad esempio la sequenza dei poliziotti assassini). Più di ogni altra cosa, però, va premiata la capacità di costruire un’atmosfera di sospetto e di mistero, in cui non sembra esservi scampo per nessuno dei personaggi; atmosfera che, al netto di tutte le approssimazioni tecnico-realizzative, riesce comunque ad emergere in maniera lampante. E proprio questa capacità, che fa sì che lo spettatore finisca per perdere ogni punto di riferimento, si rivela come la qualità maggiore di La voce e il motivo per cui si può essere in fin dei conti quasi soddisfatti.

Info:
Il trailer di La voce – Il talento può uccidere su Youtube
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