Cake

Jennifer Aniston alla “terapia del dolore” di Hollywood: Cake è il classico film indie sull’elaborazione del lutto, tanto perfetto per la carriera di un attore quanto ordinario e incolore per lo spettatore.

Pezzi di vita e pezzi di torta

Claire Bennett è una donna ricca e scontrosa che porta sul volto, sul corpo e nel carattere i segni di un grave incidente. Cinica, dipendente dagli antidolorifici, sembra non interessarsi minimamente al prossimo, finché il suicidio di una giovane compagna che frequentava il suo stesso gruppo di terapia la porta a interrogarsi sui motivi del gesto e a bussare alla porta del vedovo. [sinossi]

Un famosissimo aforisma di Hitchcock dice che i suoi film non ambivano a essere “pezzi di vita”, ma “pezzi di torta”: non fedeli ricostruzioni realistiche di un fatto o un episodio, ma storie gustose da divorare con gli occhi. Pezzi di vita e fette di torta cercano di confondersi in Cake, dove la torta del titolo rappresenta una sorta di “ideale di felicità”, un mantra da seguire nei momenti più bui della vita e che la protagonista in cerca di una via d’uscita da una depressione dolorosa e dolorante coglie come un’epifania. Una torta che si inserisce quindi all’interno di un percorso di formazione vero e proprio, a cui Jennifer Aniston decide di prestarsi in toto: non solo attrice, ma anche produttrice; non solo senza trucco, ma anzi deformata da una lunga cicatrice sul volto.

Nelle carriere degli attori, c’è sempre un momento in cui un uomo o una donna decidono di imbruttirsi, deformarsi o trasformarsi radicalmente nel volto e nel corpo per aumentare l’aura di dramma e intensità del ruolo da interpretare ed entrare nel radar degli Oscar. La Aniston aveva finora fatto a meno di sottoporsi a questa “terapia del dolore” di Hollywood grazie a una serie di ruoli di “bitches” isteriche e crudeli per varie commedie più o meno leggere che le hanno consentito di non restare incastrata nel ruolo di fidanzatina d’America e di non uscire di scena una volta conclusa la celebre serie tv Friends.
La prova del fuoco arriva con questo film, con il quale tenta nuovamente di affacciarsi alle produzioni indie (dopo The Good Girl e Friends with Money), utilizzando per la prima volta la cosmesi non per esaltare il suo viso ma per imbruttirlo e concentrare l’attenzione di critici e spettatori sulla recitazione e le espressioni di dolore.
Missione parzialmente compiuta, se si considera che Cake offre davvero una prova notevole dell’attrice, ma incastrata all’interno delle fragili mestizie della media delle produzioni indipendenti americane e di un racconto orizzontale quanto la posizione continuamente cercata dalla protagonista per alleviare il suo mal di schiena post-traumatico.

Depressione, tendenze suicide, misantropia, terapia di gruppo, dipendenza da farmaci: gli elementi per una favola grigia da costruire con lo stesso schematismo delle cinque fasi dell’accettazione del lutto ci sono tutti, più qualche comprimario dal cuore d’oro a indicare la via della redenzione. Con questi stessi ingredienti, Daniel Barnz cerca di costruire una ricetta appetibile ai palati del grande pubblico, glassata con un incredibile amalgama di grandi attori. Ma, a parte qualche boccone più saporito, condito di umorismo nero o bianco a seconda dei casi, la torta ha un sapore troppo amaro e raffermo per soddisfare tutti i palati.

Info
Il sito italiano di Cake
La pagina Facebook della Warner Bros.
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