The Storm Makers : ceux qui amènent la tempête

The Storm Makers : ceux qui amènent la tempête

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Guillaume Suon sceglie di raccontare con The Storm Makers: ceux qui amènent la tempête la drammatica situazione delle giovani cambogiane vendute ai reclutatori chiamati “coloro che portano la tempesta”. Vincitore della 25esima edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e d’America Latina.

Il mercato di anime e corpi

Più di 200.000 giovani cambogiane sono vendute come schiave nei Paesi ricchi del sud-est asiatico, come domestiche, operaie o prostitute. Sono le stesse famiglie che, per uscire da drammatiche condizioni di povertà, le vendono ai procacciatori di schiave, che nei villaggi cambogiani sono chiamati “coloro che portano la tempesta”. Quando ritornano a casa, traumatizzate, povere come quando sono partite e spesso con un figlio al seguito, alla disperazione si unisce un profondo senso di rabbia e vergogna. Il film racconta la storia di una di loro, e di due portatori di tempesta. Ma sfiora anche altre storie, quelle di chi non ha fatto ritorno. [sinossi]

«Non provo più niente per mia figlia da quando è tornata con un figlio»: è una frase molto dura e forte che, però, potrebbe farvi immergere subito nell’aria che si respira assistendo alla visione di The Storm Makers: ceux qui amènent la tempête diretto dal registta franco-cambogiano Guillaume Suon. Sarebbe quasi meglio dire che la visione di questo documentario ti toglie il respiro facendoti avvertire come a queste persone, ogni secondo, manchi la terra sotto i piedi a tal punto da prendere la decisione di vendere la propria figlia ai reclutatori di schiave, i cosiddetti “the storm makers”.
Tra i due documentari presentati nel Concorso Finestre sul Mondo alla 25esima edizione del FCAAAL, The Storm Makers è stato premiato come miglior film «per la sensibilità e la semplicità con cui racconta tutta l’umanità di un popolo di fronte a un dramma universale»: questa la motivazione della giuria presieduta da Abderrahmane Sissako (autore di Timbuktu).
Al suo primo passaggio durante la kermesse, The Storm Makers ha subito colpito il pubblico in sala tanto da scatenare molte domande nel momento del confronto col regista perché uno dei valori di questo lavoro sta nella sua capacità di scoperchiare una sorta di vaso di Pandora, tanto più per noi occidentali che, con difficoltà, riusciamo – o anche proviamo – ad immaginare certe condizioni di vita. Non si immagina una situazione simile, a conferma di quanto l’informazione che arriva sia filtrata (persino online non ci sono molte notizie a riguardo) e se non ci fosse stato questo giovane regista e il passaggio al festival molto probabilmente avremmo continuato a ignorare queste pratiche messe in atto in Cambogia.

La pellicola parte molto delicatamente, senza forzature, ed è un tratto che manterrà soprattutto nell’approccio premuroso e quasi morbido della macchina da presa, in particolare verso la protagonista Aya. L’obiettivo non invade lo spazio della ragazzina, ma quasi la accompagna mettendosi a servizio di ciò che lei pian piano riesce a raccontare. Scopriamo tutto il suo iter che è quello di tante altre minorenni: i genitori dei villaggi della Cambogia, poiché poveri, sono costretti a spedire le proprie figlie in Malesia o Thailandia ammaliati dalla promessa di una retribuzione alta da poter ricevere, anche se alcuni sono consapevoli che si tratta solo di un’illusione.
Lì, lontane dalla famiglia, queste ragazzine vivono un inferno, sottoposte a una condizione di schiavitù: violenze, orari di lavori improponibili, prigioniere in casa e meri oggetti nelle mani dei datori di lavoro. È proprio da uno stupro che è nato il figlio di Aya e i forti pensieri che espone li lasciamo alle vostre orecchie con l’augurio che The Storm Makers possa esser distribuito.

Suon riesce a restituire un quadro molto realistico, costruendo una struttura che alterna la vicenda della protagonista e accenni a storie simili con il boss dell’agenzia di reclutamento. Con le dovute differenze, per un attimo ripensiamo a The Act of Killing di Joshua Oppenheimer, in cui veniva descritta la purga anticomunista avvenuta in Indonesia tra il 1965 e il 1966 attraverso il punto di vista dei diretti responsabili della morte di circa milione di persone, con questi criminali che non solo raccontavano, ma simulavano ciò che avevano compiuto. Nel film del regista di origini cambogiane ci si stupisce di come il boss dell’agenzia di reclutamento non provi vergogna nel mostrarsi, non si nasconde, anzi si propone come il solo in grado di poter offrire lavoro a queste persone che altrimenti – a suo dire – sarebbero rimaste povere e analfabete. Quasi con orgoglio spiega la tecnica con cui convince i genitori – e il canale son sempre i soldi – e, al contempo, lo vediamo nella sua casa, la cui ricchezza stride di fronte ai luoghi in cui vivono le sue vittime. D’altro canto, la macchina da presa, fermandosi alla giusta distanza, ci pietrifica riprendendo in primo piano Aya o suo padre addolorato per ciò che le è accaduto e, nel frattempo, arrivano anche le sferzate delle parole crudeli, il tutto in un paesaggio naturale che cattura per la sua bellezza…eppure è come se l’acqua sporca in cui, in una scena, delle donne cercano le lumache sia metafora della vegetazione che maschera, nel contesto della sua maestosità, segreti orribili.
Il documentario è stato prodotto da Rithy Panh, il quale ha diretto film come Le papier ne peut pas envelopper la braise (2007) o L’immagine mancante (Premio “Un certain regard” al Festival di Cannes 2013), scegliendo di raccontare col linguaggio cinematografico gli orrori della Cambogia.
Non era semplice equilibrare le due parti, uscire dalla logica della vittima e descrivere le dinamiche che si innescano con l’espropriazione delle terre da parte del governo e il passaggio dei «portatori di tempesta e lacrime», ma The Storm Makers ci riesce. È come se Suon voglia dirci: “non conoscevate tutto questo, adesso lo sapete, ne siete testimoni”. Ci si sente molto piccoli davanti alla profonda verità di queste immagini; sicuramente non cambierà ciò che accade, ma forse anche solo averne consapevolezza può essere un primo passo.

Info:
La scheda di The Storm Makers : ceux qui amènent la tempête sul sito del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina

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