Cannes 2015 – Minuto per minuto

Cannes 2015 – Minuto per minuto

Approdiamo sulla Croisette accolti da un sole scintillante e da un caldo asfissiante, arriva con noi il tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Tra i giganti cinematografici del concorso, le nuove scoperte, la Quinzaine e la Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2015!

domenica 24 maggio 2015
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20.15
Ed eccoci qui, alla fine dei giochi. Ultimo atto del Festival di Cannes 2015.
Lasciamo spazio alla fredda cronaca e all’elenco dei premi.
Palme d’or Dheepan di Jacques Audiard.
Grand Prix Son of Saul di Làszló Nemes.
Prix de la mise en scène Hou Hsiao-hsien per The Assassin.
Prix du scénario Michel Franco per Chronic.
Prix d’interprétation féminine Rooney Mara per Carol di Todd Haynes e Emmanuelle Bercot per Mon roi di Maïwenn.
Prix d’interprétation masculine Vincent Lindon per La loi du marché di Stéphane Brizé.
Prix du Jury The Lobster di Yorgos Lanthimos.
Caméra d’or La tierra y la sombra di César Augusto Acevedo.
Ora tutti a casa. Ci si rivede il prossimo anno… [e.a.]

13.50
Mentre i pronostici sulla Palma e sui premi si susseguono, spesso sospinti da un triste nazionalismo, buttiamo un occhio sui voti del daily di Screen International. Veleggiano in testa, con una media di 3.5 su 5, The Assassin e Carol; seguono a distanza Son of Saul e Mountains May Depart (2.8), Mia madre (2.7), Dheepan e Our Little Sister (2.5), Youth e The Lobster (2.4). Due i film letteralmente massacrati dalle testate internazionali seguite dal daily: Marguerite et Julien (0.9) e The Sea of Trees (0.6). [e.a.]

11.05
In attesa della cerimonia di chiusura e della Palma d’oro, la giornata offre le repliche di tutti i film in concorso. Una buona occasione per recuperare o rivedere qualche pellicola degna di nota o in zona premio. Al momento, ad esempio, molti sono in fila davanti alla sala Debussy per Saul Fia (Son of Saul) dell’ungherese László Nemes, tra le poche novità di questa edizione. [e.a.]

 

sabato 23 maggio 2015
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19.50
Atto conclusivo della sezione Un Certain Regard, con cerimonia di chiusura, premiazione e proiezione del vincitore: Hrútar di Grímur Hákonarson. Niente da fare per Apichatpong Weerasethakul e il suo Cemetery of Splendour. Peccato. Gli altri riconoscimenti: premio della giuria a Zvizdan (The High Sun) di Dalibor Matanić, regia a Kiyoshi Kurosawa per Kishibe no tabi (Journey to the Shore), premio Un Certain Talent a Comoara (The Treasure) di Corneliu Porumboiu, premio “de l’avenir” ex aequo a Masaan di Neeraj Ghaywan e Nahid di Ida Panahandeh. [e.a.]

16.45
Rientra perfettamente nella linea autocelebrativa adottata da Cannes 2015 il film di chiusura La glace et le ciel, documentario diretto da Luc Jacquet (La marcia dei pinguini). Didascalico, appesantito da una voce narrante onnipresente e dalla colonna sonora, il film è l’ennesimo titolo fuori posto sulla Croisette. Dopo La tête haute e un concorso troppo spesso transalpino, si chiude finalmente il cerchio. Fortunatamente torniamo subito a respirare grande – grandissimo! – cinema con la versione restaurata di Dobro pozhalovat, ili Postoronnim vkhod vospreshchen (Welcome, or No Trespassing / Benvenuti ovvero vietato l’ingresso agli estranei, 1964) di Elem Klimov. Metafora del regime sovietico, inno all’infanzia, alla creatività, Dobro pozhalovat ci riporta alla purezza del cinema muto, in un turbinio di intuizioni visive e narrative. Piccolo capolavoro che sarebbe piaciuto a Vigo. La nostra chiusura ideale. [e.a.]

11.02
Ultimo dei film ad essere presentati in concorso qui al festival, Macbeth di Justin Kurzel ha ricevuto applausi tiepidi da parte della stampa, conditi da qualche ululato belluino di disappunto. L’ennesimo adattamento dell’opera shakespeariana non aggiunge nulla di nuovo rispetto a quanto già visto. Kurzel del resto va sul classico: ambientazione d’epoca scozzese, dialoghi ripresi senza quasi alcuna modifica da Shakespeare e celeberrimi monologhi messi al punto giusto. L’intento parrebbe essere quello di enfatizzare un discorso sulla violenza e sull’ambizione secondo una prospettiva ‘primitivistica’ (come, del resto, è stato già ampiamente fatto in passato), ma quel che emerge è solo la rigidità dell’operazione, resa tale sia dalla mancanza di naturalezza che viene dall’aver limitato le modifiche del testo teatrale, sia da una ricerca eccessiva della bellezza dell’immagine. Finisce quindi con un titolo mediocre il concorso di Cannes e ormai si pensa da giorni a chi potrebbe vincere. Si vocifera in tal senso che Youth di Paolo Sorrentino sia piaciuto molto ai Coen… Mentre i nostri preferiti, lo ricordiamo, sono Mountains May Depart di Jia Zhangke e The Assassin di Hou Hsiao-hsien. [a.a.]

 

venerdì 22 maggio 2015
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20.42
Prime notizie dal palmarès. Cão, vale a dire Dixie di As mil e uma noites di Miguel Gomes, ha vinto il Palm Dog, il riconoscimento per il miglior attore/animale del festival. Più rilevante, almeno per gli umani, il trionfo di Arnaud Desplechin e del suo Trois souvenirs de ma jeunesse, che ha vinto la Quinzaine des réalisateurs. Un premio meritato. [r.m.]

17.45
Mark Osborne può vantare nella sua filmografia Kung Fu Panda, qualche episodio di SpongeBob (serie assolutamente geniale…) e persino una pellicola live action. Un percorso indubbiamente mainstream ma con una buona dose di ambizione. Ed è proprio l’ambizione a impreziosire The Little Prince, lungometraggio d’animazione in computer grafica e stop motion che cerca di aggiornare ed espandere narrativamente il celeberrimo racconto di Antoine de Saint-Exupéry. A livello estetico funziona quasi tutto, a partire dall’eleganza delle animazioni a passo uno. Anche la CG, indubbiamente meno ispirata, è funzionale agli intenti narrativi. Insomma, visivamente non ci si limita alle soluzioni da box office. Molto meno convincente, invece, l’impianto narrativo, troppo didascalico e diligente. Il materiale originale è tre spanne sopra il nuovo script, ma probabilmente era inevitabile… [e.a.]

17.25
Il venerdì prima della chiusura, con la sua aria da festa dismessa, non propone molte proiezioni agli accreditati. Ma il sindaco e il comune di Cannes offrono tradizionalmente alla stampa l’Aïoli, il pranzo “provenzale” al castello che sovrasta la città. La banda ti accoglie tra ghirlande di fiori e poi arriva il vino. Sì, certo, anche le verdure e il pesce e le uova (e i dolci), ma soprattutto vino a profusione. La tavolata a cui abbiamo partecipato è stata come d’abitudine la più fracassona ma anche la più divertita. Il modo migliore per congedarsi dal festival… [r.m.]

10.47
Un film sulla morte e sull’attesa della morte. Si è aperta così la penultima giornata del Festival di Cannes, con la proiezione mattutina di Chronic di Michel Franco, in concorso sulla Croisette. Protagonista assoluto sullo schermo è Tim Roth nei panni di un infermiere che si prende cura a domicilio dei malati terminali. L’uomo, completamente assorbito dal suo ruolo lavorativo, affronta con un’apparente e costante neutralità le mansioni lavorative e i suoi problemi familiari, dove risiede un trauma che lo tormenta. Geometrico e dalla rigorosa staticità – gli unici movimenti di mdp sono dei carrelli a precedere il protagonista intento nello jogging mattutino – Chronic è un film rigorosissimo e austero, scevro di patetismo, foriero di riflessioni etiche ponderose, dove tutto grava su quelle spalle un po’ sbilenche e ripiegate su se stesse di Tim Roth. [d.p.]

01.10
La giornata si è chiusa con la proiezione del magnifico de Oliveira postumo, Visita ou Memórias e Confissões, presentato in Cannes Classics. Girato nel 1981 e rimasto invisibile fino ad oggi per decisione del suo autore, che voleva venisse proiettato solo dopo la sua morte, Visita ou Memórias e Confissões è un film di de Oliveira su de Oliveira, come dice la voce stessa del maestro portoghese all’inizio della pellicola mentre legge i credits in voice over. E, per fortuna, proprio di proiezione in pellicola si è trattato, visto che il film è stato mostrato in 35mm: sembra infatti che l’organizzazione del festival non abbia fatto in tempo a trasferirlo in DCP. E meno male… anche perché il feticcio di celluloide è un elemento fondamentale di Visita ou Memórias e Confissões, tanto che spesso de Oliveira parla in macchina mentre affianco a lui scorre un proiettore, il cui suono sembra farsi sempre più assordante. Il Portogallo, la sua carriera passata e futura, il cinema, la moglie, le case e, in particolare, una casa – che è la vera protagonista del film – dove ha vissuto per quarant’anni e che, proprio all’inizio degli anni ’80, si è trovato costretto a vendere per problemi economici. Un capolavoro postumo, un testamento semplice e perfetto, in cui ogni soluzione apre a mille possibili stratificazioni, a partire dalle due voci che si aggirano negli spazi vuoti dell’appartamento e che si domandano se ancora vi abiti qualcuno. “Mi ricordo di me, della mia infinitesimale presenza nello spazio e nel tempo. Mi eclisso”. [a.a.]

 

giovedì 21 maggio 2015
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23.58
La serata si è conclusa alla Quinzaine des réalisateurs alla sala del Marriott, dove è atterrato l’ennesimo oggetto alieno della filmografia di Takashi Miike. Yakuza Apocalypse è una follia quasi senza pari: yakuza vampiri, rane giganti, kappa combattenti, e chi più ne ha più ne metta. Un film divertente, che non raggiunge le vette del cinema di Miike (ma sarebbe stato folle pretenderlo) ma è in grado di far passare due ore spassose allo spettatore. E poi in sala è avvenuto l’impensabile: sul palco per presentare il film è salito Yayan Ruhian (lo ricorderete in The Raid e The Raid: Berandal), che si è esibito in alcune evoluzioni con calci volanti. È toccato poi all’intervento video di Miike, che vestito da geisha si è scusato per l’assenza, attribuendola alla sua decisione di cambiare sesso e diventare donna. Ma il clou si è raggiunto al termine della proiezione: quando le luci si sono accese in sala è apparso tra il cast anche l’enorme ranocchio che combatte contro il protagonista del film. Un momento a dir poco epico. [r.m.]

17.40
In mattinata – e anche in questo preciso momento – è stato proiettato in Salle Debussy il nuovo film di Corneliu Porumboiu, tra i nomi fondamentali della new wave rumena. Ironico, profondamente politico ed essenziale al punto da sfiorare il minimale, Comoara (The Treasure è il titolo internazionale) è un gioiello, dominato da un nitore espressivo e da una chiarezza di intenti non così facile da trovare nel cinema contemporaneo. Purtroppo non avrà molte chance di trovare un distributore in Italia. Peccato. [r.m.]

17.34
Mentre il cicaleccio su Youth di Paolo Sorrentino si fa sempre più sterile e noioso, ieri sera è stato presentato alla stampa l’unico film che (per noi) può davvero insidiare la corsa verso la Palma d’Oro di Jia Zhangke. The Assassin segna il ritorno dietro la macchina da presa di Hou Hsiao-hsien a otto anni di distanza da Le voyage du ballon rouge, e strappa applausi a scena aperta sia per la sontuosa architettura visiva – rarefatta e minimale, al punto da asciugare al limite i combattimenti – sia per il racconto di un’umanità destinata a fallire al di là di ogni ragionamento, sconfitta e impossibilitata a trovare un punto di contatto tra il dovere (e le capacità) e la morale. Un’opera sconvolgente, di una potenza visiva straripante, che però difficilmente potrà mettere d’accordo una qualsivoglia giuria internazionale. Vedremo… [r.m.]

16.22
Un altro documentario deludente su Orson Welles è stato presentato qui a Cannes. Dopo Orson Welles, autopsie d’une légende di Elizabet Kapnist, mostrato nei giorni scorsi, è stata la volta di This is Orson Welles di Clara e Julia Kuperberg, anch’esso selezionato in Cannes Classics. Il primo è stato prodotto con soldi francesi, il secondo pure, ed entrambi non dicono nulla di nuovo limitandosi a riproporre le solite vecchie storie riguardanti l’autore di Quarto potere: lo scandalo de La guerra dei mondi, il Macbeth nero, l’esordio e la cacciata da Hollywood. This is Orson Welles, a differenza di quel che si vedeva in Orson Welles, autopsie d’une légende, almeno dà voce a più di tre intervistati, ma quel che sconcerta più di tutto è che ci si ritrova persino ad assistere allo stesso materiale di repertorio usato sia in un film che in un altro. Scegliere di adottare un approccio generalista per parlare della mastodontica figura del cineasta americano continua a sembrarci un’operazione inutile e in fin dei conti oziosa; ed ecco il risultato: due film praticamente sovrapponibili. [a.a.]

12.00
È uno sguardo estremamente crudo più che immersivo quello che Roberto Minervini dedica ai suoi personaggi in The Other Side, nuovo documentario “d’incontro” – dopo l’ottimo Stop the Pounding Heart  tra il regista e, questa volta, dei dropout della Louisiana. Diviso in due parti, con un primo capitolo tutto intento a scrutare anche i momenti più intimi di una coppia di eroinomani e una seconda parte al fianco invece di un gruppo armato votato alla protezione della patria, The Other Side conferma il talento visivo di Minervini, ma rivela anche tutti i limiti del suo approccio al reale, in questo caso ostentatamente voyeuristico e sensazionalistico. [d.p.]

11.39
Un mix di melodramma e gangster movie per raccontare un storia di ordinaria immigrazione. Jacques Audiard prosegue dunque la sua esplorazione dei confini tra realismo e cinema di genere con Dheepan presentato stamane in concorso. Protagonista – il Dheepan del titolo – è un uomo in fuga dallo Sri Lanka con una donna e una bambina al seguito. Tra i tre non c’è alcun legame di sangue, ma il fatto di fingersi una famiglia faciliterà il loro ingresso in Francia. Anche nella desolata periferia in cui finiscono alloggiati, i tre dovranno confrontarsi però con una, per loro insospettabile, guerriglia urbana. Anche se a tratti può sembrare un po’ troppo edulcorato Dheepan, oltre a confermare il talento visivo e narrativo di Audiard, è un interessante e inedito sguardo sulla realtà contemporanea, scevro dei codici abituali del cinema europeo che affronta il tema dell’immigrazione. [d.p.]

 

mercoledì 20 maggio 2015
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19.03
Presentato oggi alla Quinzaine, Peace to Us in Our Dreams, nuovo lavoro di Sharunas Bartas. Ambientato in una silente e dorata estate lituana, il film segue l’arrivo di un uomo, incarnato dallo stesso Bartas, accompagnato dalla figlia di dieci anni e dall’amante, nella loro villa di campagna. In un paesaggio seducente e indifferente, l’incontro con i ruvidi vicini e l’amicizia della ragazzina con il giovane figlio di questi, che si aggira nei paraggi armato di un fucile sottratto ad un plotone di soldati, scatenano nelle due donne una serie di domande esistenziali, tutte rivolte opportunamente all’uomo. Timori e tremori del divenire adulti e perdere così per sempre la sensibilità della prima infanzia o della giovinezza si aprono così a una riflessione più ampia sul presente e il futuro della Lituania. Un nuovo ammaliante capitolo della filmografia di Sharunas Bartas. [d.p.]

17.05
Cannes non ci ha ancora regalato delle sorprese. Nessuna folgorante novità. Oggi, ad esempio, avevamo riposto qualche speranza su due titoli di Un Certain Regard: Madonna di Shin Su-won e Je suis un soldat di Laurent Larivière. Entrambe le pellicole giocano d’accumulo, tra infanticidi, stupri e altri infanticidi (Madonna) e la solita crisi economica, anche morale, affettiva e via discorrendo (Je suis un soldat, cinefilo/cinofilo). Tanta carne al fuoco, ma dopo le proiezioni ci resta poco: Seo Young-hee, che è sempre un piacere poter ammirare, Louise Bourgoin in versione combattiva e Quand revient la nuit di Johnny Hallyday. [e.a.]

17.04
Dopo la supponente esibizione estetica di Sorrentino, vuota di contenuto, gli accreditati che si sono recati in Salle Buñuel hanno assistito al rovescio della medaglia. Une histoire de fou di Robert Guédiguian lascia qualsiasi fronzolo da parte per raccontare la difficoltà degli armeni di accettare la propria diaspora dopo il genocidio da parte dell’impero ottomano. Loachiano fino al midollo, dedicato “ai compagni turchi che combattono le nostre stesse battaglie”, Une histoire de fou sembra un Terra e libertà del XXI secolo, con il suo mix di militanza e gentilezza nazional-popolare. Una visione comunque gratificante, degna (visti i film francesi selezionati) del concorso. [r.m.]

16.49
Una fiaba seicentesca sull’incesto, tra crinoline, messaggeri d’amore e chiome sciolte baciate dal sole. È Marguerite & Julien, nuovo film di Valérie Donzelli (La guerra è dichiarata) presentato in concorso sulla croisette. Come due incatevoli bambole nelle mani delicate della regista, i due protagonisti del titolo, che vivono in un castello circondati dalla servitù, si amano fin dall’infanzia, nonostante le avversità, ma una società severa e crudele minaccia il loro rapporto. Non c’è molto altro nel film della Donzelli, che anziché affrontare il controverso argomento prescelto, preferisce ricoprirlo con una, in fondo censorea, glassa di melassa. [d.p.]

12.03
Applausi e fischi da parte della stampa per il nuovo film di Paolo Sorrentino, Youth. Il terzo italiano in concorso qui alla Croisette è anche – decisamente – il meno riuscito. Ambientato in una specie di buen retiro in Svizzera, dove alloggiano ogni tipo di figure tra cui un simil-Maradona e una volgare Miss Universo, Youth già non decide quale debba essere il suo protagonista – tra Michael Caine e Harvey Keitel – e dopo una buona presentazione (i primi venti minuti circa) va avanti a briglia sciolta inanellando gag, trovate ad effetto, litigate artefatte e inerti riflessioni sull’esistenza. L’idea dei personaggi di volersi ritirare dal mondo esterno – che, pure, avrebbe potuto aprire ad interessanti sviluppi – viene soppiantata ben presto dall’egotismo registico, con cui si dà libero sfogo al consueto accumulo di mirabilia visive, stavolta – più che in passato – prive di necessità. [a.a.]

01.58
Il nuovo film di Jia Zhangke dà una scossa al concorso della 68esima edizione del Festival di Cannes. Mountains May Depart stravolge tutto il cinema precedente di Jia rimanendo allo stesso tempo fedele ai suoi assunti di partenza: il cambiamento, la perdita di memoria, l’oggetto quale tramite nei rapporti umani, l’annullamento della cultura cinese; il tutto rivisto attraverso il filtro dell’esplosione dell’immagine che passa attraverso vari formati e che tende, ancor più che in passato, all’astrazione pittorica e alla video-arte. Raccontando in tre episodi la Cina di fine anni Novanta, quella del 2014 e quella del 2025 (!) Jia Zhangke costruisce un affresco storico come in Platform, ragiona sulla fine del tempo come in The World e sfalda paesaggi e quadro visivo come in Still Life. Un passo in avanti incredibile e a tratti sconvolgente che è allo stesso tempo un’autobiografia del suo autore, della sua storia iconografica e del suo paese degli ultimi decenni (e dei prossimi…). [a.a.]

 

martedì 19 maggio 2015
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17.45
Cerca di imboccare troppe strade il thriller sudcoreano Office (O piseu) di Hong Won-Chan, presentato fuori concorso tra le Séances de minuit: tra martellate in testa, presenze apparentemente fantasmatiche, un poliziotto fin troppo comprensivo e una vita d’ufficio quasi infernale, temi e suggestioni si accumulano un po’ disordinatamente. E superficialmente. Qualche accenno orrorifico, da j-horror all’acqua di rose, e un finale davvero posticcio. Forse ci aspettavamo troppo. [e.a.]

16.46
Un Brillante Mendoza accorato e dimesso, come ormai gli accade da qualche film a questa parte, per Taklub, presentato in concorso in Un certain regard. Il cineasta filippino prosegue nella strada intimista del suo cinema, solo che stavolta, rispetto a film come Lola e Thy Womb, manca una forte idea prospettica, in grado di far vedere in controluce le difficoltà del vivere nel suo paese. In Taklub infatti il discorso si fa più diretto e – se vogliamo – anche generalista: di fronte ai continui tsunami e tifoni che si ripetono sul suolo patrio, ha ancora senso avere fede in un Dio? La banalità dell’assunto si accompagna tra l’altro ad alcuni simbolismi sovraccarichi, ma viene contro-bilanciata per fortuna dalla solita efficacia di Mendoza nel raccontare e mettere in scena. Non mancano quindi momenti riusciti, ma un film con un tema così che non riesce a commuovere ha sicuramente qualcosa che non va… [a.a.]

16.02
In cerca di nuovi nomi di registi da seguire, ci siamo diretti in mattinata alla Quinzaine, dove era in programma il film dell’esordiente cinese Chloé Zhao, dal titolo molto evocativo: Songs My Brothers Taught Me. Mai scelta fu più sbagliata. L’autrice, che ha lasciato Pechino all’età di quattordici anni, vive da tempo negli Stati Uniti ed è dunque completamente naturalizzata tanto da mettersi a raccontare la vita di alcuni indiani-americani che vivono in una riserva e che avrebbero il desiderio di andarsene a Los Angeles. Al di là dell’eccentrica ambientazione, giustificata solo se si ha una conoscenza profondissima di una cultura così particolare (e, in tal senso, lo scorso anno venne presentato proprio qui alla Quinzaine l’ottimo Mange tes morts, diretto da un regista come Jean-Charles Hue che segue da anni la vita della gens du voyage), il film di Chloé Zhao è preda di tutti i tipici cliché dell’indie americano ultra-low-budget: immagini a bassa definizione, personaggi tanto introversi da risultare amorfi, paesaggi post-urbani, tempi dilatati e azioni fini a se stesse che danno un senso di profonda inanità non solo al percorso narrativo, ma anche al film stesso. [a.a.]

15.04
Torniamo per un momento indietro a ieri sera, quando c’è stata un’autentica ovazione per Costa-Gavras e per il suo Z, presentato in versione restaurata (ma non troppo) nella sezione Cannes Classics. Il film, girato nel ’69, è ovviamente legato alla magnifica stagione del cinema civile e, rivisto oggi, sembra rimandare a un’epoca lontanissima e ormai scomparsa. Eppure, forse non è così: infatti basta ricordare quel che ha passato la Grecia in questi ultimi anni e basta pensare al tentativo orgoglioso del nuovo governo nel recuperare un’autonomia politica ed economica rispetto alla cosiddetta troika, per capire che – simbolicamente – un film come questo (che metteva in scena l’omicidio, avvenuto nel 1963, da parte di membri dell’estrema destra del politico Grigóris Lambrákis) ricollega direttamente una stagione ad un’altra, nel segno di una politica e di un cinema davvero di sinistra. Non è un caso, infatti, che alla proiezione fosse presente anche il Ministro della Cultura greco, Aristídis Baltás. Viva la Grecia! [a.a.]

12.00
Dopo l’interessante Prisoners Denis Villeneuve prosegue nella sua personale ricerca di una via autoriale al thriller mainstream con Sicario, presentato stamane in concorso a Cannes. Questa volta, il regista del controverso (ed eticamente discutibile) La donna che canta immerge l’agente dell’FBI incarnato da Emily Blunt nel mondo del narcotraffico posizionandola al seguito di una squadra poco propensa a seguire un lecito protocollo. A capitanarla d’altronde è Josh Brolin, coadiuvato da un inquietante Benicio Del Toro. Rarefazione e violenza, un accurato affondo nelle menti tormentate dei personaggi e una complessiva schizofrenia nel ritmo caratterizzano la pellicola, che resta ben distante da uno svolgimento classico e lineare, ma in fondo proprio da questo trae la sua forza. Ad arricchire il tutto, la folgorante fotografia di Roger Deakins. [d.p.]

 

lunedì 18 maggio 2015
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20.46
Alcuni percorsi festivalieri sono decisamente incomprensibili. Come sia possibile che Frémaux abbia rinunciato per il concorso ufficiale a due gioielli purissimi come Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin (finito addirittura nella Quinzaine des réalisateurs) e Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul, relegato in Un certain regard, è un mistero più fitto del sonno (eterno?) in cui sono piombati i militari protagonisti dell’ultimo parto creativo del geniale regista thailandese. Struggente, sorprendente e in grado di rapire lo sguardo dello spettatore, Cemetery of Splendour è una delle visioni più appaganti di questa edizione del festival. Un capolavoro limpido e annichilente, che lascia con gli occhi aperti. Spalancati. I brividi scorreranno lungo la schiena per molto, molto tempo… [r.m.]

16.41
Torniamo un momento indietro a ieri sera quando, per sperimentare qualcosa di diverso, abbiamo provato ad andare a vedere un film di ACID. L’Association du Cinéma Indépendant pour sa Diffusion organizza da anni durante il festival di Cannes una specie di contro-programmazione che ha dato sempre ottimi frutti, nel senso che non sono pochi i film importanti che sono stati promossi per primi da Acid: da La battaglia di Solferino a Mercuriales, passando per 2 automnes 3 hivers e per Le Challat de Tunis. Ieri sera era in programma in un cinema a poche centinaia di metri dal Palais, il cinema Les Arcades, un film che sembrava molto interessante: Gaz de France di Benoit Forgeard, fantapolitica all’Eliseo nella Francia del 2020. Ma la speranza di trovare, almeno qui, poca fila si è rivelata del tutto illusoria. Centinaia e centinaia di persone, tra pass ACID e aderenti ACID… E quindi, niente da fare. Il film viene replicato nei prossimi giorni. Si potrebbe anche fare un altro tentativo, chissà… [a.a.]

16.15
Un altro romanzo sociale arriva dalla sezione Un certain regard. Ma, stavolta, rispetto a Nahid dell’iraniana Panahandeh, il messicano Las elegidas – diretto da David Pablos – riesce a costruire il suo discorso di denuncia con efficacia rara. Protagonista è Ulisse, che ha la sfortuna di essere nato in una famiglia che procaccia ragazze per farle prostituire; così il ragazzo quando si innamorerà della quattordicenne Sofia sarà costretto a consegnarla a suo padre e a suo fratello. Solo portando in cambio un’altra ragazza, potrà riavere la sua Sofia… Crudele senza essere sadico, violento ma non osceno (tutto viene tenuto fuori campo e si lavora piuttosto sull’impatto sonoro), girato con personalità, Las elegidas ha il piglio del cinema popolare e d’impatto, come è sempre più rado vedere. E, ovviamente, il film diventa anche un atto d’accusa nei confronti dello sfruttamento delle donne nel Messico contemporaneo (con la polizia compiacente…). Tra i produttori figura anche Gael Garcia Bernal. [a.a.]

13.05
Nutriamo ancora qualche dubbio sul futuro artistico e creativo della Pixar, isola felice dell’animazione in computer grafica, ma non possiamo ignorare la sferzata di ottimismo che ci ha regalato Inside Out di Pete Docter. Sì, i sequel oramai abbondano e una flessione c’è stata (Cars ma non solo…), ma con Docter l’immaginazione è tornata al potere, affiancata da una scrittura frizzante e capace di commuovere e da trovate grafiche convincenti anche nel character design. Una sorta di aggiornamento del Dr. Seuss all’ennesima potenza, filtrato dalla poetica e dalla qualità grafica della Pixar. Ottimo. In un mondo ideale sarebbe in concorso. [e.a.]

11.46
Uno stropicciato uomo di mezza età, dopo l’estenuante ricerca di un lavoro, accetta di fare il sorvegliante in un supermercato per poter pagare gli studi al figlio disabile. Si ritrova così a denunciare anche piccole scorrettezze dei colleghi e a provocare il loro licenziamento. Risiede tutto nella trama, realistica ma poco incalzante, l’interesse di La Lois du Marché di Stéphane Brizé, presentato stamane in concorso a Cannes 2015. Nonostante l’ottima performance del protagonista Vincent Lindon, il film, tra un abuso costante di long shot con macchina a mano ondeggiante e brevi intermezzi di vita familiare, non riesce a graffiare né a convincere e la sua prevedibile tragedia proletaria pare affetta da un “dardennismo” di maniera privo di riletture personali. [d.p.]

11.31
In mattinata è passata, alla Quinzaine des réalisateurs, la seconda parte del film di Miguel Gomes, conferma del talentuoso genio del regista portoghese. As mil e uma noites – Volume 2, o desolado prosegue nel suo infinito intrecciarsi di racconti nel racconto, tra il grottesco e il tragico, tesi a svelare la cupa metafora politica alle spalle del progetto. Più il panorama si fa chiaro più il progetto si delinea in tutta la sua straripante potenza, cinematografica ed etica. Una visione fondamentale in questa Cannes 2015. [r.m.]

01.25
Dopo Reprise (2006) e Oslo, 31. August (2011), il norvegese Joachim Trier approda al concorso di Cannes con Louder Than Bombs, ambiziosa coproduzione europea che strizza l’occhio al mercato statunitense. Nomi altisonanti (Gabriel Byrne, Jesse Eisenberg, David Strathairn, Isabelle Huppert) e una confezione impeccabile per un dramma in famiglia vivacizzato dal meticoloso e arzigogolato lavoro di montaggio e scrittura. Un puzzle minimalista che cerca di rimettere a posto tutti i pezzi, ma un po’ troppo frettolosamente. Regista interessante, ma l’assenza del “von” pesa parecchio. Not Ordinary People… [e.a.]

 

domenica 17 maggio 2015
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17.43
Molti i registi giapponesi presenti al festival, e tutti legati alla renaissance dell’industria nipponica negli anni Novanta: dopo aver assistito alle proiezione di An di Naomi Kawase e Our Little Sister di Hirokazu Kore-eda, è toccato oggi a Kiyoshi Kurosawa, che in Un certain regard ha presentato Journey to the Shore (Kishibe no tabi). Un film in cui Kurosawa, dopo il dittico sui generis – e sui generi – composto da Seventh Code e dal cortometraggio Beautiful New Bay Area Project, torna a ragionare sui temi portanti della propria poetica: l’accettazione del lutto e la lotta contro la scomparsa materiale e fisica. Torna dunque un mondo popolato di fantasmi, perfettamente integrati con gli esseri viventi, alla disperata ricerca di un proprio posto. La mano di Kurosawa si mostra fin troppo lieve e il suo approccio eccessivamente minimale, e così Journey to the Shore assume le forme di un viaggio estenuante, esasperato e forse anche troppo programmatico. Non deludente come altri titoli rintracciati sulla Croisette, ma un po’ d’amaro in bocca resta… [r.m.]

14.02
Non ci siamo dimenticati di Cannes Classics e dell’omaggio per il centenario della nascita di Orson Welles. Perciò ieri sera ci siamo accomodati nella comoda ma fredda Salle du soixantième, purtroppo quasi vuota, per assistere alla proiezione del restauro digitale di La signora di Shanghai (1948). Inutile osservare in questa sede quanto, ancora una volta, il penultimo film hollywoodiano di Welles (prima di tornare ben dieci anni dopo con L’infernale Quinlan ed essere nuovamente cacciato) si dimostri pieno di invenzioni e di incredibili soluzioni anche di sceneggiatura, per una costruzione – tipicamente shakespeariana – in cui tutti sanno tutto, tranne l’ingenuo protagonista, il nostro Michael O’Hara (interpretato dallo stesso Welles). Piuttosto, forse è il caso di ricordarci come il restauro digitale nove volte su dieci non renda giustizia della bellezza originale del 35mm. E per La signora di Shanghai rientriamo, purtroppo, in questo caso. Per l’occasione è stato fatto un restauro in 4K (recuperando i negativi originali); il che dovrebbe quindi poter offrire il massimo della definizione…e invece l’immagine rivela una grana da pseudo-effetto pellicola, molto simile – persino – al low-fi di un VHS. Facendo un confronto mentale con altri restauri recenti, l’impressione è che il bianco e nero soffra particolarmente – più del colore – il processo di digitalizzazione, per cui sembrano attualmente possibili solo due strade, o quella dell’eccessiva definizione (che però arriva a rivelare i pixel, come ci sembrava accadesse, ad esempio, per ) oppure un intervento di basso profilo che però finisce per smorzare i contrasti e per impoverire la brillantezza. E ci è sembrato, per l’appunto, che La signora di Shanghai soffrisse proprio di questa seconda ozpione. Ma magari ci sbagliamo… [a.a.]

13.20
Dio esiste, vive a Bruxelles ed è un po’ un bastardo. Parte da questo assunto per innescare tutta la sua caleidoscopica fantasia, dissacrante e seducente, Jaco Van Dormael con The Brand New Testament, rilettura esplicitamente apocrifa e gustosamente blasfema del Nuovo Testamento, presentata alla Quinzaine. Con un’inventiva invidiabile e apparentemente inesauribile, coadiuvata questa volta (a differenza dell’interessante, ma più incompiuto Mr. Nobody) da un percorso narrativo solido (la figlia minore di Dio si ribella sabotando i piani paterni e andando poi in cerca dei suoi discepoli), Van Dormael si prodiga in dissertazioni sul libero arbitrio e la morte, tra fantasmagorie visive suadenti e trovate ironiche, che anche quando appaiono apparentabili alle leziose abitudini di Amelie Poulain o alle soluzioni un po’ da “legge di Murphy” vengono sempre riscattate da uno humour nerissimo, capace di conquistare anche i più scettici. Un cult movie annunciato. [d.p.]

12.10
Dopo aver visto il primo dei cinque (!) francesi in concorso qui a Cannes, Mon roi di Maïwenn, ci sembra inevitabile riproporre la domanda chiave di questo festival: ma perché due giganti del cinema transalpino come Philippe Garrel e Arnaud Desplechin sono stati selezionati alla Quinzaine e non nella competizione ufficiale? Il quarto film da regista di Maïwenn, che alla Croisette vinse nel 2011 il premio della Giuria con Polisse, è infatti un melodramma strappalacrime e urticante, giocato tutto sui sovratoni (tra cui, persino, urla di disperazione in strada sotto la pioggia) e dove i due protagonisti, Vincent Cassel ed Emmanuelle Bercot (che ci ha già “intrattenuto” qui al festival in veste di regista con La tête haute) sembrano essere stati lasciati alla deriva a esprimere il peggio di se stessi. Nel giocare in maniera meccanica e insistita tra un presente fatto di disperazione e un passato inizialmente ricolmo di felicità, tra l’altro, Mon roi sembra pericolosamente avvicinarsi a temi e stilemi dell’ultimo film di Castellitto, Nessuno si salva da solo. Insomma, cosiddetto melodramma d’autore, attori gigioneggianti, registi-attori che non riescono a tenere a bada i loro interpreti e che non riescono a gestire il racconto, e così via… Accolto da applausi alla proiezione per la stampa e solo da un paio di isolate urla di indignati. [a.a.]

9.30
Torniamo per un momento al 2002: con Lontano dal paradiso, opera filologica quanto magnifica, Todd Haynes omaggiava e faceva rivivere il cinema di Douglas Sirk. Sul grande schermo tornavano a brillare i cromatismi di Sirk, rinasceva quel melodramma così ricco e appassionante. Abbiamo dovuto aspettare più di un decennio per riassaporare temi e dinamiche del melodramma statunitense classico: con Carol, questa volta (forse) più minnelliano, Haynes ci immerge in una storia d’amore travolgente, proibita, impreziosita dalle performance, dall’eleganza e dal fascino di Cate Blanchett e Rooney Mara. Sembrano Katharine Hepburn e Audrey Hepburn. Che gioia. [e.a.]

 

sabato 16 maggio 2015
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19.05
Caldo estivo oggi sulla Croisette. Andrebbe benissimo, se solo non si dovessero affrontare lunghe code col sole a picco. Eh, la dura vita festivaliera… Tra mattina e pomeriggio, tripletta alla Quinzaine des Réalisateurs: vi abbiamo già parlato del pregevole Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin e quindi concentriamoci sulle “prime visioni”, ovvero la war dramedy A Perfect Day di Fernando León de Aranoa e l’attesissimo (da noi e pochi altri, in verità…) As mil e uma noites – Volume 1, o inquieto di Miguel Gomes. L’avventura balcanica di de Aranoa, sostenuta da un affiatato cast internazionale (Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Mélanie Thierry e Fedja Stukan), si affloscia dopo pochi minuti, nonostante uno script alla costante ricerca della battuta ironica alternata a qualche disgrazia da teatro di guerra. Alla fine, dei Balcani e dei vari personaggi non ci resta davvero niente, tranne una vagonata di retorica.
Cinema completamente diverso, distante anni luce, quello del portoghese Miguel Gomes (Tabu, Redemption). As mil e uma noites – Volume 1, o inquieto, prima parte di una fluviale opera di sei ore e mezza, plasma a modo suo la silloge favolistica di Scheherazade, inanellando una serie di intuizioni narrative ed estetiche. Cinema di idee e talento, capace di raccontare la contemporaneità, la crisi portoghese ed europea. Triangoli amorosi, balene che esplodono e una dissacrante rappresentazione della stanza dei bottoni… Ora non ci resta che vedere As mil e uma noites – Volume 2, o desolado e As mil e uma noites – Volume 3, o encantado. [e.a.]

13.20
La giuria della Caméra d’or – premio che viene assegnato qui a Cannes alla miglior opera prima tra tutte le sezioni del festival – è presieduta quest’anno da Sabine Azéma, l’attrice feticcio di Alain Resnais. E chissà se la Azéma, che era presente in sala, ha apprezzato Nahid, esordio della regista iraniana Ida Panahandeh selezionato in concorso a Un certain regard. Certo, si tratta di una storia al femminile, con una donna presa dall’ex marito alla deriva, il figlio scavezzacollo e un nuovo fascinoso amante, oltre che da una madre malata… Ma come spesso capita in questi casi, il contenutismo si impone e dunque la decisione di voler fare a tutti i costi il ritratto paradigmatico della figura femminile nell’Iran contemporaneo pesa come un macigno sulla messa in scena. [a.a.]

07.54
Visto che la selezione ufficiale propone in concorso Mia madre di Nanni Moretti, su cui gli italiani hanno potuto farsi un’idea da più di un mese, dedicheremo la giornata alla Quinzaine des réalisateurs: in ordine, uno dopo l’altro, A Perfect Day di Fernando León de Aranoa, l’attesissimo primo capitolo del trittico di Miguel Gomes As mil e uma noites e il già citato (su questo minuto per minuto) Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnaud Desplechin. Una maratona esaltante. [r.m.]

01.38
Sono tutti, almeno ad oggi, per Arnaud Desplechin e per il suo Trois souvenirs de ma jeunesse presentato stasera alla Quinzaine gli applausi più scroscianti, entusiasti e colmi di cinefila gratitudine di questo Cannes 2015. Attraverso il suo attore feticcio Mathieu Amalric, Desplechin innesca questa volta un percorso nella memoria (i tre ricordi del titolo) del personaggio di Paul Dedalus (il nome non è affatto casuale, dati i riferimenti a Joyce e Omero) costruendo al tempo stesso un film che raccoglie tutte le ossessioni e gli innumerevoli pregi della sua filmografia. Si va dagli amori giovanili alla passione per la letteratura, dai miti greci alle amicizie virili, dalla ricerca dell’identità ai difficili rapporti con la figura materna. Il tutto affrontato con il suo sguardo inconfondibile: antropologico e umanista, scientifico e appassionato. [d.p.]

01.35
Visione interessante a Un Certain Regard: Mu-roe-han (The Shameless) di Oh Seung-Uk. La parabola autodistruttiva del tenente Jung Jae-gon passa attraverso una passione irresistibile, morbosa. Una storia di tradimenti, malavita, corruzione e soprusi, con la bella e sensuale Kim Hye-kyung (Jeon Do-yeon) a fare da vittima e al tempo stesso da carnefice. Non se la passa bene la polizia nel cinema sudcoreano… [e.a.]

01.02
La serata si è conclusa con la più cocente delle delusioni: The Sea of Trees di Gus Van Sant è un melò prevedibile e pretestuoso, pensato per un pubblico privo del benché minimo gusto per l’attenzione. Una serie di metafore di una semplicità che lascia a bocca aperta, per una storia d’amore e redenzione – su per giù – che non va da nessuna parte, e sfonda ben presto le porte del ridicolo involontario. Bordate di fischi hanno accolto i titoli di coda. Una pratica che non abbiamo mai difeso, ma che è purtroppo comprensibile. [r.m.]

 

venerdì 15 maggio 2015
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19.22
Finalmente siamo riusciti a recuperare Umimachi Diary di Hirokazu Kore-eda, per il quale eravamo stati respinti non a una ma addirittura a due proiezioni stampa. Al di là di ciò che hanno affermato in molti, Kore-eda filma con pudore (e senza eccesso di melassa) l’affetto di un legame di sangue labile eppure poco per volta straripante. Le quattro protagoniste (Haruka Ayase, Masami Nagasawa, Kaho e la sedicenne Suzu Hirose) irradiano con la loro grazia un’opera che non si interessa ai climax emotivi ma preferisce agire attraverso un naturalismo solo vagamente favolistico, derivazione del manga originale di Akimi Yoshida. Uno sguardo essenziale e pudico, per un film ingiustamente bistrattato qui sulla Croisette. [r.m.]

13.50
Ambizioso, stratificato, a tratti troppo levigato: è l’esordio alla regia di Natalie Portman, A Tale of Love and Darkness, tratto dal romanzo autobiografico di Amos Oz e presentato a Cannes nella sezione Séances spéciales. Già autrice di due cortometraggi (Eve e un episodio di New York, I Love You, entrambi del 2008), la Portman scrive, dirige, interpreta: si ritaglia un ruolo fondamentale, stimolante, ma senza cannibalizzare la pellicola. Una storia personale che guarda inevitabilmente alla Storia, all’irrisolto a forse irrisolvibile conflitto israelo-palestinese. Tantissima carne al fuoco, alcune sottolineature didascaliche e qualche preziosismo estetico di troppo. Per restare nell’ambito “stelle hollywoodiane alle prese con temi forti” e vista l’assonanza dei titoli: siamo tre spanne, anche quattro, sopra In the Land of Blood and Honey di Angelina Jolie. Non che fosse tanto difficile… [e.a.]

13.11
La seconda proiezione mattutina nel Grand Théâtre Lumière ha accolto il nuovo film di Woody Allen, Irrational Man, storia di un professore di filosofia in piena crisi esistenziale che ritrova la voglia di vivere attraverso l’amore (e non solo, anzi…). Probabilmente l’Allen più ispirato dall’inizio del millennio, che torna a mescolare la sua commedia di dialogo con timbriche ben più oscure, senza però lasciarsi prendere dal demone del noir e ragionando, con cupezza (ir)razionale, sulla tensione verso una giustizia impossibile, aleatoria come l’idea stessa di “riparazione” del torto. Con un Joaquin Phoenix al solito impeccabile e un’eccellente Emma Stone, un’elegia della disillusione scritta in punta di penna e diretta con una mano ben più ispirata del solito. La sorpresa in positivo di questi primi giorni di festival. [r.m.]

11.40
Alla prima proiezione del mattino, nell’immensa sala del Grand Théâtre Lumière, la stampa ha riservato un’accoglienza sin troppo generosa – applausi e qualche fischio isolato – al nuovo film di Yorgos Lanthimos, impegnato con The Lobster nella sua prima sortita fuori dalla Grecia. L’autore di Kinodontas e Alps ha portato in concorso a Cannes una personale rilettura della fantascienza, occhieggiando forse al Godard di Alphaville, ma scegliendo un’ambientazione bucolica. Il problema è che, pur partendo da uno spunto interessante e paradossale (la “dittatura” della coppia e quindi chi si ritrova ad essere senza un compagno di vita viene imprigionato e poi costretto a trasformarsi in un altro animale che non sia l’uomo), Lanthimos si preoccupa solo di raccontare una storia d’amore sui generis e di condire il tutto con fastidiose gag che fanno continuamente l’occhiolino allo spettatore. Colin Farrell imbolsito e con i baffetti ha il suo perché ma, in fin dei conti, come tutto il resto del cast (Rachel Weisz e Léa Seydoux in primis), si limita a fare la marionetta nelle mani di un regista che non aveva le idee molto chiare e che è decisamente troppo innamorato di se stesso. [a.a.]

 

giovedì 14 maggio 2015
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19.20
Erano quattro anni che non si vedeva il lungometraggio di un esordiente presentato in concorso a Cannes. L’ungherese László Nemes, allievo di Béla Tarr, interrompe questo ostracismo portando sulla Croisette Le fils de Saul. Il film, che sarà distribuito in Italia da Teodora, si fa portatore di una rilettura del dramma dei campi di sterminio mettendo al centro della scena la figura di un Sonderkommando, appartenente dunque a quella schiera di deportati che vennero costretti ad affiancare i nazisti nello sterminio degli altri prigionieri. Tutta concentrata sul volto e sul corpo del protagonista, che si muove all’interno del quadro cercando di non prendere spazialmente posizione tra i nazisti e le loro vittime, la messa in scena di Nemes è decisamente l’aspetto più interessante di Le fils de Saul, che invece alla lunga si perde a causa di una forzata svolta narrativa. Ma il finale, in cui si ribalta il punto di vista, fa propendere decisamente per un giudizio positivo. [a.a.]

18.12
Dopo l’apertura di Un certain regard, con il già citato An di Naomi Kawase, è stato presentato nella seconda sezione competitiva del festival Un etaj mai jos (One Floor Below il titolo internazionale in inglese) di Radu Muntean. Il regista rumeno, a cinque anni di distanza da Tuesday, After Christmas (suo era anche l’ottimo The Paper Will Be Blue visto nel 2006 a Locarno), torna dietro la macchina da presa per raccontare la storia di un uomo la cui vita metronomica e sempre uguale inizia a vacillare di fronte a un gesto omertoso: perché non ha detto alla polizia tutto quello che sa sulla vicina di casa trovata morta nel proprio appartamento? Un dramma interiore che Muntean tratteggia con stile asciutto, mai compiaciuto, per un’opera forse non memorabile ma sicuramente dodata di notevole potenza espressiva. [r.m.]

14.30
Ancora un po’ intimoriti dall’idea di riapprocciarci all’enormità del mega-carrozzone cannense, ci siamo andati a rifugiare al quinto piano del Palais, un po’ in disparte, dove c’è la salle Buñuel, luogo privilegiato delle proiezioni di Cannes Classics. La sezione dedicata al recupero dei classici – restaurati e proiettati, ormai sempre più inesorabilmente, in digitale – si è aperta proprio oggi con un documentario su Orson Welles, diretto da Elizabeth Kapnist per Arté Francia e intitolato Orson Welles, autopsie d’une légende. Per celebrare i cent’anni della nascita del cineasta americano, Cannes Classics sarà infatti “punteggiata” di omaggi wellesiani (ora ad esempio è in corso la proiezione della versione restaurata de Il terzo uomo, che sarà presentata anche a Il cinema ritrovato a Bologna). L’inizio però, purtroppo, non è stato dei migliori: infatti, il documentario di Kapnist illustra un Welles per principianti, giocando sui cliché legati alla sua figura, a partire dall’insistenza sulle similitudini tra Charles Foster Kane (il main character di Quarto potere) e Welles stesso. Insomma, ci siamo visti impartire la solita classica ricetta di genio e sregolatezza, con una puntatina persino sul versante omosessualità…Welles ha bisogno di tutto, a cominciare da un enorme dispendio di energie e di soldi per cercare di recuperare e di rendere visibile almeno una parte del materiale da lui lasciato incompiuto e segreto, ma non certo di documentari di così basso profilo, senza un preciso punto di vista sulla questione… Va a finire quindi che in Orson Welles, autopsie d’une légende si salvano, non certo le interviste realizzate ex novo, ma solo i materiali di repertorio, in particolare quelli relativi ai rapporti di amicizia tra Jeanne Moreau e Welles stesso. [a.a.]

13.40
Il programma di Cannes ci regala un abbinamento davvero bizzarro, un testacoda cinematografico che ci catapulta dalla lineare adrenalina di Mad Max – Fury Road di George Miller al minimalismo sussurrato di An di Naomi Kawase (Still the Water, Hanezu, Nanayo). Entrambe le pellicole valgono il prezzo del biglietto. Miller torna finalmente ai fasti passati, lasciandosi alle spalle gli orrori di Happy Feet. Il nuovo Mad Max è (iper)azione allo stato puro: da A a B, e ritorno; guai a trovarsi in mezzo. Charlize Theron, aka Furiosa, è memorabile. La Kawase, fatta accomodare con An in Un Certain Regard, indaga ancora una volta il nostro rapporto con la natura, col mondo circostante, col passato. Qualche passaggio didascalico e una gran voglia di dorayaki. [e.a.]

13.10
Si è aperta ufficialmente anche la sala del Marriott, dove vengono ospitate le proiezioni della Quinzaine des réalisateurs. Stamattina è stata la volta di Philippe Garrel e del suo L’Ombre des femmes: agli occhi dei più potrebbe apparire come un semplice divertissement, e non c’è dubbio che la tragedia incombente in buona parte delle sue opere venga qui stemperata da tonalità più leggiadre, ma il film è in tutto e per tutto un ritorno (comunque ispirato) ai temi portanti del cinema del regista francese. La proiezione, in un bianco e nero come sempre folgorante, è stata anticipata dal cortometraggio Actua 1, girato da Garrel nel 1968 a venti anni e per decenni considerato perduto: un viaggio nella contestazione di lungimiranza sorprendente e di straordinaria maturità espressiva. Perché, come afferma la voce narrante, “Se credi che gli striscioni siano sufficienti, ti sbagli. Se credi che gli slogan siano sufficienti, ti sbagli. Se credi, ti sbagli”. [r.m.]

00.29
In serata è passato anche qui sulla Croisette Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Per un’analisi più approfondita del film rimandiamo alla recensione pubblicata nei giorni scorsi, per ora basta rimarcare come l’accoglienza della stampa qui a Cannes sia stata decisamente poco entusiasta. Applausi sporadici e poco convinti. La conferma di un’operazione rischiosa e che difficilmente andrà incontro ai gusti del pubblico. Gli italiani (almeno quelli di una certa fede sportiva) hanno dimostrato un’enfasi ben diversa per la conquista della finale di Champions League della Juventus ai danni del Real Madrid. Ma questa è un’altra storia… [r.m.]

 

mercoledì 13 maggio 2015
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17.19
Niente da fare. Il destino bizzarro – e la pessima capacità organizzativa del festival – ci ha lasciato fuori anche alla seconda proiezione del film di Kore-eda, sempre programmata in Bazin. Si recupererà domani pomeriggio, intaccando fin dal primo giorno un programma stilato con attenzione estrema. Ma non sufficiente, ahinoi… [r.m.]

13.24
La mattina, nuvolosa e afosa, ha portato in dono (si fa per dire) il film di apertura, vale a dire La tête haute di Emmanuelle Bercot: il racconto della giovinezza di Malony, ragazzo caratteriale affidato fin dalla più tenera età alle cure del sistema educativo correzionale francese. Un’opera che dimostra tutte le debolezze della Bercot regista, intrisa di retorica, innamorata dei climax emotivi – alcuni ai limiti del digestibile – e che eleva peana senza chiaroscuri sulla giustizia transalpina. Una visione risollevata parzialmente solo dalla bravura attoriale dei protagonisti, a partire dal giovane Rod Parodot. Tutte le malefatte del protagonista, dopotutto, sono roba da educande in confronto all’inquadratura finale messa in scena dalla Bercot.
Subito dopo la proiezione ci siamo imbattuti nelle prime crepe del festival. Che la Salle Bazin fosse inadeguata a ospitare le proiezioni di Umimachi Diary di Hirokazu Kore-eda era apparso evidente fin dalla lettura del programma. Alcuni rosa, tutti i blu e i gialli (si parla di accrediti, nessuna recrudescenza razzista) sono rimasti fuori dalla sala. Si ritenterà, incrociando le dita, alle 16.00… [r.m.]

00.43
Dopo una prima serata passata a tavola, discutendo amabilmente di cinema (e calcio), ci si prepara alla prima vera giornata di festival. Alle 10.00 in Debussy è prevista l’anticipata stampa del film di apertura, La tête haute di Emmanuelle Bercot. Sarà poi la volta dei primi due titoli del concorso: Umimachi Diary di Hirokazu Kore-eda e il “nostro” Matteo Garrone con Il racconto dei racconti. La corsa alla Palma d’Oro avrà inizio… [r.m.]

 

martedì 12 maggio 2015
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17.01
La prima annotazione che viene naturale fare una volta approdati a Cannes è che, come ampiamente prevedibile, il caldo è ai limiti del sostenibile. Verrebbe voglia di raggiungere la spiaggia più vicina e lanciarsi in acqua… E si potrebbe anche fare, visto che fino a domattina non è prevista alcuna proiezione. Oggi la Croisette è ancora un cantiere aperto, con operai indaffarati a finire gli ultimi lavori, prima dell’irruzione (bah) del glamour. Intanto abbiamo già notato un piccolo palchetto dove sono state sistemate delle poltroncine da cinema; chi vi si siede ha come compagni di ideale visione i Peanuts. Una meravigliosa utopia, purtroppo… [r.m.]

Info
Il sito ufficiale del Festival di Cannes 2015.
Il concorso del Festival di Cannes 2015.

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    Cannes – Grand Prix e Palma d’Oro 1939-2015

    L'Albo d'Oro del Festival di Cannes, dalla vittoria di Union Pacific di Cecil B. DeMille nel 1939 al trionfo di Dheepan di Jacques Audiard.
  • Festival

    I premi di Cannes 2015

    Ultimo atto della sessantottesima edizione del Festival di Cannes, con la Palma d'oro a Dheepan di Jacques Audiard, il Grand Prix a Son of Saul di Làszló Nemes, la regia a Hou Hsiao-hsien per The Assassin...
  • Festival

    Festival di Cannes 2015 – Bilancio

    Qualche considerazione sulla sessantottesima edizione del Festival di Cannes, consacrata fin dalle prime battute al cinema transalpino. Più dei vincitori e dei vinti, ci interessa il panorama della kermesse, lo sguardo sulle cinematografie nazionali, sui generi, sui nuovi autori...
  • Cannes 2015

    apichatpong-wheerasetakulIntervista ad Apichatpong Weerasethakul

    Ancora una volta sulla Croisette, ancora una volta con un capolavoro. Apichatpong Weerasethakul, con Cemetery of Splendour, racconta di un ospedale ricavato da una scuola, dove sono ricoverati dei soldati in uno stato di sonno perenne. Abbiamo incontrato il regista a Cannes.
  • Rassegne

    De Oliveira: sfiorare l’eternità

    Per la sua 26esima edizione il FID di Marsiglia ospiterà una retrospettiva dedicata a Manoel de Oliveira, divisa per percorsi tematico-simbolici, da Douro, Faina Fluvial a Visita, ou Memorias e Confissões. Dal 30 giugno al 6 luglio.
  • Cannes 2016

    Svelata la selezione di Cannes 2016

    Il secondo festival dell'era-Lescure conferma la solita parata di nomi imperdibili, per un concorso che tiene fuori dalla porta italiani e giapponesi.
  • Cannes 2017

    The Rider

    di Un post-western con potenti spunti documentaristici: The Rider di Chloé Zhao è un curioso resoconto del mondo dei rodeo, costruito intorno alla figura di un cowboy che non può più cavalcare.
  • Festival

    Cannes 2018 - Minuto per minuto dalla CroisetteCannes 2018 – Minuto per minuto

    Quinlan approda sulla Croisette e arriva il momento del tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Dalla selezione ufficiale alla Quinzaine des réalisateurs e alla Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2018!
  • Festival

    Cannes svela la selezione ufficiale della 72ª edizioneCannes svela la selezione ufficiale

    Cannes, per voce del suo delegato generale Thierry Frémaux, ha annunciato i titoli che andranno a comporre la settantaduesima edizione del festival: da Jarmusch a Ken Loach, dai fratelli Dardenne a Malick e Porumboiu. Ma sarebbe sciocco e riduttivo fermarsi a soliti noti.
  • Festival

    Cannes 2019 - Minuto per minuto dalla CroisetteCannes 2019 – Minuto per minuto

    Quinlan approda sulla Croisette e arriva il momento del tradizionale appuntamento del minuto per minuto. Dalla selezione ufficiale alla Quinzaine des réalisateurs e alla Semaine de la critique, ecco a voi il Festival di Cannes 2019!

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