I miei giorni più belli

I miei giorni più belli

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Con I miei giorni più belli Arnaud Desplechin rilegge le ossessioni del suo cinema con il suo sguardo inconfondibile: antropologico e umanista, scientifico e appassionato. Alla Quinzaine des realizateurs 2015 e ora in sala.

The Searcher

Tre ricordi della giovinezza di Paul Dedalus, antropologo apolide, alla perenne ricerca della propria identità… [sinossi]

Applicare la morale del western e del melodramma classico a un racconto di formazione intimo e volutamente intermittente, anelando a una classicità vagheggiata e perduta da un presente che trae la propria forza dai rimpianti del passato. Arnaud Desplechin non è mai stato così chiaro né così completo nel declinare la propria poetica come in Trois souvenirs de ma jeunesse (ora in uscita in Italia con il titolo di I miei giorni più belli), nuovo capitolo della sua filmografia presentato, tra applausi scroscianti, alla Quinzaine des realizateurs di Cannes 2015. Come indica il titolo originale, al centro della pellicola vi sono tre ricordi della giovinezza di Paul Dedalus – vero e proprio alter ego del suo cinema, già apparso in Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle) e incarnato da Mathieu Amalric – un antropologo apolide figlio della classicità e delle sue successive rielaborazioni (tanto di Omero quanto di Joyce, dal cui Ulisse il personaggio prende il nome).
Se l’etica di Paul, ad oggi, sia stata davvero quella del western, come lui stesso asserisce, è forse presto per confermarlo, l’ethos d’altronde arriva solo alla fine del nostos, ma il viatico, non c’è dubbio alcuno, è l’eros, lo strumento antropologico di conoscenza perfetto del sé e dell’altro.
Il viaggio à rebours del nostro protagonista errante parte dal Tagikistan, è lì che Paul annuncia alla sua amante di voler far ritorno a casa attraverso un duplice viaggio, geografico e nella memoria, e il primo ricordo è tutto per l’infanzia e il complesso, violento, rapporto con la madre, una donna affetta da schizofrenia che di lì a poco si suiciderà. Ogni viaggio ha però i suoi intoppi, ecco allora che Paul viene bloccato a una misteriosa dogana da un severo André Dussolier e deve raccontare come ha ceduto, durante una gita scolastica a Minsk, il proprio passaporto a un ebreo russo, in fuga verso la libertà. Il tono di I miei giorni più belli cambia repentinamente e Desplechin ci riconduce all’antropologia astratta, un po’ metafisica e fantapolitica di La sentinelle, il suo folgorante film d’esordio. Ma la carne sarà il principale terreno di conoscenza e di crescita del suo Paul, ed ecco allora deflagrare sullo schermo il capitolo-ricordo più corposo del film, dedicato al primo amore: Esther.

Sfoderando tutto il suo talento visivo e narrativo, coadiuvato da un insopprimibile sguardo umanista, l’antropologo della settima arte Desplechin mescola passato e presente, autobiografia (il rapporto con la madre, eternificato nel documentario L’aimée) e finzione, thriller e romance, recupera l’espediente per lui usuale del racconto epistolare (indimenticabili le lettere dei personaggi di Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle) e I Re e la Regina) e il rapporto con la religione (anche qui come in Comment… il fratello è un convinto credente). Il tutto senza mai risultare affettato o manierato in questo rileggere aspetti frequenti nel suo cinema, sfoderando piuttosto momenti di cristallina autenticità, che puntano dritto allo stomaco dello spettatore. Si susseguono le feste domestiche degli adolescenti, gli incontri, i momenti di amicizia e il cameratismo virile, esplosioni di ardore e furore giovanile, le scazzottate e l’eterna dialettica tra la natura (qui incarnata dalla sessualità) e la cultura (gli studi universitari che tengono Paul lontano da Esther, le citazioni letterarie di cui le sue epistole all’amata sono infarcite), infine la paura di crescere e diventare adulti. “Sono triste perché vedo la mia infanzia che finisce”, è il commento del giovane Dedalus di fronte alle immagini, in diretta tv, del crollo del muro di Berlino, mentre di lì a breve ricostruirà un rapporto di filiazione con la sua docente di antropologia, surrogato materno severo ma accogliente.

Il primo amore è dunque il cuore pulsante di I miei giorni più belli, che per il personaggio rappresenta l’acquisizione dell’identità, il principio e la fine di tutto. La separazione da Esther segna infatti l’inizio di una rimozione del passato, una frattura che solo il Paul adulto è pronto a suturare, tra esplosioni di rabbia e rimpianto. Impeccabile come al solito l’interpretazione di Amalric, alter ego privilegiato di Desplechin sul grande schermo, ma anche dei giovani interpreti del film, ai quali Desplechin dimostra di essersi dedicato con l’abituale cura certosina, cesellando personaggi, scavando nella loro intimità.

Info
La scheda di Trois souvenirs de ma jeunesse (I miei giorni più belli) sul sito della Quinzaine.
Il trailer italiano di I miei giorni più belli su Youtube.
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