A Touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante

A Touch of Zen – La fanciulla cavaliere errante

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A Touch of Zen, capolavoro di King Hu tra i fondamenti del wuxia, rinasce a nuova vita sulla Croisette. Un modo per riscoprire una gemma purissima, in cui si mescolano azione e filosofia, colto e popolare.

Cavalieri erranti e monaci buddisti

In un villaggio della Cina settentrionale nell’epoca Ming la bella, valorosa e perseguitata figlia di un ministro morto sotto le torture, si è nascosta in una casa infestata dai fantasmi; un giovane povero, pittore e letterato, decide di aiutarla; avranno a che fare con un generale travestito da cieco e un pacifico monaco buddista, esperto in arti marziali, le cui ferite si rigenerano al sole e il cui sangue si tramuta in oro. [sinossi]

Quale occasione migliore del Festival di Cannes potrebbe essere presa in considerazione per omaggiare a dovere A Touch of Zen, capolavoro di King Hu e punto di non ritorno del wuxia conosciuto in Italia anche con il titolo La fanciulla cavaliere errante? In realtà il film era stato già proiettato a Udine, durante le giornate del Far East Film Festival nel 2013, su concessione del Taipei Film Archive, ma è indubbio che la sua collocazione all’interno del palinsesto di Cannes Classics assuma ben altro valore e sostanza.
Fu infatti proprio sulla Croisette, ed esattamente quarant’anni fa, che A Touch of Zen si impose come un’opera coraggiosa e fuori dagli schemi, ottenendo il Grand Prix de la Commission Supérieur Technique e lanciando il nome di King Hu sul proscenio internazionale. Cinese di nascita, hongkonghese di formazione ed emigrato a Taiwan per continuare a produrre i propri film, King Hu non aveva fino a quel momento ottenuto alcuna visibilità al di fuori della patria; eppure sia Dà Zuì Xiá (il cui titolo internazionale è Come Drink with Me, quello italiano Le implacabili lame di Rondine d’Oro) sia Lóng Mén Kè Zhàn (Dragon Inn o Dragon Gate Inn), girati tra il 1965 e il 1966, erano stati due clamorosi successi al botteghino locale. Si deve a King Hu e alle intenzioni bellicose della Show Brothers, che gli produceva i film, la palingenesi delle forme del wuxiapian che si rinnova prendendo spunto tanto dai chanbara giapponesi quanto dagli spaghetti-western italiani. Ma tutte queste riflessioni sono oscure al cinefilo occidentale che nel 1975 posa lo sguardo su A Touch of Zen. Senza alcuna coordinata critica a cui far riferimento, rimane solo il luccichio negli occhi dovuto allo sfavillante incedere di un universo che non ha eguali nel cinema dell’epoca, e ancora oggi fatica a trovare epigoni degni della sua potenza espressiva.

Danza, A Touch of Zen, e con lui danza il cinema di King Hu. Non è nella coreografia, deriva teatrale inevitabilmente estetizzante nella quale troveranno conforto alcuni tra i principali registi di wuxia contemporanei, che si nasconde il senso della messa in scena di Hu: anzi, alcuni dei combattimenti possono oggi apparire squilibrati, quasi sgraziati nella loro (voluta) mancanza di una geometria ineccepibile. Ma è proprio in questi salti, nelle acrobazie prive di un reale senso nella lotta, nella nettezza di un gesto in realtà impossibile secondo le logiche della fisica che si annida l’umore misterico, perfino magico di A Touch of Zen.
King Hu riesce a fondere l’universale e il particolare senza alcuna forzatura, come dimostra in maniera ineccepibile l’incipit, costruendo una narrazione in tutto e per tutto fantastica (lo spunto deriva dalle quattrocentotrentacinque novelle che compongono i Racconti straordinari dello studio Liao pubblicati nel 1766 da Pu Songling) ma che affonda le proprie radici nella mistica buddista. Non deve dunque sorprendere che solo il passaggio in Costa Azzurra nel 1975 abbia potuto aiutare a comprendere l’importanza di un’opera come A Touch of Zen. King Hu iniziò a lavorare sul set addirittura nel 1968, e una prima versione dell’opera uscì divisa in due parti sugli schermi di Taiwan tra il 1970 e il 1971. La prima e la seconda metà (entrambe della durata di un’ora e quaranta) erano collegate dalla lunga e articolata sequenza del combattimento tra i bambù, tutt’ora una delle scene più celebri dell’intera filmografia del regista cinese. Il film, troppo complesso per un pubblico che vedeva nel wuxia solo ed esclusivamente un’evasione dai doveri quotidiani, non ottenne il riscontro sperato al box office, e finì nel dimenticatoio.
L’apparizione a Cannes, a ben sette anni di distanza dal primo ciak e a quattro dall’uscita nelle sale, ruppe tutti gli schemi preordinati e costrinse anche il pubblico taiwanese (e hongkonghese, visto che nella Cina maoista i wuxia erano interdetti e censurati) a rivedere le proprie posizioni.

Da un punto di vista strutturale A Touch of Zen può essere segmentato in tre parti distinte: la prima, tra il buffonesco e il misterico, introduce il personaggio del candido e ingenuo pittore Ku e della bella Yang, che il giovane aiuta a destreggiarsi tra le trappole predisposte dall’eunuco imperiale; la seconda, quella più direttamente legata alla prassi del genere, è un action d’arti marziali ricco di combattimenti; la terza, infine, sfonda il muro della mistica e del culto lambendo i confini della riflessione religiosa sul Buddha e i suoi insegnamenti.
Già da questi pochi dati si può facilmente evincere l’ambizione che guidò in fase di scrittura e ideazione la mano di King Hu. A Touch of Zen non è un “semplice” wuxia, ma sposta l’indagine filosofica e cinematografica un passo più in là, con un movimento laterale che nessuno prima di lui aveva osato compiere. E se impresso nella retina rimane soprattutto lo strapotere di un immaginario ricco e mai domo di fronte alle imposizioni del “reale”, sottopelle si agita il desiderio di interrogarsi una volta di più sull’uomo, sulla sua caducità/immortalità, sull’amore, la fiducia e il sacrificio. Un’opera sconvolgente, che passerà come un ciclone sul genere rinnovandolo dalle fondamenta e dettandogli nuove regole. Pronte a loro volta a essere distrutte.

Info
Una sequenza di A Touch of Zen.
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