Inside Out

In una fase produttiva contrassegnata da troppi sequel, la Pixar ritrova in Pete Docter e nel suo Inside Out le certezze degli anni passati. Una pellicola sfavillante nei colori, nel ritmo e nella scrittura, come sempre pensata, calibrata e realizzata per essere family friendly dal primo all’ultimo pixel. In anteprima al Festival di Cannes.

Bye bye happiness, hello loneliness

Nel Quartiere Cerebrale, il centro di controllo collocato nella testa della giovane Riley, 11 anni, cinque Emozioni sono al lavoro. A guidare le operazioni ci pensa Gioia, impegnata a rendere Riley sempre felice. Poi ci sono Paura, Collera, Disgusto e Tristezza, che non è molto sicura del suo ruolo. Nemmeno gli altri, a dire la verità. Quando la famiglia di Riley si trasferisce in una grande città, le Emozioni dovranno fare un gran lavoro per guidare la ragazzina in questo difficile momento di transizione e cambiamento… [sinossi]

Nutriamo ancora qualche dubbio sul futuro artistico e creativo della Pixar, isola felice dell’animazione in computer grafica, ma non possiamo ignorare la sferzata di ottimismo che ci ha regalato Inside Out di Pete Docter. Sì, i sequel oramai abbondano e una flessione c’è stata (Cars ma non solo…), ma con Docter l’immaginazione è tornata al potere, affiancata da una scrittura frizzante, capace anche di commuovere, e da trovate grafiche convincenti anche nel character design. Una sorta di aggiornamento del Dr. Seuss all’ennesima potenza, filtrato dalla poetica e dalla qualità grafica della Pixar. Ottimo. In un mondo ideale sarebbe in concorso a Cannes e non parcheggiato in Hors Compétition.

La cifra stilistica di Inside Out sono i broccoli. Già, proprio i broccoli, odiati da Stewie Griffin e da tutti i bambini del mondo. Questo divertente luogo comune dell’infanzia, così rassicurante per i genitori, è l’humus culturale e immaginifico della Pixar targata Docter, dalla paura del buio di Monsters & Co., passando per giocattoli di Toy Story, fino ai buoni sentimenti, al trionfo del family friendly di Inside Out. Scremato dagli eccessi didascalici, un po’ normalizzato dal punto di vista grafico e cromatico, l’ultimo lungometraggio della Pixar butta in un frullatore i colori caramellosi e le linee stilizzate di Come il Grinch rubò il Natale (1966) di Chuck Jones, i micromondi interni di Osmosis Jones e della serie Siamo fatti così, aggiunge miliardi di pixel e molte intuizioni narrative di Monsters & Co., Toy Story, del disneyano Ralph Spaccatutto: il risultato è un gioioso inno all’infanzia e alla crescita, alla famiglia, a quella magia sentimentale à la Frank Capra.

Il centro gravitazionale di Inside Out, e della filosofia Pixar, è e resta la famiglia. Tradizionale ma non conservatrice, moderna ma nostalgica. Una famiglia americana, con tutti i limiti e i pregi che questo può comportare. Docter è il cantore di una eterna età dell’innocenza, dell’aeroplanino che riesce a farci mangiare persino i broccoli, di mamma e papà che si vogliono bene, dell’amore senza tempo (anche quando è bruscamente interrotto, come in Up e Alla ricerca di Nemo), dei giocattoli e degli amici invisibili, delle emozioni (costruttive). Pete Docter e la Pixar sono la vera Disney, quella che probabilmente avrebbe ricostruito zio Walt: storie, contenuti, ottimismo, perfezione grafica, sperimentazione, coraggio. Perché, in fin dei conti, la Pixar è narrativamente e graficamente coraggiosa anche con Inside Out: non cede agli script zeppi di inutili gag, ad ammiccamenti e canzoni, non insegue le linee di design della DreamWorks, regala sprazzi di animazione altra, così consapevole ed essenziale da riecheggiare Cavandoli. La Pixar non ha paura di mettere il proprio pubblico di fronte allo scorrere inesorabile del tempo, al peso e ai limiti della memoria, all’oblio. Nell’universo Pixar si può davvero morire, sparire, essere dimenticati. Nei film Pixar si può piangere.

Alla fine, continua a essere questo il segreto della Pixar, l’ingrediente magico che le altri colossi dell’animazione in computer grafica continuano a ignorare: la storia. La scrittura è la base di partenza di Inside Out, come lo era del primo Toy Story o di Wall-e. Poi vengono le animazioni, i character design, l’infinità di pixel. Memore della lezione dello Studio Ghibli, la Pixar ha creato un universo narrativo coerente e riconoscibile. Un universo aperto a tutti.

INFO
Inside Out sul sito del Festival di Cannes.
Il trailer originale di Inside Out.
La pagina facebook italiana di Inside Out.
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