Il piccolo principe

Il piccolo principe

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Presentato al Festival di Cannes, Il piccolo principe (The Little Prince) di Mark Osborne rilancia le ambizioni produttive dell’animazione europea, soprattutto francese. Più dei limiti narrativi, evidenti soprattutto nella seconda parte, ci interessano l’utilizzo della stop motion e la coesistenza con la computer grafica.

La cura

Un vecchio ed eccentrico aviatore e la sua nuova vicina di casa: una bambina molto matura trasferitasi nel quartiere insieme alla madre. Attraverso le pagine del diario dell’aviatore e i suoi disegni, la bambina scopre come molto tempo prima l’aviatore fosse precipitato in un deserto e avesse incontrato il Piccolo Principe, un enigmatico ragazzino giunto da un altro pianeta. Le esperienze dell’aviatore e il racconto dei viaggi del Piccolo Principe in altri mondi contribuiscono a creare un legame tra l’aviatore e la bambina. Affronteranno insieme una straordinaria avventura, alla fine della quale la bambina avrà imparato ad usare la sua immaginazione e a ritrovare la sua infanzia… [sinossi]

Le eventuali fortune al box office internazionale de Il piccolo principe, produzione franco-canadese affidata alla regia di Mark Osborne (Kung Fu Panda), potrebbero modificare i destini dell’animazione europea, allargandone prospettive e confini, e contribuire a un rilancio creativo dei lungometraggi animati in computer grafica, troppo spesso schiavi di dinamiche narrative ed estetiche preconfezionate e castranti. Il film di Osborne manca indubbiamente dell’ispirazione e dello spessore di gioielli come i recenti Ernest e Celestine di Benjamin Renner, Stéphane Aubier e Vincent Patar e La tela animata di Jean-François Laguionie, ma al pari di Mune – Il guardiano della luna di Alexandre Heboyan e Benoît Philippon traccia un cammino percorribile: per raggiungere i colossi statunitensi non ci si può limitare alla pedissequa imitazione, ma bisogna offrire forme estetiche e narrative altre e riconoscibili [1]. Si sbaglia, si casca, si impara.

I meriti della pellicola, che affronta un classico per l’infanzia, sono soprattutto legati alle scelte artistiche e tecniche, in primis la stop motion e la coesistenza con la computer grafica. Da un lato il racconto originale, con gli acquerelli che trovano nell’animazione a passo uno de Il piccolo principe un veicolo grafico e artistico ideale, filologico. È l’apparente semplicità delle animazioni, figlie di un lavoro certosino e quasi maniacale, a portarci di peso sui piccoli asteroidi raccontati da Antoine de Saint-Exupéry. Fin qui tutto bene.
D’altro canto, alla lunga risulta molto meno convincente la cornice in computer grafica. L’idea di contrapporre la geometrica e grigia linearità della CGI alla fertile e svolazzante stop motion è una coperta troppo corta che non riesce a mascherare i limiti narrativi della pellicola, nonostante i sagaci rimandi a La folla di King Vidor. Didascalico e un po’ ripetitivo, Il piccolo principe è un aggiornamento che non riesce a reggere il confronto con l’illuminante semplicità del racconto di Saint-Exupéry. Osborne e i co-sceneggiatori Bob Persichetti e Irena Brignull allungano, dilatano, spiegano, sottolineano… insomma, sono costretti a riempire i centosei minuti della pellicola, decidendo di affidarsi soprattutto alla linea narrativa della “piccola bambina”. Il materiale originale è tre spanne sopra il nuovo script, ma probabilmente era inevitabile.

Mark Osborne può vantare nella sua filmografia Kung Fu Panda, qualche episodio di SpongeBob, serie frettolosamente sottostimata, e persino una pellicola live action. Un percorso mainstream ma con una buona dose di ambizione. Ed è proprio l’ambizione a caratterizzare Il piccolo principe, a tenerlo a galla. Ma in prospettiva, vista la qualità e la peculiarità dei registi e animatori transalpini, sarebbe più interessante ritrovare al timone di un futuro progetto proprio uno dei tanti talenti francesi.
La Francia è uno dei centri nevralgici del cinema d’animazione degli ultimi anni. Da graziose pellicole per fanciulli come Le avventure di Zarafa di Jean-Christophe Lie e Rémi Bezançon fino al raffinato e complesso Jasmine di Alain Ughetto, il panorama produttivo transalpino è ricco e stimolante: Loulou, l’incroyable secret di Éric Omond, Ma maman est en Amérique, elle a rencontré Buffalo Bill di Marc Boreal e Thibaut Chatel, Un gatto a Parigi di Alain Gagnol e Jean-Loup Felicioli (attendiamo con fiducia Phantom Boy) e via discorrendo. Forse, per distinguersi e imporsi a livello internazionale, non serve guardare ossessivamente a Hollywood e dintorni.

Info
Il piccolo principe sul sito del Festival di Cannes.
Il trailer sottotitolato de Il piccolo principe.
Il piccolo principe su facebook.
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