Madonna

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Infanticidi, stupri, soprusi, infarti, altri infanticidi: Madonna, opera terza della regista sudcoreana Shin Su-won, mette tanta carne al fuoco, ma dopo la proiezione ci resta davvero poco. Giusto Seo Young-hee, che è sempre un piacere poter ammirare, e il volto nuovo Kwon So-hyun.

L’insostenibile pesantezza dell’essere

Hye-rim, trentacinque anni, trova un lavoro in una lussuosa struttura sanitaria come badante di un ricco paziente tetraplegico che praticamente possiede l’intero ospedale. Da dieci anni, Sang-woo, il figlio di questo particolare paziente, ha disperatamente tentato di tenere in vita il padre per non perdere il patrimonio. Alla ricerca di un cuore nuovo, Sang-woo trova una paziente senza nome in stato di morte cerebrale e chiede a Hye-rim di investigare. Hye-rim scopre che la donna è conosciuta col nome di Madonna ed è una prostituta che ha vissuto una vita di maltrattamenti e ingiustizie. Ed è incinta. Per cercare di salvare il nascituro, Hye-rim disobbedisce agli ordini di Sang-woo e si mette sulle tracce del padre del bambino… [e.a.]

Presentato nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2015, Madonna di Shin Su-won è un prodotto emblematico del nuovo cinema sudcoreano, rinato quasi miracolosamente alla fine degli anni Novanta e spesso alla ricerca di sensazioni forti, di pugni nello stomaco. Una sorta di gara di salto in alto, con l’asticella dell’ipermelodramma e dell’iperviolenza fissata sempre più su, verso vette estreme e sdrucciolevoli. In questa corsa all’accumulo i rischi si moltiplicano, nonostante gli evidenti pregi della libertà espressiva, morale ed estetica – pensiamo alla trilogia della vendetta di Park Chan-wook, soprattutto al primo capitolo Sympathy for Mr. Vengeance; all’animazione adulta e spietata di Yeon Sang-ho (The Fake, The King of Pigs); alle fertili crudeltà di un thriller come The Chaser di Na Hong-jin.
L’asticella fissata da Madonna è però troppo alta per la regista e sceneggiatrice Shin Su-won, che architetta un intricato e ridondante labirinto di miserie umane, di sopraffazioni, di inconfessabili peccati e improbabili riscatti. Sulla scia dei vari Office di Hong Won-Chan (sempre a Cannes 2015, nella Séances de minuit) e Cart di Boo Ji-young, Madonna ci restituisce un quadro poco allegro della condizione lavorativa femminile (e lavorativa in generale) e della schiacciante gerarchizzazione della società, marcatamente maschilista e patriarcale: spunti interessanti, associati alla riflessione sul corpo della donna, ma che finiscono per smarrirsi in uno script arzigogolato, tra una detection un po’ forzata, amoralità patinate e d’alto bordo, destini dai contorni cristologici.

Shin Su-won cerca di inabissare la pellicola e i personaggi in una sorta di via crucis, martirizzando il corpo di Madonna (Kwon So-hyun), contraltare sventurato ma umanissimo della bella, elegante e “colpevole” Hye-rim (Seo Young-hee). Ma non è questa pesantezza morale ad affossare Madonna: sono l’insistita costruzione a flashback e il finale mistico/visionario, in un crescendo inarrestabile di ipertragedia/melodramma/violenza, a rappresentare un fardello insostenibile e fastidiosamente insincero. Dietro la ricerca estetica, accompagnata da un montaggio didascalico, c’è davvero troppo poco.

Infanticidi, stupri, soprusi, infarti, altri infanticidi: Madonna, opera terza della regista sudcoreana Shin Su-won (Pluto, Rainbow), mette tanta carne al fuoco, ma dopo la proiezione ci resta davvero poco. Giusto Seo Young-hee, che è sempre un piacere poter ammirare, e il volto nuovo Kwon So-hyun.

INFO
Madonna sul sito del Festival di Cannes.
La scheda di Madonna su sito del Kofic.
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