Delirious

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Sinister e CG ripropongono in dvd Delirious, divertente horror/gotico britannico di Freddie Francis, maestro delle realizzazioni Hammer e Amicus. In un contesto di evidente low-budget, una lettura del brivido lontana anni luce dall’omologazione attuale. Beffardo e cinico, con un cast di stelle decadute.

È molto gratificante poter parlare di Freddie Francis, glorioso e pluripremiato direttore della fotografia britannico (due Oscar nel suo palmarès) che parallelamente condusse una carriera di regista per la Hammer e la Amicus, le ben note case di produzione specializzate in horror/thriller/gotici. Talvolta Francis espresse anche il suo disagio per le offerte unilaterali che riceveva dal mondo del cinema, che identificava in lui un realizzatore professionale e creativo di prodotti eminentemente commerciali, per di più rigorosamente low-budget. Un maestro del gotico suo malgrado, che legittimamente avrebbe desiderato anche mettersi alla prova con altri generi cinematografici. Oramai il nostro immaginario orrorifico/perturbante è stato monopolizzato dall’industria hollywoodiana, con salutari boccate d’ossigeno provenienti dal cinema orientale e poco altro.
In tal senso è necessario continuare a riscoprire un cinema di genere “nazionale”, una produzione interna a ogni paese che, almeno fino agli anni Ottanta, riusciva a coprire in larga parte il fabbisogno cinematografico interno con buona e ottima risonanza anche in ambito internazionale. È necessario non solo per ridare lustro e magari auspicare per il futuro una pluralità espressiva perduta, ma anche per scoprire come, in realizzazioni prettamente commerciali, emergessero comunque tendenze e ispirazioni decisamente differenziate rispetto all’esperanto mondiale del brivido che si è venuto formando tramite la colonizzazione omologante del modello hollywoodiano.

Delirious (ma assai più efficace è il titolo originale: Tales That Witness Madness), realizzato nel 1973, non è di certo la migliore manifestazione del cinema britannico di genere, e anzi appare in qualche modo come un sottoprodotto di un’industria già a basso budget. Non si tratta infatti di una creazione Hammer o Amicus, bensì World Film Services, casa assai meno nota che tentava di emulare i modelli delle altre due più conosciute realtà produttive, accaparrandosi innanzitutto in sede di regia il principe dei film di genere che aveva portato al successo le due concorrenti.
Del modello Hammer e Amicus, Francis adotta in Delirious anche una delle strutture narrative e produttive più fortunate: il film-portmanteau, ovvero la collezione antologica di diversi episodi, tutti di breve durata, che potevano essere tenuti insieme da una cornice narrativa. Una sorta di Decameron degli orrori, che tuttavia spesso rifuggiva i canoni horror intesi in senso moderno in favore di una temperatura di genere difficilmente definibile.
I quattro racconti di Delirious hanno tutti in comune un finale spaventoso e sanguinolento, che tuttavia giunge a conclusione di un percorso narrativo giocato sul cinismo e la beffa, sul gusto dell’assurdo e sulle contaminazioni perturbanti tra dimensioni parallele. L’aspetto generale, insomma, ricorda più le fantasie di Rod Serling e i suoi “Ai confini della realtà” (non a caso uno degli episodi di Delirious s’ispira direttamente alla nobile fonte di Ray Bradbury) che mostri, spettri, cripte e vampiri in stile Hammer o omicidi violenti in stile slasher moderno. Che ci troviamo in ambito commerciale e doppiamente low-budget possiamo intuirlo già scorrendo il cast d’attori: tra i più noti spicca Joan Collins (anvedi…), mentre l’episodio più elaborato è riservato a una delle ultime apparizioni di Kim Novak, diva in via di dismissione che veniva da ben quattro anni di inattività, chiamata a sostituire in extremis un’altra diva decaduta, Rita Hayworth. Poi, tra gli altri, un Jack Hawkins giunto al suo ultimo film, oltretutto doppiato perché una recente operazione alle corde vocali gli aveva reso difficile l’uso della voce; la Suzy Kendall appena reduce da L’uccello dalle piume di cristallo (1970), destinata a scomparire rapidamente dalle scene, e un nobile attore shakespeariano come Michael Jayston, che tuttavia al cinema ricordiamo solo nel polpettone zarista Nicola e Alessandra (1971) di Franklin J. Schaffner. A fare da cornice troviamo invece le vicende di uno psichiatra avveniristico, che altri non può essere se non il grande Donald Pleasence.
Tutti i crismi, insomma, dell’opera che vuole collocarsi nel nobile low-budget britannico di genere, facendo un uso beffardamente sadico di divi sul viale del tramonto o attricette specializzate in produzioni di vaglia.

L’andamento è da telefilm di lusso, e le quattro novelle che compongono il film appaiono di qualità fortemente diseguale (l’episodio dell’antiquario sbraca platealmente nel ridicolo involontario, probabilmente anche per un pubblico coevo all’opera). Proprio in ragione di ciò, emerge la grande sapienza cinematografica di Freddie Francis, che a fronte dei limiti oggettivi con i quali si trova a lavorare, mostra un gusto visivo e narrativo di enorme sagacia. Innanzitutto, lo spavento è ricondotto in una dimensione minimale. Sono piccoli gli eventi che segnalano l’irruzione dell’irrazionale nelle vite dei personaggi: un bambino che per amica immaginaria ha una tigre, il ritratto di uno zio defunto e un suo biciclo che muove le ruote da solo, un tronco d’albero dalle fattezze oscene (l’episodio più riuscito e intelligente), lo strano fascino di un principe hawaiano.
A tenere insieme le quattro storie è il confronto dell’uomo civilizzato con l’alterità, spesso identificata in una natura misteriosa e sottilmente aggressiva, o con riti antichi di magia naturale che a loro volta si collocano nell’anti-civile, nel presociale.
In Delirious i tuffi al cuore e i pugni nello stomaco sono pressoché inesistenti, riservati tutt’al più ai finali dei singoli episodi, ampiamente annunciati da un entusiasmante gioco di complicità del regista con lo spettatore. Tutte e quattro le storie si concludono infatti con una prevedibile “vendetta naturale” del mondo-oggetto contro lo stupido, ipocrita, meschino essere umano. Più dello spavento, prevale il tono di una cinica e divertita commedia tutta centrata sulla debolezza dell’uomo. Non si tratta di un pauperismo espressivo del tutto conseguente al basso budget, bensì di un mondo creativo sui generis, che trova le sue fonti più dirette nel racconto gotico anglosassone, ma ancor più nella novellistica orale per bambini prima di dormire.

A tale rudimentalità dello spavento concorrono anche scelte espressive assai coerenti. Freddie Francis si affida più di altri “professionisti della paura” a una spiccata brillantezza di dialoghi, funzionali da un lato alla suspense e al ritardo dello spavento, dall’altro alla definizione di personaggi mai banali, tenuti insieme da un roccioso arroccarsi nelle convenzioni sociali di fronte alla fascinazione dell’irrazionale. Sul piano visivo Francis utilizza ricorsivi e centellinati contre-plongées, costantemente intrisi da un senso di minaccia incombente sui personaggi (dal ballatoio della scalinata nel primo episodio; dal soffitto nel luogo del sacrificio umano nell’ultimo). Uno “sguardo di Dio” che però di Dio mai non è. Appartiene a qualcuno e qualcosa di indistinto e inarrivabile, che tiene prigionieri i personaggi, ambiguamente coscienti dell’orrore che li circonda.
Ulteriore e definitiva minaccia, i contrasti abbaglianti dei colori pop, volutamente accentuati da uno stuolo di abiti di scena femminili (per Kim Novak e Joan Collins, in particolare) al contempo testimoni culturali di un kitsch d’annata, e ominosi presagi di violenze psico-cromatiche. È in tale direzione che probabilmente va ricercata la specificità espressiva più pregnante di Delirious: la dimensione irrazionale, evocata più che mostrata, attiene totalmente agli abissi dell’inconscio, che si visualizzano e si materializzano sullo schermo collocandosi in un territorio costantemente ambiguo. Tigre come rabbia di bambino, tronchi d’albero come probabili personificazioni di divinità naturali gelose e possessive, una madre (in)consapevolmente antropofaga delle carni della figlia invidiata: fantasmi psichici universali che albergano nell’essere umano, pronti a manifestarsi in un contesto a essi favorevole. Talché l’alterità minacciosa, identificata in natura aggressiva e riti ancestrali, è in realtà dentro di noi, la nostra dimensione interiore più ombrosa e inquietante.

Forzando probabilmente la lettura dell’apparato espressivo del film, è possibile rilevare una fitta rete di riferimenti al precinema o agli albori del cinema. In primo luogo, l’invenzione dello psichiatra Pleasence, che permette di materializzare l’inconscio dei suoi pazienti, ricorda da vicino tanto il cinema quanto ancor più pertinenti esperimenti di precinema, uno su tutti le fantasmagorie ottocentesche di Robertson. In maniera ancor più stringente, il risibile episodio dell’antiquario rievoca gli spettacoli di “panorama a rullo”, che spesso facevano uso di un biciclo manovrato da un ambulante per far scorrere le immagini davanti al pubblico (ed è sintomatico che lo sfondamento di Timmy in una dimensione altra avvenga esattamente quando è costretto da forze oscure a pedalare sul biciclo, così come l’epifania si arresta nell’esatto momento in cui Timmy interrompe la pedalata). Infine, la costruzione a cornice e l’ambiguità del finale tra ragione e follia, pertinente a tutto il film, sono debitrici di tutta una cultura del “forse-pazzo scienziato” che discende dal Caligari. La forza di Delirious è tutta demandata al suo giocare sul filo dell’ambiguità, di cui il cinema è primaria espressione. Tanto credibile, quanto imprendibile come un fascio di luce.
Per cui, se magari ogni tanto una risata ci scappa per l’ingenuità dell’insieme, è comunque una risata che si vena di nostalgia, per un tempo in cui vedere un film di genere corrispondeva all’incontro con tante singole e specifiche idee di realtà. L’occhio umano era fatto di molti occhi, ancora non assoggettato all’occhio universale del brivido codificato da Hollywood.

L’edizione in dvd proposta da Sinister e CG recupera la versione integrale del film, corposamente tagliato nella sua prima uscita italiana, con reinserimenti sottotitolati in lingua originale. Il film è anche riportato all’ordine originale degli episodi, che negli anni avevano subito decisive variazioni.

Info
Tra gli extra è presente solo una galleria fotografica.
La scheda di Delirious sul sito di CG Home Video.
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