Il carniere

Il carniere

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Per Mustang Entertainment e CG Home Video esce in dvd Il carniere di Maurizio Zaccaro. Dramma bellico sulla guerra in Jugoslavia, film altamente ambizioso ma altrettanto caotico e sfilacciato, in una selva di pretestuosi riferimenti al cinema hollywoodiano.

Dopo una serie di avvisaglie inquietanti, tre amici italiani in breve vacanza in Jugoslavia per andare a caccia sono sorpresi dallo scoppio della guerra. Uno di loro viene ferito, e una misteriosa ragazza del posto li aiuta rifugiandoli in un hotel preso di mira dal fuoco dei cecchini. Tornare a casa non sarà facile. [sinossi]

Le false coscienze abbondano, il senso d’impotenza altrettanto. È la guerra in Jugoslavia, che dalla metà degli anni Novanta in poi trovò una sua rievocazione e riflessione anche nel nostro cinema, oltre a dominare scenari bellici e postbellici di tanta produzione d’arte balcanica degli ultimi vent’anni. Nel nostro cinema il tema assunse per qualche anno un peso rilevante, probabilmente per la vicinanza geografica agli eventi e per le ricadute sociali da ciò determinate entro il nostro territorio. L’Italia, insomma, si trovava in qualche modo costretta a riflettere su quanto accaduto, richiamata a doveri umanitari e alle sue relative mancanze.
Rivedere oggi Il carniere (1997) di Maurizio Zaccaro fa davvero uno strano effetto. Sembra raccontare una vicenda più lontana di quanto lo sia, e testimonia uno stato d’animo presto dimenticato, grazie alle consuete rimozioni storiche e anche all’imperante globalizzazione a cui faticosamente pure i giovani paesi balcanici sembrano volersi adeguare a tutti i costi.
Il carniere non è un film eccelso, diciamolo subito. Dopo qualche prova per il cinema accolta da lusinghieri apprezzamenti, Zaccaro si è rapidamente dedicato alla fiction-tv (ma anche al documentario), forma estetico-narrativa che già fa capolino in questo film sotto varie forme. In qualche modo nel cinema di Zaccaro è sempre presente una vocazione internazionale, con ampi debiti a estetiche americaneggianti nel solco del cinema di genere, come del resto già faceva presagire il suo esordio Dove comincia la notte (1991), thriller-horror all’italiana girato in America su sceneggiatura di Pupi Avati, appartenente in tutto alla filmografia avatiana di genere realizzata negli Stati Uniti. Una vocazione alla grammatica filmica americana, quella di Zaccaro, che non necessariamente si tramuta in merito, soprattutto se, come nel caso de Il carniere, non è sorretta da una solida e coerente riflessione autoriale su un tema così enorme come la guerra jugoslava, e la guerra in assoluto. Alla resa dei conti, dopo una prima parte molto efficace di sospensione e attesa, il film si affida poi a un’infinita peripezia di guerriglia urbana, sostenuta dall’invadente commento musicale di Pino Donaggio, non a caso autore con trascorsi hollywoodiani.

Lo spunto viene dalla vicenda reale del giornalista Gigi Riva (anche tra gli sceneggiatori), in trasferta in Jugoslavia per seguire un incontro di basket e rimasto bloccato dall’insorgere della guerra. Nel film Riva è rievocato da un personaggio-cornice, il cronista sportivo impersonato da Leo Gullotta, che a distanza di anni ricorda quei tragici giorni e l’incontro con tre italiani in vacanza per andare a caccia, i veri protagonisti del film. È nel personaggio del cronista che si possono ravvisare gli spunti più interessanti, le tracce di uno spaesamento non soltanto contingente, ma vicino a un’ontologica impotenza alla comprensione. Una reazione emotiva di fronte all’improvviso scoppio bellico jugoslavo che raramente ha trovato espressione al cinema. Non tanto un generico pietismo (che nel film affiora comunque ad ampie dosi) né vero impegno civile, bensì il conflitto tra la spinta all’intervento umanitario e la resa incondizionata davanti a una realtà che si stenta a capire, per giungere agli accenti tragici di alcuni frammenti in una sorta di universale distanza tra esseri umani. Si tratta di una riflessione che purtroppo resta marginale, per lo più confinata al personaggio-cornice di Gullotta, ma che, sia pure faticosamente, si fa largo in tutte le reazioni di sconcerto dei tre protagonisti (soprattutto in Massimo Ghini).
Purtroppo, a soffocare tale originale punto di vista narrativo intervengono i numerosi e confusi omaggi al cinema americano. Zaccaro getta nella mischia reminiscenze di grande cinema, senza conquistarne mai il vero ampio respiro. Dai facili e incompiuti parallelismi tra caccia e guerra, con tanto di citazioni del “colpo solo” venuto dritto da Il cacciatore di Michael Cimino, allo scontro con una realtà-natura ostile e violenta (Un tranquillo week-end di paura di John Boorman), fino al prevedibile cecchino-ragazzina di kubrickiana memoria (Full Metal Jacket). Modelli enormi che vengono più o meno scientemente evocati, ma senza mai comporsi in una nuova ed effettiva riflessione, né poter aspirare tutt’al più a ricalcarne l’immensità. Tanto che, ciò che costituiva la grandezza di tali modelli, una volta ricollocato in un contesto così epidermico assume tratti non solo meno efficaci, ma anche paradossali.
Più volte nello scontro tra i turisti italiani e le varie figure locali emergono luoghi comuni e accenti vagamente razzisti. Il night-club jugoslavo è abitato necessariamente da rozzi caciaroni semi-ubriachi che sfottono gli italiani; l’accompagnatrice di caccia è necessariamente misteriosa e diffidente, e meritevole di altrettanta diffidenza; la polizia locale è necessariamente autoritaria e sospettosa. E, in mancanza degli antidolorifici, la sofferenza per le ferite fisiche può essere alleviata solo e ovviamente con una bella bottiglia di slivovica, da scolarsi tutta in un sorso.

A Zaccaro e ai suoi sceneggiatori, tra i quali troviamo Marco Bechis e Umberto Contarello, riesce bene la costruzione di un’atmosfera d’indistinta minaccia, che si manifesta per segnali progressivi e perturbanti. Una lavatrice abbandonata in mezzo alla via, cartelli stradali cancellati, una fucilata anonima che colpisce uno dei tre amici, la luce elettrica che va e viene, fastosi lampadari tremolanti (sono arrivati i carri armati), e un cecchino senza volto che spara dal palazzo di fronte. L’atmosfera di stallo e prigionia, gravata da un senso di minaccia di cui sfugge la comprensione, resta uno dei punti di forza del film, animato dal desiderio di radicarsi nella cronaca e al contempo trascendere il dato contingente verso riflessioni universali.
Ma nel suo insieme Il carniere appare purtroppo il trionfo del “vorrei-ma-non-posso”, come del resto molto cinema italiano di quegli anni. Modelli alti e grammatica hollywoodiana, cinema di genere e testimonianza storico-culturale, flebili atti d’accusa all’indifferenza italiana e al nostro spirito coloniale per le culture “altre” e colpi bassi da puro cinema d’azione, umanitarismo e pessimismo, Stanley Kubrick e Dario Argento. Un frullato superficiale da sontuosa fiction-tv, che in ultima analisi non abbandona mai la sensazione del gratuito.
Ciò detto, restano comunque da conservare certe brevi sottolineature emotive, che meritavano un’occasione meno caotica e sfilacciata. L’apparizione dei profughi nell’ospedale, certe soggettive del personaggio di Ghini, desideroso di capire una sfuggente realtà circostante in rapidissimo mutamento, il ben costruito clima di progressiva angoscia. E quello scoramento impotente che riverbera dallo sguardo profondamente umano di Leo Gullotta. Ottime idee e buoni momenti, a cui tuttavia manca fatalmente un vero punto di vista autoriale, solido e unificante.

Info:
Il dvd non contiene extra
La scheda di Il carniere sul sito di CG Home Video

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