Valley of Love

Valley of Love

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Presentato in concorso al Festival di Cannes, Valley of Love è un film di attori e un film sugli attori, su due interpreti chiamati a mettersi in gioco in prima persona, al di là dei personaggi. In un sorta di scavalcamento di campo dalla finzione alla verità del cinema (se mai ne esiste una), la loro storia di corpi e icone si materializza, riportando in vita i lontani fantasmi di Loulou e di Pialat. Mentre la Death Valley ridisegna le traiettorie che vanno da Stroheim ad Antonioni.

Gérard e Isabelle si ritrovano nella Death Valley a sei mesi di distanza dal suicidio del loro figlio Michael. A spingerli in quel posto inospitale, due misteriose lettere, che preannunciano il ritorno di Michael… [sinossi]

È uno strano film questo Valley of Love. Costruito sul tracciato di un’intuizione narrativa potentissima – un figlio che si suicida per far incontrare nuovamente i genitori separati da tempo – vuole essere un viaggio nel cuore e nell’anima di un rapporto complesso e contraddittorio. E perciò, come per ogni viaggio, trova nello spazio, nella sua conformazione e nei segni che lo attraversano, un veicolo di senso primario, uno dei suoi elementi essenziali, forse la sua stessa ragion d’essere. La Valle della Morte, così, non è solo lo scenario degli spostamenti e delle vicende dei protagonisti, ma una vera e propria cassa di risonanza delle loro emozioni e dei sentimenti. Quella depressione desertica sembra una specie di segmento di un mondo lontanissimo, un luogo appartenente a un’altra dimensione, mentale prima ancora che fisica, psichica più che terrena. Una faglia atemporale in cui, magari, ci aspetteremmo di vedere comparire, all’improvviso, una nuova razza aliena o qualche fantasma proveniente dal passato. Del resto, già nello script, i segni di un “avvento” portentoso ci sono tutti. Michael, nelle sue lettere, detta il percorso della coppia ritrovata e annuncia la sua “venuta”.

Si avvertono le suggestioni del sacro, quelle che facevano da cornice al precedente La religieuse. E Nicloux le confonde con i toni del mistero e con le forme del sovrannaturale. Riporta così alla luce la vena più profonda del suo cinema, quella che si muove tra il fantastico (L’eletto) e il thriller (Une affaire privée, Violenza estrema, La clef). Atmosfere rarefatte in cui aleggia una strana tensione, sospensione dell’azione nell’attesa dell’evento, tracce di presenze che sembrano il presagio di svolte narrative costantemente differite. Nicloux gioca sull’economia dei mezzi: una semplice inquadratura a seguire o un urlo fuoricampo, che mette in moto un piano sequenza carico di ansia. E su tutto, la splendida e inquietante musica di Charles Ives, quella celebre The Unanswered Question che fa gran parte del lavoro.

Epperò, tutti questi segni di “genere” non sembrano mai integrarsi appieno con il percorso di coppia, che costituisce il cuore del racconto. Ne sono solo una declinazione contorta e sbilenca, un ornamento rispetto alle mille questioni messe in campo: il lutto, gli spettri del passato, le recriminazioni e le speranze di riconciliazione. Alla lunga, le emozioni, tutto il dato umano finiscono per poggiare sulle interpretazioni dei protagonisti, la Huppert e Depardieu, chiamati a mettere in campo il loro grandioso repertorio. La Huppert è la più puntuale, ovviamente. Ma la sua proverbiale bravura, qui, ha un che di freddo e distante. Le lacrime al punto giusto, le crisi di nervi, i momenti di paura… Come sempre, preferiamo Depardieu, con la sua presenza ingombrante e la sua fragilità disarmante, quella strafottenza che nasconde lo smarrimento più commovente. Basta un balbettio, un tremore…

Comunque sia, alla fine Valley of Love è un film di attori e un film sugli attori, su due interpreti chiamati a mettersi in gioco in prima persona, al di là dei personaggi (che, non a caso, portano il loro stesso nome e fanno il loro stesso mestiere). In un sorta di scavalcamento di campo dalla finzione alla verità del cinema (se mai ne esiste una), la loro storia di corpi e icone si materializza, riportando in vita i lontani fantasmi di Loulou e di Pialat. Mentre la Death Valley ridisegna le traiettorie che vanno da Stroheim ad Antonioni. Ed è proprio in questa traccia sotterranea il motivo più fertile di Valley of Love. Quella sua capacità di rimettere in circolo un immaginario e tutto un percorso nella storia del cinema. E le immagini allora si animano di uno strano fascino.

INFO
Valley of Love sul sito del Festival di Cannes.
  • Valley-of-Love-2015-Guillaume-Nicloux-01.jpg

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