Intervista ad Apichatpong Weerasethakul

Intervista ad Apichatpong Weerasethakul

Ancora una volta sulla Croisette, anche se ingiustamente relegato in Un certain regard, ancora una volta con un capolavoro. Apichatpong Weerasethakul, con Cemetery of Splendour, racconta di un ospedale ricavato da una scuola, dove sono ricoverati dei soldati in uno stato di sonno perenne. Un film dove si perde ogni separazione tra reale e onirico, tra reale e sovrannaturale. Abbiamo incontrato il regista a Cannes.

Come anche in altre tue opere protese verso l’onirico e il meraviglioso, non rinunci comunque in Cemetery of Splendour a un sottotesto politico, spesso inafferrabile per chi non conosce la situazione thailandese. In questo film ci sono dei militari in coma. Come mai?

Apichatpong Weerasethakul: Credo che sia una cosa simbolica. È stato un approccio delicato perché in Thailandia quella dell’esercito è una presenza molto forte, in particolare di recente. Pensa che i militari di alto grado sono più numerosi di quelli degli USA, infatti il governo investe molti soldi nell’esercito. Da un lato la sento come una presenza oppressiva, ma sono anche attratto dalle uniformi. Intendo attrazione sessuale per le uniformi e per il potere. Nelle mie opere a volte inserisco dei soldati come un simbolo del potere: è qualcosa che mi attrae. È un tira e molla perché non amo questo eccesso di potere e il fatto che si immischi sempre nelle faccende politiche. Ma per questo film ho rappresentato un potere addormentato e allo stesso tempo c’è un altro potere al di sotto di questo.

Alla presentazione del film qui a Cannes hai fatto cenno alla situazione politica del tuo paese. Quanto sei preoccupato di questa situazione e quali sono le difficoltà per un artista come te di creare qualcosa in questa situazione?

Apichatpong Weerasethakul: È una cosa sulla quale mi faccio molte domande. Negli ultimi anni è sempre più frequente che in Thailandia le persone vengano imprigionate e sottoposte a rieducazione. Devi firmare una dichiarazione nella quale dici che non sarai politicamente attivo, altrimenti sarai perseguibile penalmente e i tuoi beni verranno congelati. Alcuni miei amici l’hanno dovuto fare perché facevano attività politica, anche tramite facebook. È una situazione in cui il potere usa la paura ed è qualcosa che condiziona molto anche me. Mi chiedo spesso: “Sono lo stesso un artista se non posso esprimermi liberamente e devo usare dei simboli per esprimere quello che voglio dire?”. Non ho una risposta, è una situazione frustrante e soffocante.

Accarezzi l’idea di fare film in un paese diverso dalla Thailandia?

Apichatpong Weerasethakul: Sì, a dire la verità credo che questo sia il mio ultimo film thailandese o almeno voglio cercare di fare che sia così perché la situazione sta peggiorando e diventa sempre più difficile essere sinceri con se stessi. È per questo che ho scelto di girare nella mia città. Ho pensato che fosse una sfida, ma credo che ora sia il momento di andarmene.

Pensi che sentirai la mancanza di qualcosa, andando a girare da un’altra parte?

Apichatpong Weerasethakul: Di sicuro!

Ti senti pronto per questo?

Apichatpong Weerasethakul: Non lo so. Comunque ci vorrà tanto tempo, ci metto tanto a girare i miei film.

Hai un’idea di dove ti piacerebbe andare?

Apichatpong Weerasethakul: Sì, mi piacerebbe il Sud America, mi affascina la sua storia.

Ma nemmeno la grande riconoscibilità internazionale che hai avuto ai festival di tutto il mondo ha convinto il governo thailandese a concederti una maggiore libertà di espressione?

Apichatpong Weerasethakul: No, perché la cultura cinematografica là è diversa, non è considerata importante come qui.

Quindi hai dovuto limitarti o auto-censurarti e magari lavorare di più coi simboli?

Apichatpong Weerasethakul: Sì, ma alla fine sono felice, e guardando il film qui a Cannes ho provato soddisfazione e mi sono detto “Sì, questo è il film che volevo fare”.

Per Cemetery of Splendour sei tornato, dopo vent’anni, nella tua cittadina natale. Come mai?

Apichatpong Weerasethakul: Ci tornavo ogni tanto, andavo a visitare mia madre che ancora ci vive. Ho girato lì la metà circa di Syndromes and a Century, ma non tutto il film. Volevo andarci per cercare dei ricordi e vedere cosa fosse cambiato e ho finito per girare in alcuni posti che non sono cambiati molto. È abbastanza emozionante tornare nei posti che ti hanno ispirato. Il vero ospedale, dove i miei genitori lavoravano come medici, è cambiato troppo, è tutto di cemento, mentre quello del film è una scuola che ho cercato di sistemare come mi ricordavo. È stato un esperimento quello di mischiare posti diversi. Non ho studiato in una scuola di quel tipo, ma la scuola mi ricordava la casa di legno in cui ho passato i primi quindici anni della mia vita. Quindi è una casa, una scuola e un ospedale allo stesso tempo. Stranamente quando ho girato Cemetery of Splendour mi è sembrato come se girassi ancora Syndromes and a Century, almeno per quel che riguarda le emozioni che mi ha dato. Ero felice mentre giravo, perché era la mia città, un posto che conosco molto bene e quindi c’era un senso di familiarità. Anche se per me il film parla di tristezza, di oppressione, del non riuscire a sapere se si è svegli o addormentati e soffocati da un sogno. Nonostante questo, però ho provato felicità a lavorare a Cemetery of Splendour.

Possiamo dire che con Cemetery of Splendour porti avanti i discorsi, su vita e morte, metafisica e mitologia, di Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti?

Apichatpong Weerasethakul: Forse. Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti è per me un modo di citare il cinema, mentre con questo film intendo citare il momento attuale e un luogo specifico. Cemetery of Splendour è forse più personale e, dato che è stato fatto dalla stessa persona e che rientra nello stesso universo, cioè il mio, tratta il tempo in maniera simile e vi si ritrova anche la tristezza dell’invecchiare. Forse, visto che sto diventando più vecchio e visto che la stessa cosa succede anche alla mia attrice, Jenjira Widner, c’è lo stesso esercizio, quello di tentare di migliorarsi. Come quelle vecchie battute a proposito del ringiovanimento, della guarigione. Credo insomma che rientri nella stessa vena, ma più personale.

Potresti parlarmi della tua collaborazione con Jenjira Widner, ormai avete fatto diversi film assieme. Avete una relazione creativa?

Apichatpong Weerasethakul: Lavoro con lei da quindici anni e sono affascinato dalla sua memoria. Ricorda così tante cose. Non si tratta solo di cinema ma anche di altri progetti artistici che abbiamo fatto insieme sulla memoria. Questo film è il risultato dell’accumulazione di altri progetti cui abbiamo lavorato insieme. L’ho ritratta, in film e video, mentre scriveva il suo diario, o anche nel processo della sua guarigione. C’è stato un momento infatti in cui aveva un pezzo di metallo che le usciva dalla gamba e il mese successivo ha fatto un’operazione. Magari nel prossimo film sarà di nuovo sana. È come una registrazione della sua vita.

Non è solo la sua memoria, questo film parla anche di memorie che comunicano tra le persone, si tratta di una memoria condivisa?

Apichatpong Weerasethakul: Sì, anche con parte dell’ambiente circostante, o della ragazza medium. Del resto, se ti ricordi, la ragazza medium parlava del fatto che si ricordava di essere stata un ragazzo. È la stessa storia di Syndromes and a Century: nel corridoio del dentista c’è lo stesso ragazzo. È una storia che avevo sentito in questa città e che non riuscivo a fare uscire dal mio sistema, quindi è una ripetizione della memoria.

Cosa mi puoi dire della figura della medium, che costituisce questa memoria condivisa?

Apichatpong Weerasethakul: Viene da una delle ragazze trovate durante la ricerca per Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, che riesce a ricordare la sua vita precedente in cui era un ragazzo. Ho cercato di mettere questa cosa qui, così come il fatto che mangino le tortine lunari cinesi…Tutte queste cose vengono dai diari.

Puoi dire qualcosa della musica che usi alla fine del film?

Apichatpong Weerasethakul: È la musica di una band coreana, si intitola Love Is a Song di DJ Soulscape. Circa quattro o cinque anni fa qualcuno me l’ha fatta ascoltare e me ne sono innamorato. Il film parla del tempo, di diverse rappresentazioni del tempo e strati diversi: tempo reale, tempo del sogno, queste cose qui insomma. Per me la musica è un altro tempo ancora, quando usi la musica, quasi come in un video musicale, metti il pubblico in uno stato d’animo diverso, è come una chiusura, un sommario.

In Tropical Malady c’è una sequenza in cui un gruppo di soldati attraversa una giungla. La camera è fissa, non vediamo niente, solo la giungla, poi inizia una musica, diegetica, da una radio, e tu inizi a fare avanzare la macchina da presa. In questo nuovo film, alla fine vediamo un gruppo di persone di età diverse che ballano, a lato del fiume, e sentiamo una musica e improvvisamente cambi la posizione e l’angolo della macchina da presa. Come vedi la relazione tra l’immagine e la musica e quale influenza ha la musica sulla tua scrittura per il cinema o addirittura sulla direzione del film?

Apichatpong Weerasethakul: Il modo di trattare il tempo e la relazione tra il regista e l’immagine, nel momento in cui uso la musica, sono esattamente le stesse in questo film e in Tropical Malady, ma in certo modo rovesciate. In Tropical Malady la mia idea era di presentare il tempo quasi come in un documentario. Dopo l’inizio la musica parte e la macchina da presa inizia a muoversi e così si inizia a percepire la presenza del regista. Qui ho fatto la stessa cosa, però mettendola alla fine, come se fosse una pennellata finale, la mia firma come regista. Questo sono io e non sono con voi per la maggior parte del film, fino a quando alla fine c’è la voce over e c’è questo dolly che è il segno tangibile, pesante, della mia presenza.

Puoi dirci qualcosa in merito all’utilizzo dei tuoi sogni come fonte di ispirazione?

Apichatpong Weerasethakul: Sì, viene dal progetto artistico che ho iniziato prima di Lo zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti, nel villaggio dove gli abitanti dormono molto. Sono molto interessato all’atto di dormire come una via di fuga, e al fatto che, quando non puoi sopportare la realtà, devi trovare un’altra realtà. Quindi per me il sogno vuol dire questo, andare da qualche parte.

Una sospensione dell’incredulità come il cinema?

Apichatpong Weerasethakul: Esattamente. Anche i film sono parte della fuga dalla realtà e della macchina ipnotica. Quando nel film vedi questi ventilatori che girano veloci e le luci che ipnotizzano Jenjira Widner, ipnotizzano non solo lei ma anche il pubblico.

Ci sono immagini straordinarie in questo film, il paramecio nel cielo, i tubi di luce che generano variazioni luminose. Il tuo è un lavoro continuo di ricerca visiva?

Apichatpong Weerasethakul: Cerco di esprimere come mi sento quando sogno o medito (non in senso religioso ma scientifico). Non so, al contrario credo che Cemetery of Splendour sia diventato molto meno sperimentale nella forma, in termini di forma cinematografica. Penso che sto diventando vecchio e che voglio riflettere soprattutto su questa cittadina, questo tempo, questo ritmo e questa memoria, cercando di sperimentare un po’ di meno. Alla fine credo che questo film per me lavori più a un livello emotivo che intellettuale.

Il tuo è un lavoro di ricerca sui sogni, su come rappresentare la nostra elaborazione dei pensieri mentre dormiamo e sogniamo?

Apichatpong Weerasethakul: Non credo che le persone facciano sogni tanto diversi. Penso che la maggior parte dei nostri sogni siano brutti, che i sogni siano cioè un metodo del nostro organismo per prepararci al peggio. Ma ho scoperto che il sogno non è come lo rappresenta Hollywood, cioè una specie di quadro di Salvador Dalì, cioè qualcosa in cui tutto è un super-effetto speciale. I miei sogni infatti e quelli di altre persone con cui parlo sono molto normali e narrativi, dove però c’è qualcosa che non va e dove le cose possono cambiare molto velocemente. Quindi cerco di imitare questo meccanismo. Le scale che si muovono, per esempio, fanno parte degli elementi ipnotici del film. Quando abbiamo fatto le prove con Diego Garcia, il direttore della fotografia, abbiamo cercato di capire cosa fosse ipnotico e cosa no. Parlavamo di cosa potesse essere bello e di cosa potesse piacere a chi avrebbe visto il film.

Hai appena accennato all’essere più scientifico. Puoi dirci qualcosa invece della mitologia che sta dietro a questo film, all’idea del mondo dello spiriti. In particolare, potresti spiegare quelle persone che si muovono attorno alle panchine ai bordi del lago?

Apichatpong Weerasethakul: Questa è forse la cosa che non sono capace di spiegare. È stata una scena che ho rifatto e che ho aggiunto in un secondo momento, perché ho pensato che comunque fosse un film in cui si parlava di illusione, di cinema e anche del movimento delle persone e delle loro emozioni. E quindi ho pensato a come si potesse rendere questa cosa anche nel momento in cui Jenjira Widner è in uno stato diverso rispetto al mondo, a come si potesse giocare comunque su questo significato del movimento, dell’illusione. E infatti allo stesso tempo quelle persone sembrano come delle marionette. E anche questa è una cosa che si addice bene al tema dell’ipnosi. Sono dei fantasmi in fin dei conti e non ne ho potuto fare a meno di metterli, visto che sono cresciuto in un paese che è così pieno di miti e – specialmente nel Nordest – di credenze animiste. Qui le persone cercano di vedere oltre la realtà. La settimana scorsa per esempio c’è stata un’ondata di calore, faceva così caldo che una strada di cemento ha cambiato forma e immediatamente le persone di un villaggio vicino sono andate a pregare il cemento, come se fosse stato trasformato da un evento magico o da un dio. È qualcosa di abbastanza comune e per niente sorprendente, era nelle prime pagine dei giornali accanto ai numeri della lotteria. Quindi, anche se non credo per niente a queste cose, ritengo che comunque abbiano un’influenza su come viviamo. Questo influisce anche sulla situazione politica perché sono convinto che credere nel karma faccia sì che la gente non combatta per la libertà, visto che il karma è qualcosa di ineluttabile al quale ci si può solo sottomettere.

Parli spesso del tuo invecchiare. Nel film il personaggio di mezza età viene guidato per il mondo da un uomo e una donna più giovani. Guardi le persone più giovani o gli artisti più giovani come delle guide?

Apichatpong Weerasethakul: Sì, ricevo molte indicazioni dal mio ragazzo che ha 30 anni. Abbiamo iniziato a collaborare anche nel lavoro artistico. Sì la mente giovane. A dir la verità fin da Blissfully Yours e dai miei primi lavori è sempre stato importante assorbire input da altre persone. Ho sempre chiesto ad altri cosa fare, anche a quelli che servono l’acqua sul set. Quindi per me la collaborazione è sempre stato un modo di lavorare, e apprezzo in particolare il comportamento di Andy Warhol, che chiedeva “Cosa dovrei dipingere oggi?” “Devi dipingere dei soldi, se ti piacciono i soldi, dipingili”. Mi piace lavorare come una spugna che assorbe memorie…

Info:
La scheda di Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul sul sito del Festival di Cannes

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