Terrore nello spazio

Terrore nello spazio

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Per omaggiare Callisto Cosulich, scomparso in questi giorni, recuperiamo Terrore nello spazio, il cult fantascientifico di Mario Bava da cui trasse ispirazione anche Ridley Scott per Alien.

L’ignoto spazio profondo

Due grandi navi interplanetarie, in viaggio d’esplorazione in alcune zone inesplorate dello spazio, ricevono un SOS da Aura, un pianeta sconosciuto e disabitato. Entrambe le navi, il Galliot e l’Argos, decidono di atterrare, in un mondo desolato e morto. Durante la discesa sulla superficie, l’equipaggio dell’Argos viene improvvisamente posseduto da una forza sconosciuta, che spinge ogni uomo e donna sull’astronave ad uccidersi a vicenda. Solo il capitano Markary ha la volontà di resistere, riuscendo poi a destare dal violento stato ipnotico gli altri membri dell’equipaggio. [sinossi]

Non è usuale commemorare il ricordo di un critico cinematografico tornando con la mente alla sua attività come sceneggiatore; se un comportamento simile acquista un senso per Callisto Cosulich, deceduto a Roma a poco meno di novantatré anni il 6 giugno scorso, lo si deve agli sporadici ma significativi script a cui collaborò. Con Raffaele Andreassi scrisse Flashback, ambiziosa parabola pacifista con protagonista un Fred Robsahm immediatamente post-Barbarella che approdò in Concorso a Cannes nel 1969. Ma il vero colpo di genio, il titolo che da solo basterebbe a giustificare la sua filmografia, si era materializzato pochi anni prima.
1964. L’Italian International Film di Fulvio Lucisano ha acquistato i diritti di un racconto di fantascienza scritto dal veneziano Renato Pestriniero, Una notte di 21 ore; l’intenzione è quella di lanciarlo sul mercato italiano, e poi su quello internazionale, sfruttando le strategie distributive che oltreoceano sorreggono le produzioni di Roger Corman. Lucisano è dunque alla ricerca di un regista che abbia l’abilità tecnica necessaria per affrontare il genere ma sappia anche muoversi nell’indigenza, senza particolari pretese. I fondi a disposizione, infatti, sono assai limitati. A Lucisano viene consigliato il nome di Mario Bava, che ha appena portato a termine due film, Sei donne per l’assassino (che di fatto, insieme a La ragazza che sapeva troppo, detterà le linee guida per il futuro “giallo all’italiana”) e La strada per Forte Alamo, un western non indimenticabile per il quale però Bava ha elaborato le idee più impensabili e folli da un punto di vista ottico e scenografico. Il regista romano ma nativo di Sanremo viene dunque contattato, e accetta con entusiasmo: la fantascienza è un genere letterario che lo appassiona profondamente. Non sa, Bava, che Terrore nello spazio resterà l’unica incursione nello sci-fi della sua intera carriera…

Quando la IIF dà il via al set di Terrore nello spazio (il titolo di lavorazione è Il mondo dell’ombra), il cinema di fantascienza italiano è ancora ridotto a uno stato larvale. Il sempre eclettico Antonio Margheriti ha tentato la strada con Space Men nel 1960 e Il pianeta degli uomini spenti l’anno successivo, ma si è trattato di un abbozzo mal riuscito, ancora indeciso sulla strada da intraprendere. Due anni prima di Space Men, nel 1958, era apparso come una meteora – nel vero senso della parola – il ben più interessante La morte viene dallo spazio, diretto da Paolo Heusch e fotografato in modo magistrale proprio da Bava. Si tratta del primo esempio di fantascienza italiana, e rimane ancora oggi uno dei risultati più convincenti. Per quanto l’ibridismo abbia sempre rappresentato la caratteristica peculiare del cinema di genere in Italia, mai come per la fantascienza si può assistere a un vero e proprio incrocio di idee, istanze, mescolanze (im)possibili. La fantascienza vira quasi sempre dalla parte dell’horror (Caltiki, il mostro immortale di Riccardo Freda, sempre fotografato da Bava, che cura anche i sorprendenti effetti visivi; Il mulino delle donne di pietra di Giorgio Ferroni, che riprende il tema dello scienziato pazzo; L’ultimo uomo della Terra di Ubaldo Ragona, tratto da Io sono leggenda di Richard Matheson), del peplum (Antinea, l’amante della città sepolta di Edgar G. Ulmer e Giuseppe Masini; Il gigante di Metropolis di Umberto Scarpelli; Maciste e la regina di Samar di Giacomo Gentilomo) o della commedia sociologica (La decima vittima, diretto da Elio Petri su sapida sceneggiatura di Ennio Flaiano). Solo Margheriti ha il coraggio e la sfrontatezza di affrontare il genere senza mediazioni, dirigendo nell’arco di appena tre mesi la trilogia dedicata alla stazione spaziale Gamma Uno e composta da I diafanoidi vengono da Marte, I criminali della galassia e Il pianeta errante, cui farà seguito come appendice nel 1967 La morte viene dal pianeta Aytin.
Anche Terrore nello spazio, dopotutto, sfrutta il genere per ibridarne le forme con ben altre suggestioni visive e visionarie: all’horror, di cui Bava è maestro e che viene evocato fin da quel “terrore” che apre il titolo, si mescola anche il fantastico tout-court, grazie a un’atmosfera sospesa, plumbea, immersa in nebbie colorate che spostano il film in territori avant-pop, come già accaduto con Sei donne per l’assassino. Il pianeta su cui atterrano le astronavi dei protagonisti del film è un non-luogo dominato da fumi, vapori, filtri alla visione che da un lato stordiscono i personaggi, e dall’altra permettono a Bava di sopperire a mancanze scenografiche enormi.

L’obbligo a riutilizzare scenografie e oggetti di scena già apparsi, cercando di modificarne la forma e il ruolo all’interno dello spazio scenico, spinge Terrore nello spazio a una riflessione (in gran parte involontaria) sull’omologazione, sulla ripetizione, sul doppio da sé e di sé. Tutte tematiche che prendono corpo anche nella sceneggiatura lavorata, tra gli altri da Cosulich: la paura dell’uniformità di pensiero, che agitava già gli incubi d’oltreoceano, a partire da L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel, trova nel film di Bava una ulteriore sublimazione. Bava si diverte inoltre a disseminare in Terrore nello spazio molte delle sue ossessioni visionarie: si è già scritto del personale uso del cromatismo, quasi avanguardistico nella continua ricerca di macchie di colore, ma come non puntare l’occhio su resurrezioni, uomini e donne che tornano in vita o si ridestano sotto diverse – spesso mentite – spoglie?
Terrore nello spazio, nonostante il budget risicato con cui deve fare i conti, è una delle esperienze visionarie più gratificanti degli anni Sessanta, e rimane a mezzo secolo di distanza un piccolo gioiello meritevole della dovuta riscoperta critica. Mai come in questa occasione si riesce ad avvertire il ghigno ludico di Bava dietro ogni intuizione, ogni invenzione scenica, anche la meno eclatante. Un film così ricco e libero (e adagiato su uno schema narrativo che permette, già di partenza, tutto e il contrario di tutto) che continua ancora oggi a ispirare i registi che vi si trovano faccia a faccia. Senza entrare nelle polemiche sulla volontarietà del rimando, basta soffermarsi sullo scheletro narrativo e su quelli ben più materiali in scena in Alien di Ridley Scott per rendersi conto del ruolo svolto suo malgrado da Terrore nello spazio. Purtroppo, del tutto incompreso e snobbato dal pubblico dell’epoca, il film venne riposto in un cantuccio, mala sorte toccata ad altri film di Bava e in buona sostanza a molti titoli prodotti in quella che non può che essere ricordata come l’età dell’oro del cinema italiano. La stessa età dell’oro che ancora oggi si piange. Paradossi del tempo. E dello spazio…

Info
Il trailer statunitense di Terrore nello spazio.
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