I tre caballeros

Durante la Seconda Guerra Mondiale la Disney sposò la strategia del Dipartimento di Stato degli USA per rinsaldare i rapporti con il Sud America; il parto creativo produsse gli splendidi Saludos Amigos e I tre caballeros.

Sei mai stato a Bahia, Paperino?

Per il suo compleanno, Paperino riceve dagli amici dell’America del Sud uno scatolone contenente alcuni preziosi regali. Il primo è un film, con molti dettagli interessanti sull’America meridionale: i rari uccelli dal piumaggio multicolore; l’asino alato che sorvola quelle lontane regioni; un pinguino, freddoloso abitatore del Polo Sud, che affronta un viaggio avventuroso in cerca di un clima più tiepido. Il secondo dono è un libro sul Brasile, e qui entra in scena José Carioca, un simpatico pappagallo, che accompagna Paperino in giro per il paese. Il libro illustra particolarmente Bahia e le sue belle ragazze, con le quali Paperino tenta qualche avventura. Il terzo dono è un libro sul Messico… [sinossi]

7 dicembre del 1941. Le forze aeronavali giapponesi attaccano la flotta statunitense di stanza nella base navale di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. Con l’Operazione Hawaii il Giappone, senza alcuna dichiarazione di guerra, ottiene il momentaneo controllo dell’oceano Pacifico. Nel “day of infamy” gli Stati Uniti non solo abbandonano la propria neutralità entrando nella Seconda Guerra Mondiale, ma iniziano a rivedere completamente la politica di alleanze e amicizie.
La guerra infiamma l’Europa, il nord Africa e l’oriente, ma non ha messo piede materialmente sul continente americano. Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, per rinsaldare il rapporto di buon vicinato e collaborazione con l’America latina in un momento in cui lo sforzo bellico spinge la nazione oltre oceano, indebolendo la posizione interna, decide di commissionare delle opere che esaltino la fratellanza tra le nazioni del continente. Aderendo a questa iniziativa l’intraprendente Walt Disney Productions, con meno di venti anni di attività e appena sei lungometraggi alle spalle (Biancaneve e i sette nani, Pinocchio, Fantasia, Il drago recalcitrante, Dumbo e Bambi) mette in cantiere due film, Saludos amigos e I tre caballeros.
In un periodo in cui il Sud America strizzava ambiguamente l’occhio alla Germania nazista (in Brasile con il governo di Getúlio Vargas, la sua “costituzione polacca” e il capo della polizia torturatore Filinto Müller; in Argentina con Roberto María Ortiz), il governo di Washington intendeva mettere in atto tra le altre iniziative una politica diplomatica del tutto particolare: Disney e alcuni dei suoi più stretti collaboratori vennero inviati in un tour attraverso l’America latina, teso a propagandare attraverso l’animazione l’idea degli Stati Uniti come vicino attento, curioso e premuroso, portatore sano di modernità ma pronto a inchinarsi di fronte all’imponenza della storia.

Non è un caso che Saludos amigos e I tre caballeros propongano un parlato in più lingue, affiancando all’inglese di quando in quando anche lo spagnolo e il portoghese, proponendo una formula destinata a rimanere una rarità all’interno di un percorso produttivo unicamente anglofono. Saludos amigos è il primo dei due progetti a entrare in produzione, e risulta anche il più “didattico”: si studiano gli usi e le tradizioni locali, si ironizza sul goffo statunitense medio alla ricerca dell’autenticità (Paperino sul lago Titicaca e in groppa a un Lama, Pippo gaucho alle prese con le insidie della Pampa e la “blanca paloma”), si palesa anche il motivo principale di una tale operazione artistica, con le riprese documentarie del team capitanato da Disney al lavoro con le autorità locali.
Per quanto si tratti di due film gemelli, difficili da scindere per mood espressivo, tecnica, indole e “messaggio”, I tre caballeros rappresenta senza dubbio un triplice salto in avanti per quel che concerne l’ambizione e la libertà creativa. Dopotutto quando il film vede la luce (la prima fu a Città del Messico durante le festività natalizie del 1944) la guerra si sta lentamente avvicinando alla sua conclusione, in favore degli Alleati…

Laddove Saludos amigos si presentava agli occhi del pubblico come un divertente, elegante e brillante accumulo di situazioni e racconti tra loro nettamente separati (su tutti l’aeroplanino postale Pedro alle prese con il temibile Aconcagua, massima espressione dell’antropomorfismo disneyano), I tre caballeros maschera questa struttura tracciando una linea narrativa labile ma continua, per di più abbandonando il mediometraggio per issarsi fino alla durata di un film sulla lunga distanza. Anche da un punto di vista tecnico Disney alza l’asticella: il sogno della dialettica sempre aperta tra disegno animato e realtà, già idealmente materializzato in Fantasia – Topolino in silhouette stringe la mano al direttore d’orchestra Leopold Stokowski – e che troverà maggiore compiutezza tra gli anni Sessanta e Settanta (Mary Poppins e Pomi d’ottone e manici di scopa di Robert Stevenson, Elliott il drago invisibile di Don Chaffey), deflagra qui in tutta la sua potenza visionaria.
Paperino e José Carioca inseguono Aurora Miranda (sorella della più nota Carmen e attrice nello stesso anno anche per Robert Siodmak ne La donna fantasma) per le strade di Salvador de Bahia, fra uomini in carne e ossa che si azzuffano a colpi di danzante capoeira mista a samba per lei; i due protagonisti sorvolano, sul tappeto di Panchito, i bagnanti che affollano le spiagge messicane di Acapulco. Tutto è possibile, nell’universo Disney, perché il linguaggio è unico. Le tecniche possono variare, ma l’idea/ideologia rimane la stessa, sempre coerente. E dominata dall’immagine. Dal cinema.

Solo attraverso il cinema la narrazione può trovare la propria compiutezza. È il cinema, con tanto di attrezzatura per la proiezione, a irrompere nella casa di Paperino, come improvviso e inatteso regalo. Attraverso le immagini che prendono corpo sullo schermo nello schermo il papero più famoso di tutti i tempi entra in contatto con gli “aves raras”, suoi lontani parenti brasiliani oggetto di un documentario (animato, ça va sans dire). Ma il cinema nello sguardo di Disney non tiene a distanza i propri spettatori: ecco dunque che, ardito valicatore di confini, Paperino attraversa lo schermo, come già fatto dal dispettoso Aracuan, su invito del redivivo José Carioca, già conosciuto in Saludos amigos (per Paperino l’annullamento della linea di demarcazione tra “realtà” e “cinema” si ripeterà in una storia apparsa su Topolino nel 1987, Paperino e il film in… vivavision, scritto da Piero Degli Antoni e disegnato da Massimo De Vita; qui, dopo aver distrutto un prezioso proiettore sperimentale inventato da Archimede Pitagorico, fuggirà dall’ira di Zio Paperone nascondendosi nello schermo).
Nell’istante in cui Paperino passa da spettatore ad attore attivo della vicenda, il delirio prende definitivamente possesso de I tre caballeros: le linee che disegnano i binari del trenino su cui viaggiano Paperino e José Carioca si moltiplicano all’infinito, intersecandosi, e lo stesso pappagallo brasiliano si sdoppia. I tre caballeros abbandona la vocazione didattica da cui aveva preso corpo – eccezion fatta per alcune digressioni, come il frammento relativo a “las posadas” – per lanciarsi in un deliquio visionario, dominato da musica, balli, deformazioni e trasformazioni incorporee. La libertà creativa del team Disney non potrà più raggiungere un simile livello di fantasia priva di paletti e controlli: è come se la sequenza degli elefanti rosa di Dumbo venisse elevata a concezione della vita stessa. Paperino, José Carioca e Panchito sono gli artefici/vittime di una sarabanda a perdifiato, in cui ogni elemento è già in nuce qualcos’altro, ogni scenario è origine e derivazione di un altro e il mondo appare come un acquarello ubriaco, elegante ma chiassoso, vitale, strabordante. La pace sta arrivando, e porta con sé la trascinante irruenza di un mondo dominato da uccelli (perfino il ciuchino Burrito, miglior amico di un bimbetto argentino, è munito di ali) che possono guardare la Terra, attraversando confini costruiti solo dall’uomo. Superare le linee – e il predominio della linea geometrica su quella caotica dell’onirismo – è l’obiettivo di ogni personaggio, dal già citato Aracuan a Pablo, il pinguino freddoloso che a bordo del suo iceberg cerca di raggiungere territori dal clima a lui più consono: l’unico modo che avrà di superare l’Equatore, contro la cui linea si è arenato, sarà grazie alla generosa intercessione di Tritone, il dio figlio di Poseidone.

I tre caballeros rappresenta, a più di settanta anni di distanza, lo zenith del percorso artistico e produttivo della Disney a cavallo della fine del conflitto mondiale: negli anni seguenti arriveranno esperimenti non troppo dissimili come Musica, maestro!, I racconti dello zio Tom, Bongo e i tre avventurieri, ma nessuno riuscirà a eguagliare lo spirito iconoclasta e la libertà esressiva de I tre caballeros.
La Disney cambierà corso con l’avvento degli anni Cinquanta, a partire da Cenerentola. Uno dei tre registi accreditati per la messa in scena di quel film è Clyde Geronimi, già al lavoro su I tre caballeros e destinato a segnare in profondità la storia della Casa del Topo, visto che (anche) a lui si devono Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan, Lilli e il Vagabondo, La bella addormentata nel bosco e La carica dei 101. Il vero nome di Clyde Geronimi era Clito Enrico Geronimi, nato nel giugno del 1901 a Chiavenna, quaranta chilometri a nord-ovest di Sondrio. Ma questa è un’altra storia…

Info
Una scena de I tre caballeros.
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