Unfriended

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Unfriended è in tutto e per tutto un film derivativo: un ipertesto che accumula idee e luoghi di altri film come icone di programmi sul desktop. E che fra queste varie finestre riesce a muoversi con il ritmo, la frenesia e la lucidità di un adolescente di oggi. Godibile.

La morte corre sul desktop

A un anno esatto dal suicidio di una compagna di scuola, Blaire e i suoi amici iniziano a ricevere strani messaggi e minacce tramite social network. Durante una skype call collettiva, i ragazzi vengono coinvolti in un gioco al massacro da un ospite anonimo che sembra conoscere tutti i loro segreti… [sinossi]

Da quando si è capito che l’horror è uno dei pochi generi in cui i soldi investiti non sono necessariamente proporzionali agli incassi, è stato un trionfo di mockumentary, found footage e video diary spaventosi. False prese dirette e finte riprese dal vero utilizzate per generare un maggior effetto di reale, far fare un salto in più alla sospensione dell’incredulità e incutere una paura maggiore in funzione di un realismo esibito, riconoscibile grazie a dispositivi ormai familiari al grande pubblico (videocamere, webcam, smartphone).
Unfriended è, se mai ce ne fosse stato bisogno, l’ennesima dimostrazione di come l’horror sappia sfruttare la tecnologia a basso costo non solo con intenti remunerativi ma anche autoriflessivi.
Se è vero che nel genere in questione non c’è dispositivo tecnologico o mezzo di ripresa che non si trasformi in uno strumento per filmare (o generare) la morte, nel caso di Unfriended i mezzi sono tutto quello che passa sullo schermo di un portatile.
Il laptop diviene il palcoscenico dove poter giustapporre scenari e ambienti che corrispondono ad altrettante piattaforme digitali: Skype per le scene di gruppo, Snapchat per quelle private, Instagram e Facebook come pubblica piazza, le playlist di Spotify per la colonna sonora e YouTube per i flashback.

In una sorta di deriva assoluta delle teorie di McLuhan e di Baudrillard, ogni social network e applicazione assolvono una specifica funzione narrativa, così come ogni personaggio corrisponde solo alla sua immagine o al suo avatar digitale. Da questo punto di vista, più che alla saga di Saw (da cui riprende l’idea del gioco destinato a farsi morte violenta) o al filone dei vari demoni e spettri “mediologici” (The Ring, Shutter, The Call), Unfriended somiglia molto a Redacted di De Palma e alla sua (ri)costruzione che mette in rassegna un dispositivo dopo l’altro fino a creare una storia e una tensione emotiva.

Nel caso di questo film prodotto da Timur Bekmambetov (ormai una sorta di nume tutelare à la Spielberg del genere horror), l’intento è comunque più ludico che sociale e tendente a utilizzare i nuovi media per muovere i sentimenti più conosciuti e istintivi più che riflessioni profonde. La storia riprende il canovaccio più basico del sottogenere slasher, dove i teenager vengono massacrati uno dopo l’altro da una presenza implacabile e non-morta, così come uno dei suoi detonatori classici: lo scherzo di cattivo gusto andato a finire male e pronto a “generare mostri”. Al tempo stesso, il sottotesto del bullismo online è quanto di più pretestuoso, per quanto attinente, si possa immaginare.
Ciò detto, Unfriended è in tutto e per tutto un film derivativo: un ipertesto che accumula idee e luoghi di altri film come icone di programmi sul desktop. E che fra queste varie finestre riesce a muoversi con il ritmo, la frenesia e la lucidità di un adolescente di oggi.

Info
Il trailer di Unfriended su Youtube.
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